di Maria Giorgia Caraceni
(Pos)verdad y democracia è la decima monografia pubblicata dal politologo spagnolo Manuel Arias Madonado, uno studioso tanto prolifico quanto brillante, ma ancora (ingiustamente) poco noto in Italia. Dalla considerazione congiunta di quest’ultimo saggio con i precedenti La democracia sentimental [2016] e Nostalgia del soberano [2020], emerge una traiettoria intellettuale che, in meno di dieci anni, giunge alla strutturazione di una prospettiva sempre più chiara e personale su ciò che è,
di Maria Giorgia Caraceni

(Pos)verdad y democracia è la decima monografia pubblicata dal politologo spagnolo Manuel Arias Madonado, uno studioso tanto prolifico quanto brillante, ma ancora (ingiustamente) poco noto in Italia. Dalla considerazione congiunta di quest’ultimo saggio con i precedenti La democracia sentimental [2016] e Nostalgia del soberano [2020], emerge una traiettoria intellettuale che, in meno di dieci anni, giunge alla strutturazione di una prospettiva sempre più chiara e personale su ciò che è, e che dovrebbe essere, una società liberale. La democracia sentimental e (Pos)verdad y democracia sono invero legati da una relazione di complementarietà: se nello studio del 2016 Arias Maldonado si era concentrato sul ruolo delle emozioni nella vita pubblica e, dunque, sulla dimensione affettiva della politica, in quello del 2024 focalizza la sua attenzione sul carattere epistemico della stessa, nonché sulla relazione tra i due aspetti. Tali scritti possono essere ritenuti una sorta di trilogia in associazione al già menzionato Nostalgia del soberano, saggio in cui lo spagnolo tenta di spiegare il successo dei populismi nelle democrazie occidentali mediante una duplice operazione metodologica: da un lato, realizza un’interessante rilettura di alcuni classici del pensiero politico – tra i quali Hobbes occupa una posizione privilegiata – e, dall’altro, adotta la categoria interpretativa di nostalgia, che connette alla diffusione del desiderio di una sovranità “forte”. I contenuti di questo libro “intermedio” completano pertanto il quadro teorico tratteggiato dall’autore. Peraltro, in tutti e tre i volumi si riscontra un ottimo equilibrio tra il riferimento ai grandi classici del pensiero politico e, al tempo stesso, un’attenta valutazione della letteratura più recente, che include anche l’analisi di casi empirici (in modalità secondary sources): il tutto è orientato all’elaborazione di una teoria saldamente radicata nella realtà, fondata su argomentazioni solidissime e ben documentate. Va infine lodata la notevole linearità espositiva che caratterizza i lavori succitati: la prosa, limpida e precisa, si combina con uno stile coinvolgente che rende la lettura piacevole, senza che il rigore proprio della trattazione scientifica sia mai compromesso.

Al netto delle premesse sin qui esposte, possiamo ora formulare osservazioni più specifiche su (Pos)verdad y democracia (Barcelona 2024, pp. 288). Anzitutto, grazie allo sforzo compiuto dall’autore nel coniugare profondità analitica e chiarezza espressiva, il saggio si rivela accessibile anche a un pubblico di non esperti in qualche misura interessato alla materia, benché alcuni passaggi risultino più specialistici e, dunque, di non immediata comprensione. Del resto, una certa densità è ascrivibile alla fisiologia della trattazione scientifica, perciò può dirsi, comunque e a buon diritto, che la dialettica tra intelligibilità e complessità sia, nell’insieme, opportunamente calibrata.

Al centro dell’indagine condotta vi è il rapporto tra verità e democrazia; la domanda di ricerca principale che muove Arias Maldonado è: può la democrazia prescindere dalla verità? La scivolosità filosofica della questione è evidente. Da un lato, un regime democratico deve garantire la libertà di espressione e, dunque, riconoscere l’esistenza inevitabile del disaccordo e del dissenso. Dall’altro, non può rinunciare del tutto all’idea di verità, pena la trasformazione della democrazia in un mero regime di opinione, in cui la possibilità stessa di un accordo comune circa la decisione su ciò che deve o non deve essere fatto diventa impossibile. Ma non si può nemmeno pensare di risolvere tale dilemma ricorrendo a un’idea forte di verità: il rimedio sarebbe invero peggiore del male che intende combattere, poiché produrrebbe ipso facto un paradigma autoritario – di stampo orwelliano [su Orwell, si vedano le pp. 128-137] –, basato sull’esistenza di una verità unica e ufficiale, nonché indiscutibile. Per uscire da una simile impasse, l’autore adotta un’efficace strategia chiarificatrice, consistente nella specificazione di categorie interpretative plurime, che gli consentono di distinguere, in primo luogo, tra tipologie diverse di verità – si può parlare di verità, ma solo al plurale e solo aggettivando questo sostantivo ineludibilmente polisemico – e, in secondo luogo, tra monismo dei fatti e pluralità delle interpretazioni.

