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Il sogno (ancora lontano) di uno Stato palestinese

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di Renata Gravina

Mahmoud Abbas, Presidente dell’ Autorità Nazionale palestinese, ha esordito all’Assemblea Generale dell’Onu con la richiesta di membership per il suo popolo ad incorniciare quella che ritiene essere un’altra primavera in coda ad un medio oriente in rivolta. “La mia gente desidera esercitare i propri diritti per godere di una vita normale come il resto dell’umanità”.

A queste parole il primo ministro israeliano Netanyahu ha risposto che i palestinesi cercano invece uno “stato senza la pace” e che non sono armati solo con “speranze e sogni”. “I palestinesi dovrebbero – per Netanyahu – prima fare pace con Israele e poi avere un proprio Stato. Se questo dovesse accadere per il tramite di una soluzione a due Stati, che riconosca Israele come Stato ebraico, Israele sarà il primo a riconoscere la Palestina”.

Le parole del premier israeliano fanno fede alla soluzione prefigurata dal Quartetto, un nucleo composto di rappresentanti Onu, Usa, Russia ed Europa, che chiama i diplomatici ad un “preparatory meeting”, da porre in essere entro un mese al fine di negoziare la pace tra israeliani e palestinesi.

Il presidente Abu Mazen si può dire forte delle migliaia di rifugiati euforici rispetto all’idea presidenziale, pronti con bandiere e slogan di libertà, e può contare ugualmente sull’ appoggio della Turchia del premier Erdoğan che accusa Israele di ostacolare ogni possibile soluzione al problema palestinese.

Abbas ha richiamato nel suo discorso all’Onu il leader storico del movimento di liberazione della Palestina, Yasser Arafat, per poi formulare solennemente la richiesta di riconoscimento dello stato palestinese come membro Onu.

Per il giurista Alan Dershowitz, docente di Harvard e autore di appassionati saggi pro Israele, quali The Case for Israel, “Il tentativo del presidente palestinese di chiedere l’ammissione di uno Stato palestinese all’Onu è un errore disastroso che pagherà con un prezzo personale altissimo”. Egli è convinto che siamo alla vigilia di una nuova intifada. “Abbas – dice – ha sollevato nel suo popolo attese enormi che non potrà mai soddisfare. Quando vincerà all’Assemblea Generale, i palestinesi gli chiederanno l’indipendenza che può venire solo attraverso negoziati diretti con Israele. La loro delusione si trasformerà in violenza, non solo contro lo Stato ebraico ma anche contro Abbas. La storia si ripete”.

Abu Mazen, in effetti ha valutato la possibilità di rivolgersi direttamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu in violazione degli Accordi di Oslo, una volta rifiutata la proposta, appoggiata soprattutto dagli Usa, di discutere con il presidente israeliano Netanyahu la creazione di Israele e Palestina come Stati indipendenti senza precondizioni.

L’ autorità nazionale palestinese, che dal 1988 è definita “Stato di Palestina”, per essere riconosciuta come stato sovrano ai fini del diritto internazionale necessita dei requisiti canonici: territorio, popolazione ed esercizio effettivo di un’autorità indipendente e sovrana, caratteri di cui ancora non dispone. I palestinesi cercano però la membership presso l’ Onu come ultima trincea per preservare una soluzione a due stati iniziata con la risoluzione 181 Onu.

Fautori di tale politica, personaggi come Sir Brian Urquhart, ex sottosegretario generale delle Nazioni Unite, la considerano un modo per spostare l’asse d’attenzione dal ruolo che Israele occupa in tutto il medio oriente ed un modo per trarre vantaggio dalla primavera araba. Anche l’analista Mouin Rabbani crede si cerchi di “internazionalizzare il tema palestinese tanto da fare sì che esso cessi di essere appannaggio esclusivo della politica estera americana”.

La politica americana di Obama, attore pivotale per Abbas, si delinea nel solco di una considerazione storica: la richiesta palestinese può essere valutata solo se inserita nel quadro di un confronto diplomatico tra israeliani e palestinesi nel quale entrambe abbiano pari peso. Obama deve far fede all’appoggio ad Israele storicamente reiterato da parte degli americani e deve mostrare una posizione sicura in un contesto internazionale già reso incerto dai movimenti diplomatici degli altri Stati. Susan Rice, ambasciatrice Onu, è intervenuta dichiarando a tal proposito che “al fine di ottenere la creazione di uno Stato palestinese con confini chiari, sovrano, con la capacità di proteggere se stesso e di fornire sicurezza per il suo popolo, ci deve essere una soluzione negoziata”.

Forse il Quartetto diplomatico che dalla scorsa settimana ha avanzato ipotesi di risoluzione potrebbe, unendo i piani dei singoli, arrivare ad una soluzione unitaria che scenda a compromesso rispetto ai desiderata palestinesi di ritornare ai confini del 1967 ed a quelli israeliani di essere riconosciuti come Stato Ebraico, sempre che il dialogo diplomatico non si interrompa.

La partita è aperta e appare di difficilissima soluzione.

 

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