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La “lotta di classe” all’epoca di Obama

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di Gianni Ferracuti

La citazione della “lotta di classe” fatta recentemente da Barack Obama ha commosso alcuni nostalgici e gettato nel terrore Veltroni, al quale, come si dice a Roma, “è venuto uno sturbo”, all’ipotesi di vent’anni di distruzione del comunismo italiano gettati a mare in una sola notte. In  realtà, letta nel suo contesto, la frase di Obama è del tutto innocente e fa persino tenerezza, per noi, abituati al raffinato eloquio istituzionale di Calderoli: si tratta di un semplice espediente retorico in un comizio di campagna elettorale.
Però, volendo cercare il pelo nell’uovo, qualche riflessione si può fare. Se l’immagine della lotta di classe è usata in senso retorico, allora vuol dire che non si tratta di una possibilità reale, ma di un semplice fantasma di teoria politica. D’altro canto, se la situazione attuale è tale da consentire un richiamo, sia pure retorico, alla lotta di classe, vuol dire che questa nozione non è tanto distante dalla realtà: sarà un fantasma, ma si aggira per l’Europa e per il mondo.
La lotta di classe, teorizzata nel contesto della società ottocentesca, più semplice dell’attuale, si svolge tra due termini, il “padrone” e il “proletariato”; di questi termini, uno è compatibile con il nostro mondo, l’altro no. Lo sviluppo della società occidentale (e, in gran parte di essa, l’adozione di politiche di ispirazione socialista) hanno complicato l’articolazione sociale, producendo una robusta classe media (o piuttosto intermedia) non riconducibile ai due poli del patronato e del lavoratore. Padroncini, autotrasportatori, lavoratori autonomi, artigiani, piccoli imprenditori, cooperative, commercianti… non sono proletariato e, quando danno lavoro a qualcuno, non sono borghesia capitalista. Da questo punto di vista, l’idea di una lotta di classe non rientra nell’attualità.
La questione cambia se guardiamo all’altro termine della lotta: il capitalismo o il “padrone”.  A seguito della caduta del muro di Berlino e della sconfitta del comunismo è iniziato un processo, prima politico, poi economico e finanziario, di riduzione degli spazi di diritto, di cittadinanza, di equità sociale, di servizi pubblici, che in Europa erano stati conquistati dal proletariato e dalla classe media in cui esso si era “evoluto”. Questo processo ha provocato la progressiva riduzione della classe media, o intermedia, parallelamente all’emergere, in maniera scoperta, di un potere sovranazionale, incontrollabile, capace di condizionare gli stati, di usarli come strumenti repressivi, di depredare le economie di interi Paesi, legittimandosi con il suo mero esercizio di fatto, in base alla legge del più forte: è ciò che nella protesta popolare appare come “l’1%”, che opprime il “99%”, s’intende: della popolazione, concentrando nelle sue mani la quasi totalità delle ricchezze. Questa concentrazione di potere e ricchezza in un nucleo di persone sempre più ridotto è, appunto, ciò che fa tornare in mente il buon vecchio Marx: insomma, col concetto di “proletariato” abbiamo poco da fare, ma col concetto di “padrone” possiamo lavorare alla grande.
Proviamo allora a fare qualche aggiornamento: invece di dire “proletario” diciamo “lavoratore”. Lavoratore è chiunque produce il suo reddito col suo lavoro, col suo impegno, la sua faccia, nel rispetto della legalità: non solo l’operaio, ma anche il piccolo imprenditore, il commerciante, ecc. Se, escludendo le multinazionali, i centri finanziari, i poteri più o meno occulti, i grandi fondi di investimento e, in una parola, il capitalismo vero, diciamo: lavoratori di tutto il mondo unitevi -ecco che la lotta di classe (con un Marx corretto allo Juenger) rinasce in un nuovo corpo, come l’araba fenice. Perché se non c’è questa unione, singolarmente, presi a uno a uno, i pescatori, gli autotrasportatori, gli studenti, i tassisti, i farmacisti, gli operai della Fiat, quelli che sono sui tetti o sulle gru, e persino gli insegnanti, le donne e l’Arci gay, singolarmente presi, ripeto, non hanno altra possibilità che provare a ragionare con la polizia di stato, e uscirne con le teste spaccate. Invece, uniti in un progetto politico… Forse Obama non ci aveva pensato. Forse bisognerebbe assumere un piazzista che vada dai nostri politici e dica: “Buongiorno, onorevole, qui stiamo facendo una rivoluzione: interessa il prodotto?”.

 

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Category: Cultura/culture, generico, RdP online

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