Le tipologie di verità individuate dall’autore sono sei: verità rivelate (appartenenti al terreno della fede, non sono dimostrabili, ma nemmeno – dal punto di vista del credente – possono essere smentite); verità scientifiche (non dimostrabili in senso rigoroso, ma fondate su dati empiricamente validi); verità giudiziarie (stabilite nei tribunali secondo procedure di diritto: non propriamente dimostrabili, ma riferite piuttosto a come verosimilmente qualcosa è accaduto); verità fattuali (che attestano ciò che è in modo dimostrabile – o ciò che è stato, come nel caso delle verità storiche, anche se in questa specifica fattispecie il grado di dimostrabilità può variare); verità morali (che concernono le prescrizioni normative su ciò che si deve o si dovrebbe fare, individualmente e/o collettivamente; sono verità peculiari, vincolate alle credenze, ai sentimenti morali e, dunque, indimostrabili); verità politiche (quelle che risultano – provvisoriamente – da un consenso pubblico legittimo, validato da un procedimento riconosciuto o da un accordo informale all’interno della sfera pubblica democratica, e che possono, a loro volta, essere messe in relazione con le altre tipologie di verità in modo del tutto peculiare) [pp. 89-90].

Solo la verità fattuale presenta una corrispondenza diretta con la realtà ed è, dunque, realmente verificabile, poiché si riferisce a qualcosa di misurabile. Non è così per le altre, e in particolar modo per quella politica, che dipende in misura maggiore dall’accordo intersoggettivo [pp. 87-88]. Perciò, la premessa secondo la quale non vi è società che possa sostenersi senza qualche tipo di legame con la verità, risulta plausibile solo se applicata alla verità fattuale. Tuttavia, l’analisi dei fatti è cosa ben diversa dall’esame delle loro cause, dei loro significati o delle loro implicazioni normative – àmbiti nei quali entrano in gioco tipi di verità differenti –: esiste, dunque, una (unica) verità fattuale perfettamente compatibile con il pluralismo ideologico e morale. Se intendiamo correttamente il punto di vista dell’autore, possiamo affermare che la verità politica corrisponde al consenso di una comunità attorno a un insieme di procedure condivise – dunque, non contenuti (ovverosia, a un sistema di significazione comune – non valori). Del resto, l’ampio spazio riservato, nel decimo capitolo, alla discussione dell’idea rawlsiana di consenso per intersezione [pp. 219 e ss.] – decisamente affine alla prospettiva adombrata da Arias Maldonado –, sembrerebbe confermare la bontà della nostra interpretazione.

Ma in che modo i cittadini partecipano oggi al dibattito pubblico? E, soprattutto, da quali informazioni e precomprensioni muovono, ossia, quali sono le idee di partenza che orientano il loro confronto? Rispetto a questa domanda si aprono diversi ordini di problemi, che investono il nesso tra verità e degenerazione della sfera pubblica, vale a dire, le trasformazioni che interessano la conversazione e la deliberazione collettiva. Anzitutto, si pone la questione della qualità dell’informazione. Arias Maldonado, da un lato, osserva che i media tradizionali, sempre più orientati al sensazionalismo, hanno progressivamente smesso di svolgere la loro funzione di mediazione; e, dall’altro, sottolinea il ruolo decisivo svolto dalle reti sociali, alle quali nel volume è dedicata un’attenzione particolare [si veda soprattutto il cap. 9] — maggiore rispetto ai lavori precedenti. L’iperproduzione informativa, tipica dell’ecosistema comunicativo contemporaneo, genera un contesto di sovraccarico e confusione, in cui il cittadino medio fatica a orientarsi, in quanto dispone di molte notizie, ma di scarsa capacità o tempo per verificarle. Ne consegue la necessità di fare ricorso alle cosiddette scorciatoie cognitive, cioè a quel processo di semplificazione che, in ultima istanza, provoca il rafforzamento delle identificazioni ideologiche. Eppure, nota l’autore, per quanto l’attuale struttura mediatica abbia reso tali dinamiche più visibili e pervasive, non siamo di fronte a realtà del tutto nuove [passim, si veda in particolare p. 189]. Infatti, il cittadino democratico reale non coincide con il soggetto razionale immaginato da molta teoria liberale e, poiché le sue convinzioni risultano spesso poco informate e instabili, l’ascendenza ideologica tende da sempre ad assumere un ruolo predominante; in altre parole, i cittadini finiscono per comportarsi più come tifosi che come partecipanti a una discussione pubblica condotta secondo criteri deliberativi. Le emozioni — aspetto già ampiamente analizzato dall’autore nel suo La democracia sentimental – giocano, dunque, un ruolo decisivo anche nel processo epistemico. Il problema, perciò, non riguarda soltanto i criteri secondo cui l’informazione viene prodotta e trasmessa — spesso manipolata o distorta —, ma anche il modo in cui essa viene recepita e processata: svariati studi empirici mostrano, infatti, che tendiamo a rifiutare le informazioni che contraddicono le nostre credenze pregresse. Da ciò si intuisce come i noti meccanismi di filter bubbles ed echo chambers, alla base del funzionamento delle reti sociali, non siano di per sé responsabili dell’acuirsi della polarizzazione nel dibattito pubblico; piuttosto, essi assecondano e amplificano un tratto antropologico preesistente, una forma di tribalismo morale [pp. 200 e ss.] ed epistemico che accompagna da sempre la vita collettiva umana. Emerge chiaramente, in questa prospettiva, l’(apprezzabile) assenza di qualsivoglia presentismo o narcisismo storico, ossia la diffusa inclinazione a concepire il proprio tempo come radicalmente nuovo, dimentico delle sue origini e dei suoi antecedenti.

