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L’interculturalità come prospettiva globale: una nuova iniziativa editoriale

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di Giuliano Gioberti

Studi interculturali” è la  nuova rivista digitale – con periodicità trimestrale – lanciata da Mediterránea, Centro di Studi Interculturali del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste. Il suo direttore è Gianni Ferracuti, docente di Letteratura spagnola presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste, nonché membro del’Istituto di Politica e collaboratore di RdP on line.

L’attività del Centro è dedicata allo studio di due aree tematiche principali. La prima ha carattere teorico: definire le nozioni di interculturalità, identità culturale, relazioni tra culture, nonché i rapporti tra ciascuna tradizione e il contesto generale indicabile con termini quali modernità o globalizzazione. La seconda consiste nello studio della struttura interculturale della tradizione spagnola, partendo dall’al-Ándalus musulmana, passando per la fase delle espulsioni (degli ebrei nel 1492 e dei moriscos nel Seicento), arrivando fino all’età contemporanea, senza trascurare la diaspora sefardita, che porta la cultura degli ispano-ebrei nel Sud del Mediterraneo e nella Penisola Balcanica. In prospettiva il Centro si propone anche un maggior approfondimento delle culture balcaniche, una estensione dell’indagine ai Paesi del Nord-Africa (soprattutto all’area francofona) e all’Italia, nonché una maggiore attenzione ai problemi teorici suscitati dalle relazioni interculturali.

Pubblichiamo di seguito il manifesto editoriale di questa nuova pubblicazione.

 

STUDI INTERCULTURALI

Interculturalità come prassi

Interculturalità è una parola entrata nell’uso in epoca recente, tuttavia i fatti a cui essa allude – le relazioni interculturali – rappresentano da sempre una realtà abituale nel mondo mediterraneo. Naturalmente, non tutte le relazioni tra popoli hanno carattere interculturale, come è evidente nei casi di ghettizzazione o di apartheid, o nelle guerre tra culture, in cui si mira all’annientamento dell’Altro. Perché vi sia una relazione interculturale è necessario che, a livello individuale o collettivo, due culture si riconoscano legittimamente pari dignità, pur nelle loro evidenti differenze.

L’interculturalità non mira all’eliminazione delle differenze tra due tradizioni, né cerca di creare una terza cultura ibrida o forme di sincretismo; al contrario, parte dall’accettazione delle differenze e si occupa, in primo luogo, di organizzare una convivenza sociale che ne salvaguardi la ricchezza. Da questo punto di vista, l’interculturalità è anzitutto una prassi.

Interculturalità non è relativismo

L’accettazione delle differenze, anche su temi fondamentali come la fede religiosa, non implica alcuna forma di relativismo: il relativismo è un tema del tutto eterogeneo, di cui l’interculturalità non ha motivo di occuparsi. I membri di ciascuna tradizione possono essere sinceramente convinti di vivere “nella verità”, e l’interculturalità non si pone il problema di criticare questa loro convinzione; tuttavia, se chi pensa di vivere nella verità non ritiene suo dovere ammazzare tutti gli altri, che vivrebbero nell’errore, ma tenta di convivere nel rispetto, si apre la possibilità della relazione interculturale, senza che vi abbia influenza la questione del relativismo.

Ora, la prima condizione per realizzare la convivenza dei diversi in un ambito sociale unico è capirsi: la prassi dell’interculturalità sfocia immediatamente nella questione teorica di conoscere l’Altro, e capire che cosa pensa e sente, con un’altra lingua, altre credenze, altri costumi e, soprattutto, un’altra storia.

Interculturalità è comprensione

Oggi si parla abitualmente di mediazione culturale, e il termine è accettabile se non allude alla costruzione di una cultura media tra due diverse, bensì al tentativo di rendere comprensibile all’Uno i comportamenti e le credenze dell’Altro. Questo non è un atteggiamento spontaneo, anche se avviene frequentemente, grazie al fatto che le persone comunicano e, parlando, si chiariscono. Spontaneo è piuttosto applicare alle forme della cultura altrui i criteri interpretativi della cultura propria. Ad esempio, è abbastanza comune sentire degli occidentali che, interpretando il velo delle donne islamiche alla luce della propria cultura, lo giudicano un simbolo di inaccettabile sottomissione della donna all’uomo: ignorano il valore che il velo assume per molte donne musulmane, anche femministe e impegnate in politica, le quali lo interpretano in maniera opposta.

