di Davide Ragnolini

WENDTSe siano gli Stati a creare l’ostilità delle relazioni internazionali o la struttura di queste a trasformare gli Stati in attori ostili, costituisce il ‘paradosso dell’uovo e della gallina’ della teoria internazionalistica. È un problema antico quanto i raggruppamenti umani, e a cui non vi è risposta affatto unanime, nemmeno tra grandi pensatori politici quali Norberto Bobbio e Kenneth Waltz. Per l’autore de Il problema della guerra e le vie della pace l’evento della guerra era annesso alla forma di istituzione statuale in quanto tale. La guerra sussisteva tra gli Stati come forma di relazione specifica di funzionamento dello Stato verso l’esterno: per conseguire un modello di “pacifismo giuridico”, era necessario dare vita ad una nuova forma di istituzione, uno Stato mondiale con il monopolio della forza, quindi mutare qualitativamente la natura degli attori internazionali e le loro relazioni. Per Waltz la risposta era piuttosto differente: conseguire una politica di equilibrio che si avvicina a relazioni stabili e pacifiche tra Stati significava assecondare, e non già mutare, la natura degli attori internazionali, in particolare dei più grandi. La teoria strutturalista della relazioni internazionali mirava ad individuare le forze che rendono regolare il comportamento degli attori entro un sistema, assumendo una sostanziale omogeneità comportamentale tra le sue unità e una ciclicità del loro comportamento.

Nella differenza tra queste due prospettive, l’una orientata al superamento dei rapporti tra Stati sovrani, l’altra al reciproco bilanciamento, è possibile misurare la distanza che separa gli orientamenti liberali da quelli neorealisti delle relazioni internazionali. Negli anni 80’ il cosiddetto “Third Great Debate” della storia disciplinare dell’IR introduceva una terza, nuova risposta teorica: gli Stati sono solo un modello istituzionale tra i tanti in grado di dare vita ad una possibile forma di conflitto, tra i tanti comportamenti possibili.

L’orientamento costruttivista nacque dal tentativo di rispondere alla sfida posta dall’anarchia internazionale in un periodo in cui l’egemonia statunitense, e i princìpi strutturalisti che la sostenevano epistemicamente, erano percepiti come declinanti. Si trattava di un metodo che dipartiva dagli approcci ‘hobbesiani’ e ‘lockiani’ per spiegare il fenomeno di aderenza degli attori internazionali a norme, impegni ed istituzioni sovranazionali: teorie fondate unicamente sulla coercizione o sull’interesse per descrivere la formazione della società internazionale possedevano un ridotto potere esplicativo. Si rendeva necessario esibire il fondamento teoretico dei modelli impiegati nell’IR con una dimostrata corrispondenza con la realtà, e non con le intuizioni o le ideologie dello scienziato sociale.

Di tale problema si avvide Alexander Wendt (nella foto) quando, con la pubblicazione del suo articolo The Agent-Structure Problem in International Relations Theory 30 anni fa, diede avvio ad una svolta epistemica nella teoria internazionalistica, consolidatasi in una vera e propria scuola del costruttivismo internazionalistico. Il punto di partenza era rappresentato da due truismi: che gli agenti (o attori) riproducono o trasformano la società in cui vivono, e che la società retroagisce sugli stessi agenti e le rispettive relazioni. Sul piano internazionalistico, lo strutturalismo era paralizzato da quest’ultima interazione, trasformata in un’azione monocausale sulle singole unità da parte di forze esogene. Isolando il “sistema” dagli attori, e riducendoli a meri “portatori di imperativi sistemici”, la teoria waltziana della politica internazionale poteva mostrare soltanto un modello reificato dei rapporti di equilibrio tra grandi potenze. Contro la rigidità della lettura neorealista dei rapporti interstatali, la più dinamica prospettiva costruttivista mirava a mostrare invece come l’azione sociale sia “co-determinata” tanto dagli agenti quanto dalle strutture sociali.

Agiscono in forza del loro interesse soltanto gli Stati? Il sistema in cui questi convivono è sufficientemente deterministico da non poter esser modificato? Gli Stati possono perseguire valori che non convergono con il loro interesse né con gli imperativi sistemici della securitizzazione?

La cosiddetta “tradizione hobbesiana” delle relazioni internazionali, genericamente caratterizzata dalla costruzione degli Stati come nemici, poteva rispondere affermativamente alle prime due domande, e negativamente alla terza. Per i costruttivisti non si poteva dare alcuna risposta univoca. In un momento storico declinante del bipolarismo, si trattava piuttosto di mostrare, nella prospettiva di Wendt, come dinanzi allo scienziato sociale non esista propriamente alcuna “logica dell’anarchia”, essendo quest’ultima descrivibile in termini procedurali e non strutturali. In altri termini, da nessuna data struttura delle relazioni internazionali potrebbe seguire l’adozione di un unico modello comportamentale.