Così, la centralità delle emozioni nel modellare le opinioni dei cittadini — anche in ambito politico — ci conduce direttamente al tema della postverità, se accettiamo la definizione proposta dall’Oxford Dictionary, secondo cui essa attiene alle «circostanze nelle quali i fatti oggettivi esercitano un’influenza minore nella formazione dell’opinione pubblica rispetto agli appelli all’emozione e alle convinzioni personali» [traduzione nostra]. Nondimeno, se meccanismi di questo tipo non sono inediti, come suggerito dallo stesso Arias Maldonado, quali sono allora i tratti peculiari del fenomeno individuato dal concetto di postverità? La risposta fornita dall’autore a tal proposito è, per certi versi, sorprendente, anche se, in realtà, non si discosta del tutto dalla formulazione appena citata; anzi, tende piuttosto a metterne in luce un tratto specifico. Se vogliamo assumere una categoria interpretativa come chiave di lettura per analizzare la crisi delle democrazie contemporanee, osserva lo spagnolo, è più corretto parlare di postfattualismo anziché di postverità [p. 209]. La definizione di postverità formulata nel libro è, perciò, la seguente: «la generalizzazione del presupposto epistemico secondo il quale la “verità” dipende dal contesto e, pertanto, ogni visione del mondo ne produrrà una propria, senza l’esistenza di alcuna autorità superiore in grado di pronunciarsi sui meriti delle diverse “narrazioni” che descrivono la realtà sociale» [p. 49, traduzione nostra]. La diffusione delle fake news e, soprattutto, delle teorie del complotto, che offrono interpretazioni alternative di verità accertate (si pensi, ad esempio, alla questione del cambiamento climatico [pp. 87-88]), nonché il fatto che spesso siano gli stessi esponenti politici a cavalcarle, rivelano che lo zeitgeist delle attuali società liberali — definite nel libro democrazie tardive [p. 258], ossia democrazie segnate dall’intensificazione del disaccordo e dal successo dei populismi — è precisamente questo: una resistenza tenace all’accettazione delle verità fattuali.

A cosa è dovuto questo stato di cose? Indubbiamente, dopo la trionfale ondata di democratizzazione culminata con la caduta del muro di Berlino che, all’inizio degli anni Novanta, aveva fatto pensare alla fine della storia, si sono progressivamente accumulate contraddizioni poi esplose nel nuovo millennio con la grande recessione, l’ascesa di forze politiche populiste ed estremiste, la pandemia e, non da ultimo, la rivoluzione digitale. Tutto ciò ha dato avvio a un processo di deconsolidamento e regressione, come ben descritto da un ricco corpus di studi che inquadrano simili mutamenti ricorrendo a espressioni quali postdemocrazia, democrazia illiberale, democrazia sfigurata

