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Sulle passioni tristi e felici. Considerazione politica sui tempi indignati

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di Giulio De Ligio

I tempi di passioni tiepide e disorientate invitano alla meditazione, a interrogazioni collettive, talvolta anche a esami di coscienza personali. Sembra più che mai auspicabile che un simile invito sia oggi seriamente accolto dai buoni europei. Sotto il sole non c’è molto di nuovo, ma quello che illumina il Vecchio Continente sembra a molti, e da tempo, sulla via del tramonto, sempre meno fonte di calore. Nuove «crisi» fanno irruzione in tessuti politici già prossimi alla lacerazione, perciò perplessi e incapaci di coesione e re-azione. La coscienza inquieta delle società europee pare in questo senso «comprensibile», almeno se si presta ascolto alle opinioni della loro pubblica piazza, a ciò che dicono di sé: l’incapacità ad agire nel mondo e a dire il proprio nome, la loro apatia che è al contempo afasia, non le induce solo a constatare più o meno lucidamente l’esaurimento progressivo del capitale materiale e spirituale ereditato dal passato, ma suscita anche il desiderio di superare la diffusa rassegnazione o indifferenza, di porre un argine allo svuotamento – o «neutralizzazione»? – dei loro princìpi e istituzioni, di trovare una missione alternativa dopo il ripiegamento novecentesco, non solo geografico, negli indeterminati confini del continente. Sono, queste, impressioni ma palesate da ormai tanti sintomi.

La neutralizzazione della paura della morte violenta non si rivela «esaustiva»: si invocano vecchie o rinnovate passioni – come se né le illusioni né le disillusioni del progresso fossero in fondo bastate a soddisfare o far tacere domande e aspirazioni. La «vitalità», o la rinascita, delle società europee sembra allora passare anche per il discernimento di quelle risorse che tante, memorabili pagine filosofiche, storiche e letterarie dell’avventura europea continuano a trasmettere – a ben vedere come un testamento da meditare – in tutta la loro eloquenza: vi sono passioni tristi e passioni felici che si assomigliano senza coincidere, con le prime che pervertono o falsificano le seconde; vi sono passioni impotenti o edificanti, supplementi d’anima, e passioni capaci di inscrivere i princìpi nel reale, perciò «vere»; vi sono passioni facili o ambigue e passioni modeste e nobili, oltre che faticose; vi sono, soprattutto, passioni che elevano o uniscono – e le loro forme corrotte: il risentimento non è domanda di giustizia, l’amor della libertà e della verità non accompagna sempre l’odio del tiranno o del presunto tale. Alla riflessione sulla nostra situazione gioverebbe perciò tenere a mente l’avvertimento tante volte trascurato che, nella condizione politica che appartiene agli uomini, anche quelle che si presentano come nobili passioni si sono talvolta rivelate miti distruttori o tragiche compagne di strada di questi ultimi.

Pochi sentimenti sembrano oggi esprimere o ricordare una simile, permanente ambiguità o indeterminatezza quanto l’indignazione. Il bollettino quotidiano della conversazione civica di molti paesi europei non ha smesso, almeno fino alla tregua imposta dalle urgenze della nuova «crisi», di registrarlo: ci si appella ad essa come all’unico residuo motivo di azione o reazione, la si evoca come fonte di giustificazione e identificazione collettiva, la si ostenta – anche sragionando – per dar prova di buoni sentimenti o rappresentatività popolare. Per tornare alla «vita» o ritrovare la «morale», oggi l’appello velato o esplicito di politici, commentatori e scrittori suona ormai diffusamente così: «indignati di tutto il mondo, indignatevi!». È come se l’esaurimento delle religioni secolari, nel momento stesso in cui liberava lo spazio politico da promesse consapevolmente messianiche, avesse innescato nello stesso – in sembianze spesso «sociali» o «private» – una proliferazione di aspettative e rivendicazioni suscettibili di divenire, appunto, indignate di fronte ad ogni constatazione dell’incompiutezza o pesantezza del reale. Sentimento ambiguo o fuorviante, benché plausibile e seducente agli occhi dei più in società private della trascendenza e del «futuro» ma non ancora delle loro aspettative, l’indignazione conferma in più di un senso la fondatezza e l’attualità dell’avvertimento ricordato in precedenza.

Passione reattiva più che teleologica, rischia sempre di risolversi in enunciazione rituale dei mali della storia, tanto edificante e retorica quanto impotente e incapace di contribuire alla concreta attualizzazione dei beni nel sublunare. Attitudine impaziente, non predispone alla comprensione del mondo (vi è indignazione anche in certi «concetti») né all’azione prudente e responsabile, coraggiosa e lungimirante, dunque davvero «appassionata», in esso. Sentimento «secolarizzato», rischia sempre di tradurre la sua coscienza della giustizia tradita dell’universo più in un Grande Rifiuto che in un compito quotidiano o in un grido di Giobbe. Non unisce davvero gli uomini attorno ad una causa, in vista di un fine comune, non suscita né supporta la riflessione né illumina gli spazi e il dovere dell’agire personale. Reazione morale nei casi estremi che segnano talvolta l’esperienza umana del mondo, non si presenta insomma come una passione che orienta ed eleva, che muove davvero alla ricerca delle migliori possibilità che si offrono all’uomo nella storia. È perciò forse lecito sperare che altre virtù, altri sentimenti, altre disposizioni dell’intelletto e della volontà giungano ad aver voce o a trovare illustrazione in una pubblica piazza europea da tempo disertata da nobili azioni e parole. Avrebbe molto a che fare con la nostra situazione «comune», «politica».

Parlando di passioni neglette e irrise, ebbe a scrivere uno spirito novecentesco – Julien Freund – che fece del politico la sua avventura in un tempo di sentimenti e speranze all’apparenza estreme: «L’ammirazione è oggi una passione discreditata, passa persino per ridicola. Ora, mi sembra che chi non sa ammirare cade nell’adulazione o nell’indifferenza. Come amare senza ammirare? [...] Un mediocre non ammirerà mai nessuno, ed è per questa ragione che è mediocre: troppo pieno di sé, non sa riconoscere ciò che l’altro gli apporta». Quanto un simile avvertimento lascia intravedere del necessario discernimento dei motivi all’origine dell’esperienza personale – l’ammirazione muove, con un certo spirito e in una certa direzione, all’azione e al pensiero – ha un suo classico corrispettivo nell’ordine politico, se è vero, come ha ricordato memorabilmente Leo Strauss, che il carattere, il tono, l’orientamento complessivo di una società dipende dai tipi umani, dai costumi e dagli obiettivi che questa ritiene eminentemente autorevoli o, appunto, «degni d’ammirazione».

Non è allora un orizzonte più basso, angusto o mediocre a tutelare l’umanità delle società libere e democratiche; non sono le passioni in quanto tali a preservare il loro movimento dal rischio di indifferenza e svuotamento. Di fronte ai mali della politica come nella libertà, non sembra possibile fare a meno di interrogare le ragioni delle passioni, di esperirle e pensarle in un’attualità storica opaca e imperfetta, di educare o invocare, come il re Salomone, un cuore capace di intelligenza – e di saggezza politica.

 

 

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Category: Cultura/culture, RdP online

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