di Alessandro Campi
Torna la politica. E con essa le passioni, le dispute ideologiche, le visioni alternative di società, le contrapposizioni frontali, gli eccessi verbali, la lotta tra valori giudicati assoluti e non negoziabili da chi in essi crede. Insomma tutte quelle cose che in anni recenti abbiano considerato una deriva patologica della politica, da lasciarsi alle spalle nel nome del pragmatismo, della convergenza neutralizzante al centro e di un’economia ritenuta oggettiva nelle sue ricette,
di Alessandro Campi

Torna la politica. E con essa le passioni, le dispute ideologiche, le visioni alternative di società, le contrapposizioni frontali, gli eccessi verbali, la lotta tra valori giudicati assoluti e non negoziabili da chi in essi crede. Insomma tutte quelle cose che in anni recenti abbiano considerato una deriva patologica della politica, da lasciarsi alle spalle nel nome del pragmatismo, della convergenza neutralizzante al centro e di un’economia ritenuta oggettiva nelle sue ricette, e che invece ne costituiscono l’essenza: per definizione agonistica, conflittuale, polemica, divisiva.

Una conferma di questo ritorno, ammesso ce ne fosse bisogno, lo hanno fornito le recenti elezioni americane. Dovevano essere (nelle previsioni che spesso si confondono con le speranze inconfessate degli analisti) un bagno di sangue per Trump, mentre invece sono state una sua mezza vittoria. Diciamo, per non scontentare nessuno, un pari e patta: con i repubblicani che si sono però confermati un partito compatto e con un leader forte (sebbene eccentrico e non del tutto coerente con la loro storia) e con i democratici che si sono invece dimostrati un partito certamente in recupero di consensi, ma frammentato e composto da molte e non sempre conciliabili minoranze, nonché privo di una guida che possa seriamente aspirare alla nomination per la prossima corsa verso la Casa Bianca (i rampanti su cui si era mediaticamente puntato, da Beto O’Rourke a Andrew Gillum, hanno realizzato dei sonori flop alle urne).

Ma non è questo il punto. Più dei risultati è parso interessante il clima politico-culturale che ha contrassegnato la consultazione d’oltreoceano: aspro, teso, segnato da una contrapposizione netta di posizioni. Non solo e non tanto sui temi economici, quelli che nella visione di molti osservatori dovrebbero ormai decidere i risultati del voto nelle grandi democrazie, ma sulla stessa visione dei valori che fondano la democrazia americana e che reggono la struttura sociale di quel grande Paese. Si è dunque discusso e polemizzato sull’immigrazione, sui diritti civili, sulla giustizia, sull’assistenza pubblica, sul ruolo internazionale degli Stati Uniti, sull’ambiente, sulle donne, sul futuro della democrazia, sull’uso e abuso delle tecnologie digitali. Ne è risultato, come suole dirsi, un Paese spaccato, con entrambi i fronti attestatisi su posizioni molto più radicali e intransigenti rispetto al recente passato.

Ed è proprio questa la novità che hanno fatto registrare di recente altri appuntamenti elettorali e che si vede all’opera da qualche tempo anche in altri Paesi. La vittoria dei Verdi in Germania con i loro allarmi sull’ambiente, il ritorno al marxismo dei laburisti in Gran Bretagna, il riposizionamento a sinistra dei socialdemocratici, lo scivolamento verso posizioni conservatrici dei partiti cristiano-popolari in Europa, il nazionalismo cavalcato dai partiti della destra cosiddetta populista: sono tutti segnali convergenti di una polarizzazione (radicalizzazione) crescente dello scontro politico. Che se da un lato può ingenerare qualche legittima preoccupazione (c’è infatti chi teme un intensificarsi delle campagne d’odio tra blocchi politici, favorito da un uso strumentale e propagandistico della Rete), dall’altro ci spinge a chiederci se lo screditamento negli ultimi due decenni della politica non sia stato favorito anche dalla tendenza a neutralizzarla, facendola ancella dell’economia, ovvero dalla pretesa di poterla ridurre a gestione amministrativa e a tecnica contabile.  Niente più destra e sinistra (tutti ammucchiati al centro nel tentativo di conquistare un inesistente cittadino medio, moderato, benpensante, pragmatico, fluido, ecc.), niente più ideologie o idee o valori confliggenti (solo procedure e ricette standard applicabili da qualunque parte politica), ma il risultato di questo sforzo non è stato una politica migliore, cioè più fattiva e capace di intercettare le esigenze dei cittadini con l’idea di provare a risolverle, ma una latitanza-inefficacia della politica che ha finito per produrne prima la delegittimazione pubblica, poi il suo ritorno sulla scena in forme virulente, assertive, dogmatiche, appunto radicali. Ma, verrebbe da dire, meglio questo nuovo clima febbricitante ed eccitato, che il lento spegnersi delle passioni civili in nome di un pragmatismo tanto esibito quanto fine a sé stesso (e molto spesso avaro di risultati e buone prestazioni).

Beninteso, il confine tra radicalismo e estremismo è sottilmente pericoloso. Quando volano parole grosse il rischio che poi volino anche i sassi (metafora grossolana per indicare lo scivolamento verso il settarismo, l’incomunicabilità e la violenza) è particolarmente alto. Ma un simile rischio certo non si frena riducendo il governo di una società completa e articolata (come sono tutte le democrazie che conosciamo) ad amministrazione imparziale delle cose e degli uomini. Oppure nascondendo la propria mancanza di progetti e e visioni dietro l’elogio del moderatismo, della prudenza e dello spirito di compromesso. Avere posizione nette e chiare, ed essere disposti a difenderle a fronte di posizioni altrettanto nette e chiare, non porta necessariamente allo scontro fisico: semmai serve a dare un senso al confronto pubblico e un contenuto riconoscibile alla politica. E a mettere gli elettori nella condizione di scegliere tra alternative reali, culturali e sociali, non tra partiti che avevano finito per somigliarsi talmente tanto tra di loro da aver prodotto un crescente rigetto.

Anche in Italia se Lega e M5S hanno vinto e convinto è perché hanno presentato una piattaforma riconoscibile di idee e proposte. E lo hanno fatto con risolutezza, dando l’impressione di possedere una posizione ferma sui temi al centro del loro interesse preminente: dalla sicurezza alle pensioni, dal lavoro alle tasse. Ricette grossolane e impraticabili dicono (con qualche ragione) i loro critici. Ma sono ricette che appunto rimandano ad una visione della politica e della società, ad un grumo a suo modo riconoscibile di valori, idiosincrasie, fissazioni ideali, ambizioni, obiettivi, speranze, ansie e paure. Il che significa – volendo rivolgere un consiglio non richiesto alle forze politiche che si oppongono a grillini e leghisti – che nulla vieta loro di proporre ricette altrettanti forti e riconoscibili. Il fatto di dichiararsi moderati non impedisce a queste stesse forze d’essere al tempo stesso radicali. Dunque assertive, polemiche, intransigenti, volitive, con valori radicati e traguardi da raggiungere chiari. Tornino anch’esse alla politica in senso forte: gli elettori e i consensi apprezzeranno e seguiranno.

 

Editoriale apparso su “Il Mattino” (Napoli) del 9 novemnbre 2018

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