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Gianfranco Miglio, dieci anni dopo

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di Sara Zanon

Al di là delle occasioni celebrative e degli anniversari, è giunto il momento di tornare al pensiero di Gianfranco Miglio. Considerandolo non soltanto nella sua veste di ideologo del leghismo, come si è continuato a fare enlle rievocazioni sulla stampa in occasione del decennale dalla morte, ma per apprezzarne il prezioso lavoro di glossatore della politica e di studioso.

Scavando nella sua opera si ha, infatti, la possibilità di scoprire molti degli strumenti di cui abbiamo bisogno per comprendere un evento storico, una teoria politica, un processo di trasformazione sociale e culturale.

Una scoperta sempre utile per chi ama la politica e la vuole conoscere, facendola propria con gesti e parole nuove: la storiografia visionaria di Erodoto, l’arguzia descrittiva di Tucidide, l’incisiva chiarezza di Guicciardini, sono esempi “classici” che possono darci la misura di chi fu Miglio per la politica italiana del Novecento.

In particolare, risulta interessante esplorare il percorso formativo del politologo e giurista comasco. Per comprendere le istanze critiche e le ambizioni conoscitive che sono state alla base del suo pensiero e che adeguatamente sviluppate nel corso dei decenni hanno rappresentato il tratto qualificante del suo stile di pensiero e della sua personalità scientifica.

Se è vero che nell’Alcibiade di Platone, la cura di sé raccomandata da Socrate ha i caratteri di un’opera di formazione che riguarda soprattutto i giovani che si accingono ad entrare nella vita pubblica, allora viene da chiedersi: come avvenne l’ingresso nella vita pubblica del giovane Miglio? Chi sono stati i padri putativi nel suo percorso formativo? In cosa questi pensatori concordano e in cosa differiscono dal punto di vista giuridico e politico, anche rispetto allo stesso Miglio? Questa forma mentis ha influenzato la formulazione dottrinale del professore comasco e se sì in quale modo?

Il giovane Miglio cominciò la sua avventura nel mondo delle idee frequentando la biblioteca di famiglia, nello specifico una raccolta naturalistica di volumi del nonno paterno, muovendo i primi passi nell’universo della conoscenza e manifestando fin da subito una forte predisposizione, come l’epoca imponeva, alla ricerca positivista. Ben presto affiancata da interessi più concretamente storico-politici, alimentati dalle lezioni liceali del suo professore di storia e filosofia, che egli stesso definì “crociano, ma senza darlo a vedersi”.

Ad alimentare il talento del giovane Miglio, accrescendo la sua innata voglia d’apprendere, giunse poi il fallimento della casa editrice Bocca di Torino, i cui volumi di sociologia e politologia empirica, facilmente acquistabili sulle bancarelle a poco prezzo, egli custodì da allora in poi, dopo averli divorati, come gioielli.

In seguito, Miglio intraprese la carriera accademica all’Università Cattolica di Milano, ma non per vocazione confessionale, dal momento che vantava, per sua stessa ammissione, ascendenze repubblicane e laiche convinte.

Nel suo iter di giovane studente apprese il diritto internazionale dal giurista Giorgio Balladore Pallieri, i cui studi sulla guerra nel sistema del diritto internazionale pubblico affascinarono la mente di Miglio. Lo studente comasco era pieno d’ammirazione per “il gelido e distaccato rigore con cui il professore disegnava i meccanismi delle istituzioni giuridiche sullo sfondo dei grandi scontri (…), ormai in corso e dominati dalla pura legge delle forza”.

La stima fu tale che Miglio chiese proprio a Balladore Pallieri di fargli da relatore nella sua tesi di laurea in giurisprudenza: Origini e primi sviluppi delle dottrine giuridiche internazionali pubbliche nell’età moderna.

In vista della preparazione della tesi, Miglio si dedicò ad un approfondimento multidisciplinare: dalla medicina alla biblioteconomia, sino alla tecnica biografica. Raccogliendo libri su libri, diede vita ad un peculiare sistema di archiviazione cartacea (di cui si sarebbe avvalso anche in seguito, ricordando questa esperienza di catalogazione con legittimo orgoglio) che conteneva ogni possibile fonte sul pensiero politico moderno che egli stesso avrebbe, successivamente, definito “viziato” da una “ingenua premessa ‘valoriale’: cercare di capire che cosa avrebbe finora impedito la fondazione della pace e della legalità universali e la messa al bando della violenza”.

Una premessa “valoriale” e una ricerca sul tema della “messa al bando della violenza” che non si esaurirono con la discussione della tesi di laurea, peraltro conclusasi brillantemente. Miglio divenne, così,  assistente volontario nella cattedra di Storia delle dottrine politiche del professor Alessandro Passerin d’Entrèves, che del tema in questione si era già occupato a sua volta con grande originalità.

Alessandro Passerin d’Entrèves nella sua Dottrina dello Stato aveva infatti distinto fra violenza e potere: “Dobbiamo decidere se e in che caso il ‘potere’ può essere distinto dalla ‘forza’ per accertare in che modo il fatto di usare la forza in base alla legge cambi la qualità della forza stessa e ci offra un quadro completamente diverso dei rapporti umani” dato che “la forza per il semplice fatto d’essere qualificata, cessa d’essere forza”.

