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Le difficili sfide di Obama

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di Renata Gravina

Jim Clifford, dal 1988 a capo del Gallup, centro di studi sull’opinione pubblica, ed autore del libro The Coming Jobs War, intervenendo il 17 settembre scorso sul “New York Times” definisce “necessario che l’America incrementi il lavoro di qualità perché gli americani non svolgono lavori che li paghino a sufficienza per cavarli fuori dalla condizione di povertà […] il desiderio primo di ciascuno nel mondo è quello di avere un buon lavoro. Qualsiasi altra cosa viene dopo”.

Il piano American-Job- Act che il Presidente Obama ha presentato l’8 settembre al Congresso americano in seduta congiunta è un pacchetto di stimolo alla crescita di 447 miliardi di dollari.

Il settanta per cento degli interventi che il presidente prevede riguarda rimborsi fiscali sia per l’economia che per le imprese mentre il restante trenta per cento degli aiuti ipotizza investimenti per infrastrutture ed istruzione.

Al pacchetto di aiuti pensato da Obama si affianca il piano che si appresta a varare la Federal Reserve guidata da Ben Bernanke. Il timoniere della banca centrale americana è disponibile ad effettuare una nuova immissione di liquidità in modo tale da far aumentare gli investimenti e di riflesso l’occupazione. Per quanto riguarda la riduzione del deficit si dovrebbe sommare un intervento ferreo contro le scappatoie dell’imposta sulle società ad un generale aumento della tassa patrimoniale.

Obama prevede l’eliminazione delle riduzioni fiscali della Bush era per le famiglie con reddito elevato. La nuova imposizione fiscale denominata Buffett Rule, la regola di Buffett, dal nome del secondo miliardario più ricco d’America, sarà uno dei punti centrali del piano anti-deficit, puntando a tagli per almeno 2.000 miliardi di dollari.

Da settimane il congresso americano è nel caos. All’antitesi tra democratici e repubblicani si sommano le faide interne alla destra americana, scissa a causa della crescita del Tea Party. Nel GOP, il Grand Old Party, Boehner Speaker della Camera dei Rappresentanti e Cantor leader dei Repubblicani, rappresentano lo zoccolo duro: pur avendo mostrato una inaspettata morbidezza verso alcuni punti, sono infatti fermi nella lotta contro qualsivoglia tassazione.

Il piano obamiano, illustrato nel dettaglio proprio in questi giorni, ha suscitato reazioni a destra e a sinistra. La destra considera eccessivi gli attacchi verso le categorie che più contribuiscono alla ricchezza della nazione mentre a sinistra il piano viene visto come un accomodamento continuo ai desiderata repubblicani.

James Carville, consigliere politico ed ex stratega di Clinton, esprime le preoccupazioni della sinistra, secondo la quale il presidente Obama “è guidato interamente dal capo dello staff William Daley che sarebbe interessato a trovare compromessi elusivi con i repubblicani piuttosto che perseguire politiche progressive per il lavoro”. In questo modo il Presidente di fatto tradisce il suo elettorato democratico procedendo per passi a dir poco singhiozzanti per evitare il tracollo parlamentare.

Per Paul Krugman, economista e commentatore intervenuto a proposito del piano di Obama sul “New York Times” l’11 settembre, esso lascia invece favorevolmente sorpresi: “Probabilmente – dice – darà un impulso alla disoccupazione”. Krugman rileva come importante discorso della settimana oltre allo speech presidenziale,  quello di Charles Evans Presidente della Federal Reserve di Chicago. “Evans ha detto ciò che molti di noi aspettavano da anni da parte dei rappresentanti la Fed cioè che la Federal Reserve dovrebbe cercare di mantenere inflazione e disoccupazione a livelli bassi”. Se l’inflazione – nota Krugman – sembra attestarsi sul target atteso di circa il due per cento, la disoccupazione rimane estremamente alta. “Così come una banca centrale reagirebbe combattendo un aumento del tasso d’ inflazione” – afferma Evans – “dovrebbe similmente combattere per migliorare le condizioni nel mondo del lavoro”.

Inflazione e andamento delle borse sono stati i temi che in queste settimane hanno riempito le pagine dei giornali ed hanno indotto a continue modifiche di rotta da parte dei governi occidentali. Tornando al libro di Clifford The Coming Jobs War , ci si potrebbe chiedere come è possibile che un americano possa sognare a good job quando  esso risente immanentemente della finanza, quella che Capograssi assimilava  all’ interdipendenza tra esperienza economica e giuridica. In questa epoca l’esperienza economica ha infatti sopraffatto quella politico-giuridica e la gestione e l’andamento del lavoro risentono del parassitismo economico. I movimenti dei governi e dei singoli cambiano a seconda dello share che ottengono nelle quotazioni in borsa, come sintonizzati sul “canale economico“.

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Category: Osservatorio internazionale, RdP online

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