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Il tema sempre attuale della dittatura, tra cinema e realtà

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di Leonardo Varasano

L’ammiraglio Haffaz Aladeen, protagonista del film “Il dittatore”, è un condensato della peggiore tirannia: si abbiglia come Gheddafi (divisa militare, occhiali scuri e guanti bianchi); è crudele e sanguinario come Saddam Hussein; “gioca” a costruire la bomba atomica ed è radicalmente antisemita come Ahmadinejād. Un po’ Hitler un po’ Kim Jong-il – a cui la pellicola è ironicamente dedicata -, il personaggio interpretato da Sacha Baron Cohen, già primo attore del fortunato “Borat”, è il despota di Wadiya, un immaginario paese nordafricano, ricco di petrolio e di appetibili materie prime.

Come ogni vero e proprio tiranno che la Storia abbia conosciuto, Aladeen – spietato minus habens privo di compassione e senso del limite – si crede un semidio, si sente al di sopra di ogni legge umana e morale, si concede ogni arbitrio facendo strame di qualsivoglia diritto e libertà, si crogiola nella barbarie, si nutre di piccole e grandi perversioni, si dimena nella sfrenatezza, vive nello splendore più scintillante. Il padre-padrone di Wadiya deride la democrazia, odia l’Occidente e si oppone alla richiesta della comunità internazionale di effettuare un’ispezione ai suoi balocchi nucleari. Il che, va da sé, provoca immediate sanzioni da parte delle Nazioni Unite: convocato al consiglio generale dell’Onu, Aladeen si reca a New York per ribadire le proprie posizioni, a partire da una fede cieca, infantile e tracotante nella dittatura. Da qui in poi si innesca una trama fatta di equivoci (a iniziare dal classico scambio di persona) e risate a tratti esilaranti.

Il film, diretto da Larry Charles e realizzato mentre fioriva la cosiddetta primavera araba, ripropone, ancorché sotto forma di commedia agrodolce, il dramma delle dittature tra finzione e realtà, tra risate ed amarezza, tra tragedie presenti e possibili pericoli futuri. La pellicola, senza dubbio divertente benché caratterizzata da qualche eccesso di volgarità, ha più di un pregio: se da un lato mette in luce i tratti oleografici e caricaturali delle tirannie, esaltandone i non pochi aspetti ridicoli, dall’altro lato descrive una realtà deformata ma esistente. Molti, infatti, i riferimenti all’oggi, a partire dal trittico petrolio-barbarie-armi nucleari.

Parodia lievemente aspra di tirannidi ancora molto diffuse, “Il dittatore” affronta un tema – quello dei sistemi politici non democratici – di particolare attualità. Le cronache si occupano infatti in continuazione di veri e propri regimi autoritari, dall’Iran alla Siria, e di regimi decapitati che con molta fatica (e forti ingerenze esterne) anelano al pluralismo politico-sociale. L’eliminazione fisica del despota ed il ricorso ad elezioni – o, meglio, alla “illusione elettoralistica”, come la definisce Juan J. Linz – non comportano però un immediato approdo alla democrazia. Anzi, la fase di transizione può essere difficile e sanguinosa, talvolta presso che interminabile. Si pensi all’Iraq. Si pensi ai casi, geograficamente contigui eppure per molti aspetti dissimili, della Libia e dell’Egitto, proprio in questi giorni al centro dell’attenzione internazionale per l’elezione – da più parti vista con preoccupazione – del presidente Mohamad Morsi. Alla caduta dei tiranni – con i quali, giova ricordarlo, molti capi di Stato occidentali avevano per lungo tempo trattato da pari -, è seguito il caos, la guerra civile (più o meno strisciante), la repressione delle minoranze, la minaccia dell’estremismo religioso o di nuovi golpe. Da piazza Tahrir a piazza dell’Albero, dalla caduta di Mubarak – sul cui stato di salute si addensano nebbie e presunti complotti – a quella di Gheddafi, la democrazia sembra ancora un miraggio, le violenze e l’autoritarismo restano pericoli incombenti.

Alle risate e ai richiami all’attualità, “Il dittatore” aggiunge un implicito monito a vigilare contro la tirannide. In tempo di crisi, la sensibilità democratica diminuisce, il bisogno di autorità cresce e la dittatura può essere una soluzione suadente. Di fronte a difficoltà economiche come quelle presenti – ha scritto nei giorni scorsi Angelo Panebianco -, molte istituzioni si inceppano, il disordine aumenta e s’incrementa “il numero di coloro che sono disposti a rinunciare alla libertà in cambio di una drastica riduzione della complessità sociale”.

In un simile contesto, potrebbe dunque emergere un qualche nuovo Haffaz Aladeen spregiatore della democrazia. La quale democrazia, come sosteneva Churchill, resta “la peggiore forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”.

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Category: Cultura/culture, generico, RdP online

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