Italia

Sulle ragioni (dubbie) che giustificano l’esistenza dello Stato

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di Fabio Massimo Nicosia

Secondo Robert Nozick, il problema fondamentale della filosofia politica non è come debba essere governato uno Stato, ma se debba esistere uno Stato.
In base a tale approccio, il primo problema che si pone al filosofo politico è quindi di individuare giustificazioni dello Stato. La nostra ipotesi è che, in ultima analisi, uno Stato possa avere un’unica giustificazione: realizzare i beni pubblici, sul presupposto che il mercato fallisca nel realizzarli.
Ciò pone un primo problema: individuare quali siano questi beni, meritevoli (Musgrave) di essere definiti “pubblici”. Si potrebbe fare un lungo elenco di beni di tal fatta, ma la nostra impressione è che tutti siano riconducibili a un unico concetto: il diritto.
In altre parole, uno Stato è legittimo, se, seguendo Hobbes, il mercato fallisce nel realizzare il diritto, le regole della convivenza e, di conseguenza, tutti i beni materiali riconducibili a tale nozione, o ad esso subordinati.
Il problema è però che noi non sappiamo con esattezza se il mercato sarebbe in grado di realizzare il bene pubblico “diritto”, e gli altri subordinati, perché noi viviamo da secoli in regime statalista, e quindi vero è che il mercato non ha mai avuto modo di dispiegarsi pienamente, ma solo parzialmente in questo o in quel campo specifico. E lo stesso Hobbes, a ben leggere, non escludeva affatto che nello stato di natura vi fossero momenti realizzati e felici di cooperazione tra gli individui.
Gli statalisti ritengono che i beni pubblici sono realizzabili solo in regime di costrizione tributaria, dato che, spontaneamente, la loro realizzazione sarebbe frustrata dal free-riding e dal dilemma del prigioniero, nel senso che nessuno o pochi contribuirebbero spontaneamente alla realizzazione dei beni pubblici, nella prospettiva di usufruirne poi gratuitamente.
Ma quali sono poi questi beni pubblici irrealizzabili privatamente? Sono i beni detti inescludibili, nel senso che sarebbe impossibile impedirne la fruizione da parte di chiunque, dimodochè anche chi non vi avesse contribuito potrebbe trarne beneficio e vantaggio.
Per contro la cultura liberale ha individuato casi di beni pubblici, che, pur inescludibili sono stati realizzati privatamente. Ad esempio, Ronald Coase ha proposto l’esempio del faro, bene pubblico per eccellenza e definizione, che in Gran Bretagna trovò realizzazione tramite contributi volontari dell’utenza.
Verrebbe da dire che gl’inglesi hanno più senso civico di noi, e che quindi anche la realizzazione spontanea dei beni pubblici dipende dal livello di civiltà di una nozione o di una comunità.
Tuttavia occorre distinguere tra beni pubblici e opere pubbliche. Queste ultime, in realtà, molto spesso non hanno il carattere dell’inescludibilità e comportano rivalità nel consumo. Più precisamente andrebbero definiti beni collettivi, in quanto riguardanti una pluralità di persone, ma in regime di congestione e non di accesso totalmente libero. Ad esempio, un palazzetto dello sport ha un numero predefinito di posti, e quindi non può essere definito inescludibile.
In effetti, l’insigne giurista Massimo Severo Giannini definì “pubblica” qualsiasi opera per la cui realizzazione occorre seguire particolari procedure previste dalla legge. Il che però lascia impregiudicato di stabilire quali siano le opere soggette a quelle procedure, ma a questo provvede di solito la legge stessa. Si tratta quindi di nozione interamente affidata al diritto positivo, anche se, tra il serio e il faceto, potremmo affermare che sono opere pubbliche quelle di grandi dimensioni, volte a soddisfare i bisogni di una notevole quantità di utenti. Mentre per le opere di piccole dimensioni si parla piuttosto di “lavori” pubblici, e tali sono anche gl’interventi di manutenzione su opere pubbliche già realizzate.
Ciò non esclude, tuttavia, che anche un privato possa realizzare opere di grandi dimensioni: ad esempio, se gli stadi in Italia sono opere pubbliche in genere di proprietà dei comuni, in Gran Bretagna, essi sono di proprietà dei club calcistici e fanno parte del loro stato patrimoniale, certificando la solidità finanziaria della società.
In definitiva, su chi giustifica l’esistenza di uno Stato ricade per intero l’onere della prova che lo Stato sia indispensabile per effettuare determinati compiti, e questo vale non solo in una ipotetica situazione originaria, in cui partire da zero, per stabilire se lo Stato vada costituito o no. Ma vale ancor più vigente lo Stato, ogni qualvolta qualcuno propone di aggiungere nuovi compiti (nuove norme) al suo panel già abbondantissimo.

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