Italia

A pensare l’Italia ci si deprime. Dialogo su un declino conclamato

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di Danilo Breschi*

Di un libro così si sentiva proprio il bisogno nel bel mezzo delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità italiana. Pensare l’Italia è il titolo di un serrato e scoppiettante dialogo tra Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone. Gli interlocutori stanno l’uno all’altro come il giorno alla notte e quindi il contrappunto è costante e gustoso per il lettore. Talvolta il loro conversare sembra un dialogo tra sordi o l’accostamento di due monologhi. Raramente i due concordano, ma è un vantaggio per il lettore che ha così a disposizione due libri in uno.

Il libro si propone di “pensare” l’Italia e a farlo seriamente e senza retorica ci si rende conto che un tale pensiero finisce per deprimere tutti coloro che a questo Paese in qualche modo si sentono di appartenere o sanno che difficilmente potranno abbandonarlo. L’attualità è il cuore del confronto; la storia ce ne svela radici e genealogie.

È diffusa nella penisola la crescente sensazione che l’Italia abbia imboccato «una china discendente da cui le è sempre più difficile risalire». Così scrive Galli della Loggia, il quale ricorda come due sono i principali motivi di questa depressione strisciante e dilagante tra l’opinione pubblica italiana. Da un lato siamo tutti sempre più consapevoli che i nodi di errori fatti nel passato stanno venendo al pettine, uno dopo l’altro. E parliamo di mancate riforme istituzionali e strutturali, di un debito pubblico allegramente alimentato da una classe politica irresponsabile a caccia di continui consensi elettorali e con la compiacenza di una società civile talora più corrotta dei suoi corruttori (d’altronde, la democrazia non è il governo del popolo?). Molto altro ancora si potrebbe elencare, come le privatizzazioni frettolose e scriteriate o una scuola e un’università devastate dalla retorica dell’egualitarismo e della “democratizzazione” anche nella selezione dei talenti e dei meriti («una scuola che vorrebbe educare all’eguaglianza e alla democrazia, ma non riesce a trasmettere più, se non malamente, formazione e sapere», ammette l’ex comunista Aldo Schiavone). Dall’altro lato, a oltre vent’anni dal crollo del Muro di Berlino è chiaro a tutti che si sono definitivamente esaurite quelle favorevolissime condizioni geopolitiche che ci consentivano di concentrare scelte economiche e politiche entro la sola dimensione nazionale e locale e di spendere e spandere allegramente alle spalle di altri, figli e nipoti compresi.

È ormai evidente che il divario generazionale si faccia ogni giorno sempre più ampio e irritante. Non ancora insopportabile grazie alla tradizione familistica, o anche benignamente familiare, che innerva la nostra società civile, ma se anche nonni e padri avranno sempre meno patrimoni in deposito da distribuire a figli e nipoti la tensione sociale potrebbe acuirsi. Non tanto da far saltare uno stato di relativa pace sociale, di cui fortunatamente beneficia l’Italia da circa trent’anni, quanto piuttosto da aggravare quella disgregazione e frammentazione del tessuto comunitario che da sempre ci contraddistinguono ma che nell’ultimo secolo sono aumentate. In sequenza le “lacerazioni del Novecento” sono state: la prima guerra mondiale, il biennio rosso e quindi la dittatura fascista, la seconda guerra mondiale e la conseguente doppia disfatta, militare e morale, con l’appendice di una guerra civile che da più parti non si intese come chiusa nel 1945 ma si riaprì negli anni Settanta per poi spegnersi più per esaurimento che per superamento delle sue cause profonde, e quindi un benessere drogato dalla mano pubblica abusata dal “sistema dei partiti”, per non dire poi di un Mezzogiorno mai sfidato nei suoi problemi e sempre blandito tramite il sistematico compromesso con le sue ataviche debolezze e le sue classi “(per nulla) dirigenti”, come le ha chiamate Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” del 16 ottobre 2010, dove ha ricordato come «la democrazia è servita al Sud, più che per curarsi degli antichi vizi, per accrescere il proprio potere contrattuale nei confronti dello Stato e delle regioni più sviluppate».

La questione meridionale è forse il punto meno approfondito del confronto tra Galli della Loggia e Schiavone, anche se il primo sottolinea come il carattere italiano odierno veda predominare l’apporto antropologico meridionale rispetto a quello centro-settentrionale. La società civile meridionale sarebbe contraddistinta, sempre secondo Galli della Loggia, da una «forte propensione all’illegalità e, in certi casi e in certi strati sociali, alla violenza». A incidere fortemente è stata la debolezza che il potere centrale ha avuto storicamente nel Mezzogiorno. Le pubbliche istituzioni sono state incapaci di avere il monopolio di un uso legittimo della forza, appannaggio di privati che ne hanno fatto un ben diverso utilizzo, illegittimo e particolaristico. Questi soggetti “privati”, extrastatali e antistatali, un tempo furono i signori feudali, in seguito i proprietari fondiari, mentre oggi sono la mafia e la ‘ndrangheta (la camorra ha un’origine peculiarmente urbana e quindi più recente, ma sempre originata da politiche pubbliche sbagliate o assenti).

Il ritardo nella formazione di uno Stato centrale nazionale è comunque una tara storica dell’intera penisola. Galli della Loggia lo evidenzia a più riprese, di contro a Schiavone che invece reputa questo deficit come un problema relativo, oggi in via di superamento di fronte ai processi, pur travagliati, di integrazione europea e di globalizzazione economico-finanziaria. Ci pare aver maggior ragione il primo quando ribadisce che la lunga assenza di una monarchia assoluta di ambito nazionale abbia favorito una «struttura antropologica con una forte matrice urbano-familiare, a sfondo individualistico patologico, mai riuscita a diventare nazional-individuale in senso moderno». È mancata l’abitudine a sottostare ad un universo di regole generali ed astratte, ma per questo maggiormente promotrici di libertà ed eguaglianza nei diritti di quanto non possano esserlo strutture corporative e familiari o, per meglio dire, “claniche” ed egoistiche. Il senso civico non nasce dalla divulgazione dei trattati dei filosofi ma dal disciplinamento sociale di forti e motivati poteri politico-statali. Sotto questo aspetto Nord, Centro e Sud si distinguono assai poco e forte è la sensazione che di fronte alle minacce oggi incombenti di un collasso finanziario e fiscale dello Stato unitario si voglia adottare un atteggiamento del tipo “si salvi chi può”. Lo confermerebbero le ultime prese di posizione di una Lega Nord tornata ad evocare la secessione, sua parola-totem che in questa situazione rende il “padano” molto simile al vecchio esponente della peggiore antropologia italiana: uno che cerca la fuga nel proprio “particulare” quando le cose si mettono male.

Per il momento ci fermiamo qui. Il dibattito tra Schiavone e Galli della Loggia offre moltissima materia di riflessione circa lo status rei publicae Italiae. Altri temi di discussione e polemica meriterebbero attenzione. Ci sarà tempo e modo per tornarvi sopra e scoprire quante siano le ragioni, vere o presunte, del declino italiano.

* Storico del pensiero politico

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Category: Letture e recensioni, RdP online

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