Che fare, allora? Nel capitolo dedicato al ruolo degli esperti [cap. 8], Arias Maldonado mette in guardia dalla tentazione di contrastare il postfattualismo cadendo nella tecnocrazia, ossia nella colonizzazione della verità politica da parte di quella scientifica. Le vicende legate alla pandemia hanno reso la questione oltremodo centrale: possono, le valutazioni scientifiche – ad esempio sull’uso della mascherina o sulle vaccinazioni– vincolare la decisione politica? La risposta dello spagnolo è negativa: i giudizi tecnici non devono certo essere ignorati o rigettati, ma devono limitarsi ad assolvere una funzione di consulenza. Gli esperti non decidono e non devono decidere, afferma l’autore citando Hannah Arendt [p. 167]. Infatti, non è detto che essi siano imparziali, per quanto titolari di un’indubbia autorità epistemica. In altre parole, nulla garantisce che le loro prescrizioni siano esenti da condizionamenti economici e/o ideologici [p. 175]. Gli scienziati possono – e devono – partecipare alla vita politica, ma secondo modalità differenti, affinché il loro contributo risulti virtuoso e non vizioso: è pertanto auspicabile che svolgano attività di ricerca all’interno di think-thanks impegnati nell’elaborazione di report relativi a questioni di interesse pubblico, così come è opportuno coinvolgerli, formalmente o informalmente, nella redazione dei programmi elettorali dei partiti. Tuttavia, la verità scientifica non può “salvare” la democrazia, perché la verità politica attiene a un ambito di applicazione distinto: il legislatore (o il governo) democratico, dopo aver ascoltato il parere degli esperti, deve poter ingiungere autonomamente un provvedimento che, in ultima istanza, è, e deve rimanere una decisione politica. Argomentiamo meglio riprendendo l’esempio succitato del cambiamento climatico: sebbene esso sia attestato da numerosi studi empirici, che dovrebbero portare la politica a riconoscerlo come un fatto incontestabile, il modo in cui poi tale questione viene valutata e concretamente affrontata è, e deve restare del tutto politico [pp. 86-88].

Ci sarebbero molti altri aspetti interessanti su cui varrebbe la pena soffermarsi, ma lo spazio limitato di una recensione non lo consente. Rimandiamo, dunque, alla lettura integrale del volume – un libro, lo ribadiamo, bellissimo, ricco, ben costruito e solidamente argomentato, che disseziona in dettaglio questo tema tanto elusivo (basti sfogliare l’indice per rendersene conto). Tra i meriti principali del saggio vi è il fatto che, oltre a offrire un’eccellente e dettagliata descrizione del fenomeno, fondandosi su una letteratura ricca e interdisciplinare, mira anche a intendere le cause profonde che lo generano. Esistono infatti numerosi studi empirici – alcuni dei quali richiamati dallo stesso Arias Maldonado (in basso, nella foto) — che si concentrano su dati quantitativi (ad esempio, sul numero di tweet) ma mancano di un’adeguata costruzione teorica e di qualsivoglia tentativo di astrazione, limitandosi a descrizioni caso-specifiche incapaci di contribuire alla comprensione della questione nel suo complesso.

È peraltro apprezzabile l’equilibrio della posizione, giustamente prudente, assunta dallo spagnolo: egli non sostiene la tesi radicale secondo cui «la verità non esiste», ma, come si è già detto, propende per una strategia interpretativa più raffinata, scegliendo di adottare il paradigma di postfattualismo in luogo di quello di postverità [pp. 246 e ss.]. Il saggio non indulge in accomodamenti semplicistici, dacché l’autore sa bene che soluzioni facili non esistono. In questo senso, l’ampio ricorso alle categorie di descrittivismo e normativismo si rivela particolarmente fecondo: per evitare di banalizzare la profondità analitica della trattazione, Arias Maldonado rinuncia a formulare raccomandazioni normative, che rischierebbero di far scivolare il suo lavoro in un tedioso paternalismo intellettuale. Al contrario, il libro si chiude con una nota di disincanto: pur mantenendosi nell’alveo della tradizione liberale, l’autore se ne distacca in parte, prendendo le distanze dall’eccessivo ottimismo che ne contraddistingue larga parte [p. 217] – senza tuttavia abbandonarsi a un pessimismo radicale. Tale impronta si riscontra nitidamente nella riflessione conclusiva, dedicata al cittadino – quell’ironista melancónico tratteggiato ne La democracia sentimental, figura emblematica delle democrazie liberali tardive, che ha imparato a prendere le distanze dalla politica senza, però, aver abbandonato del tutto la scena [p. 259]. Spesso i cittadini non osservano comportamenti democratici, agendo piuttosto da partigiani, contribuendo così – non sempre inconsapevolmente – a perpetuare le distorsioni del sistema. Forse, osserva in chiusura l’autore, all’elettore interessa soprattutto che la forza politica che sostiene conquisti il potere, a prescindere dal rispetto delle regole (liberal)democratiche. Epperò, in questo modo, finisce per alimentare quelle stesse dinamiche che a sua volta subisce, venendo così ad assumere il duplice ruolo di vittima e di complice: il disinteresse nei confronti della verità al solo scopo di delegittimare l’avversario è certamente un torto. Perciò, per quanto i leader politici – e i mezzi di comunicazione, tradizionali e digitali – recitino la parte principale in questo dramma sull’erosione della verità pubblica, i cittadini vi prendono parte in qualità di co-protagonisti. È da qui, dunque, che la riflessione dovrebbe (ri)partire: da una consapevolezza rinnovata del ruolo che ciascuno di noi, come cittadino, è chiamato ad assumere.

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