L’insistenza sull’aspetto costruttivo delle relazioni sociali, delle credenze, identità e paure, consentiva una transizione da un modello competitivo ad uno cooperativo. Si tratta di una delle più note idee che suoi contributi come Anarchy is what States Make of It (1992) e Social Theory of International Politics (1999) hanno apportato al dibattito internazionalistico. L’assunto dell’anarchia internazionale veniva così dissociato dal realismo ed assimilato ad un “idealtipo” incapace perfino di caratterizzare in maniera appropriata lo “stato di natura” tra gli stessi individui (Wendt, 1999). Circa la natura degli Stati, il principale presupposto neorealista della massimizzazione del profitto, che sempre agiterebbe le reciproche relazioni nel mondo internazionale, diventerebbe solo un’ipotesi ontologicamente inammissibile e storicamente falsificabile.

Che ne è infatti del presupposto implicito realista circa la natura degli Stati? Sono persone analoghe a quelle fisiche? In The State as Person in International Theory (2004) la metafora analogica degli Stati quali persone veniva sfidata apertamente. In che modo una somma di individui possa essere identificata con il costrutto sociale sovraindividuale, è il problema fondamentale della storia dell’organicismo politico moderno, da Hobbes a Rousseau, da Hegel a Spencer. La negazione del carattere di personalità dello Stato, intesa in senso strettamente fisico, consentirebbe all’osservatore costruttivista di sbarazzarsi di “superstizioni metafisiche”, e al contempo di una “politica illiberale” annessa a tali credenze (Wendt, 2004, p. 315), attraverso le quali uno Stato “vivrebbe” a spese dello spazio vitale di altri simili. Per lo scienziato sociale costruttivista, uno Stato inteso come attore costruttivo della società internazionale, quindi creatore delle pratiche e costumi introdotte per perseguire scopi comuni tra Stati, può essere il candidato ideale per realizzare modelli ‘post-vestfaliani’ di ordine mondiale. Una vera e propria ‘filosofia della storia’ costruttivista permea uno dei contributi di Wendt più controversi nel recente dibattito internazionalistico: Why a World State is inevitable (2003). Il problema ‘hegeliano’ del riconoscimento tra le grandi potenze troverebbe gradualmente soluzione nella crescente integrazione in un sistema legale internazionale, dando luogo ad un singolare “Weberian world state”. La fiducia costruttivista nella costruibilità di una globalizzazione giuridica, sebbene sia stata concepita emancipando l’indagine dell’IR da quegli “imperativi meta-teoretici” del realismo denunciati nel seminale contributo di Wendt del 1987, obbedisce cionondimeno a imperativi etici presupposti per lo sviluppo istituzionale dell’umanità.

Il sogno di un mondo unificato, non-polare, da concepire con gli strumenti euristici forniti dal costruttivismo, si scontra oggi con l’idea e la realtà di un mondo multipolare, in cui le prospettive di integrazione regionale danno piuttosto luogo alla formazione di nuovi poli, che alla loro estinzione. Vi è forse una stretta analogia tra i “20 anni di crisi” del 1919-1939 lucidamente commentati da Edward H. Carr, e i “30 anni di crisi” entro cui è emersa la svolta costruttivista dal 1987 ad oggi. Che la Storia sia dalla parte delle istituzioni euro-atlantiche che hanno paralizzato in senso unipolare l’architettura delle relazioni internazionali, dall’FMI alle Nazioni Unite, può essere rappresentata con lo scienziato politico britannico Mark Leonard come l’illusoria “mini-Versailles” dell’epoca presente.

Il sintagma costruttivista “il mondo è ciò che gli Stati ne fanno”, è probabilmente figlio di un tempo in cui la sopravvalutazione delle capacità architettoniche degli attori liberali occidentali si è affermata come certezza epistemica, ignorando le dinamiche sistemiche realiste nel mondo extra-occidentale. Al volgere della fine del sistema unipolare, il mondo multipolare e le sue istituzioni emergenti (BRICS, SCO, OBOR, UEE) sono forse il risultato di una nuova sintesi: ‘ciò che gli attori occidentali ne fanno’, e ciò che il mondo extraeuropeo fa.

* PhD Researcher – Consorzio Filosofia del Nord Ovest (FINO) – Università degli Studi di Torino

 

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked (required)