Il potere, secondo Passerin d’Entrèves, era la “forza istituzionalizzata” o “qualificata”. In sintesi il potere venne considerato dal maestro di Miglio come un tipo di violenza più mite. Non a caso questa stessa concezione è presente non solo nel bagaglio originario, ma anche nella produzione scientifica successiva di Miglio.

Grazie all’insegnamento di Passerin d’Entrèves, Miglio prese altresì confidenza con la Filosofia politica medievale di Richard Hooker e con gli illustri trattati di Paul Janet. La familiarità con questi lavori gli permise di riflettere sui nessi più o meno velati fra confessione religiosa e scelte politiche, tema che era stato a sua volta affrontato da Ernest Troeltsch, un autore la cui lettura si rivelò a sua volta fondamentale.

Passerin d’Entrèves e Balladore Pallieri ebbero, dunque, un ruolo decisivo nella formazione di Miglio. Entrambi, a vario titolo, posero condizioni e premesse metodologiche affinché Miglio ragionasse, negli anni successivi, sul pensiero del politologo tedesco Carl Schmitt. Un modello di scienziato della politica che divenne un autentico riferimento nella formazione dottrinale del professor comasco e con il quale egli si è confrontato criticamente per l’intero arco della sua vita di studioso.

A giudizio di Miglio, nei suoi scritti Schmitt aveva esponeva le sue idee senza domandarsi se fossero buone o cattive, auspicabili o detestabili. Semplicemente si proponeva,  nella tradizione del miglior realismo politico, di descrivere le dinamiche del potere e i meccanismi fondamentali della politica in tutte le loro diverse fasi e variabili fisiologiche.

Miglio ne concluse che Schmitt rappresentasse la tradizione tipicamente europea della scienza della politica in contrapposizione, soprattutto nel secondo dopoguerra, al superficiale empirismo descrittivo della scuola politologica americana.

Nel ritratto di Schmitt fatto da Miglio negli anni successivi, si possono leggere cenni autobiografici, relativi alla sua formazione e alla sua impostazione, consistente nell’analizzare il fenomeno del “politico” in una prospettiva temporale ampia, sulla base di categorie storiche rigorose e senza concessioni all’ideologia.

Mentre l’equazione “Schmitt uguale totalitarismo” impregnava la cultura fondante, Miglio si sforzò per cancellare quel convincimento negativo, insito in chi probabilmente non lo aveva neppure letto. Soltanto Ettore Adalberto Albertoni avrebbe più tardi sostenuto che rifacendosi a Schmitt Miglio avesse nutrito in realtà l’intenzione di superarlo. Volendo egli scrivere una storia dello stato moderno accompagnata da una serrata analisi di quali fossero le sue reali origini storiche, finirà in effetti per elaborare una contrapposizione radicale tra il modello dello Stato sovrano europeo classico e il modello federale, tra l’Europa degli Stati (da consegnare al passato) e l’Europa delle Città (che a suo giudizio, nel tramonto dell’epoca della sovranità assoluta, rappresentava invece il futuro della politica).

In questa chiave, va anche segnalato l’incontro/scontro di Miglio con il pensiero di Max Weber, al cui metodo scientifico – basato sull’avalutatività – egli sempre si richiamò nel corso delle sue ricerche. Miglio fu tra i primi in Italia ad interessarsi del metodo scientifico weberiano e ad applicarlo in modo rigoroso, arrivando a considerare, non solo la politica, ma anche la scienza, una vera e propria “professione”.  La lettura di Weber l’indusse, inoltre, ad indagare l’importanza delle istituzioni rispetto alle idee : queste ultime, infatti, sosteneva Weber, diventano storia quando non solo generano comportamenti, ma soprattutto quando si traducono in regole di condotta, cioè appunto in istituzioni (un’idea che in Italia era stata sostenuta da Gaetano Mosca, altro nume tutelare del politologo comasco).

Dai suoi maestri di gioventù, mai dimenticati nella sua maturità, Miglio apprese la tecnica dell’astrazione concettuale e il metodo analitico nelle sue varie gradazioni: vale a dire gli strumenti fondamentali che secondo il filosofo Norberto Bobbio caratterizzano l’approccio peculiarmente europeo alla fenomenologia politica.

Un approccio che risulta particolarmente utile e prezioso ai giorni nostri, che tendono a considerare la politica – quella pratica e quella teorica – un’arte alla portata di tutti, ovvero una scienza da bar. Pensiamo, ad esempio, al modo con cui viene oggi trattato il tema del federalismo, diventato più che un modello politico un vessillo da sventolare per ragioni propagandistiche. Un approccio che Miglio – fedele alla conoscenza scientifica e all’insegnamento dei suoi maestri – non avrebbe assolutamente tollerato.

Giusto dunque ricordare Miglio, ma privilegiando lo studioso e lo scienziato rispetto al politico e al militante. Che è esattamente l’obiettivo del numero monografico che la “Rivista di Politica” ha deciso di dedicargli a dieci anni dalla sua scomparsa.

 

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