A nessuno verrebbe in mente di affermare che il chador, indossato abitualmente dalle suore cristiane, è segno di maschilismo e rinuncia alla dignità; al tempo stesso non credo sia facile trovare una donna musulmana convinta che il corpo nudo nella copertina di una rivista sia simbolo di progresso e libertà. E poi, gli usi hanno una storia: nell’ellenismo il velo era attributo della matrona (la schiava non lo portava) e segnalava che la donna che lo indossava non era disponibile. L’hijab, che noi chiamiamo “velo” (chador è termine persiano) significa appunto tenda, schermo, ed è, in un certo senso, un muro di difesa. Peraltro, indossarlo non è un precetto coranico.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso le donne italiane indossavano il velo per entrare in chiesa: si trattava spesso di un fazzoletto di ridotte dimensioni, a dimostrazione del senso simbolico del gesto, del tutto estraneo a questioni di dignità della donna e maschilismo. Agli uomini era richiesto di stare a capo scoperto, mentre per entrare in una sinagoga occorre coprirlo. Lo scià di Persia, Reza Pahlavi obbligò le donne musulmane a togliersi il chador, costringendole a girare in pubblico a viso scoperto, provando di fatto la sensazione imbarazzante di essere nude in pubblico; con il successivo regime islamista il velo fu reso obbligatorio, e la polizia obbligò le donne a indossarlo: verrà il giorno in cui lo stato non si occuperà di queste cose e la scelta di velarsi o meno dipenderà dalla libertà e dalla propria cultura.

Si può giocare a lungo con variazioni sul tema “religioni e copricapo”, ma il senso è chiaro: nella relazione interculturale bisogna interpretare ogni fatto o atto in base ai suoi presupposti storico-culturali e non in base a criteri che gli sono estranei.

Comprendere l’altro, comprendere sé stessi

Naturalmente, capirsi è un tentativo e una condizione, non una soluzione. Posso capire intellettualmente certi comportamenti altrui che, legittimamente, continuano ad essere per me inaccettabili: ad esempio, l’infibulazione; in queste situazioni può accadere che la relazione interculturale sia impossibile da instaurare. Proprio perché interculturalità non è relativismo, può accedere che nasca un conflitto tra temi o posizioni che vengono ritenuti non negoziabili: in tal caso non si produce accordo e la cultura maggioritaria impone le sue norme. Sulla scorta della mia cultura, non esiste nessun ragionamento al mondo che possa farmi accettare una zona franca in cui, in Italia, qualcuno pratichi liberamente la clitoridectomia per ragioni religiose e culturali: dal mio punto di vista, o cambia la sua cultura, o se la porta altrove – come dicevo, la relazione interculturale è, nei fatti, un tentativo di costruire una convivenza sociale.

Mi rendo conto che questa posizione può apparire discutibile a molti, che vorrebbero l’intercultura come una pacifica accettazione di ogni cosa, purché appartenga a una tradizione: non funziona così nella realtà. L’errore nasce dal non avvertire che anche noi, bianchi occidentali razionalisti e laici, siamo un’etnia, una tradizione, e abbiamo credenze non mediabili, e che la relazione interculturale avviene molto spesso tra una cultura maggioritaria e una minoritaria: la pari dignità non si traduce automaticamente in pari peso sociale. Ne derivano due conseguenze.

In primo luogo, posso capire che certi comportamenti della mia cultura, che ritenevo “normali”, sono in realtà discutibili ed etnicamente connotati. Per esempio, noi crediamo nella laicità dello stato, e questo si traduce in Francia nel divieto di indossare a scuola simboli o abiti che facciano esplicito riferimento alle credenze religiose: è una posizione che, alla luce delle premesse della democrazia francese, appariva ovvia, “progredita”, e valeva come garanzia della libertà religiosa individuale. Questa ovvietà scompare di fronte a una minoranza che (senza necessariamente mettere in discussione i principi democratici), dà all’abbigliamento un valore simbolico, per sé molto importante, perfettamente compatibile col diritto costituzionale di professare liberamente la propria religione. Orbene, se l’obiettivo è uno stato laico, che garantisca ai cittadini la libertà religiosa, forse lo si consegue in forma più piena col comportamento opposto, cioè riconoscendo a ciascuno la possibilità di esercitare liberamente le sue scelte, e liberamente di seguirne gli usi. Viene meno la laicità dello stato se si consente a una suora di frequentare un istituto scolastico vestita da suora e a una studentessa islamica di frequentarlo col velo? Proibire tutti i simboli religiosi implica che la neutralità religiosa dello stato sottomette i cittadini a un obbligo insensato per loro; ammetterne la pluralità, implica che la neutralità religiosa dello stato si sottomette ai cittadini, garantendo e rispettando la loro libertà. La concezione francese della laicità dello stato è etnicamente connotata: il comportamento laico dello stato, in un’altra cultura, avrebbe altre forme e regolamenti. In questo caso, le esigenze della cultura minoritaria permettono alla cultura maggioritaria di migliorarsi e precisare il modo in cui tradurre in prassi i suoi stessi valori.

Personalismo e democrazia

In secondo luogo, il confronto tra le culture maggioritaria e minoritaria evidenzia una stortura o una lacuna nell’idea vigente di democrazia. Siamo abituati ad estendere a ogni situazione sociale il criterio della decisione presa a maggioranza, dove ogni persona equivale a un voto. Se si mette ai voti, in una scuola occidentale, la norma che proibisce alle studentesse islamiche di indossare il velo, o a un rabbino di avere sempre il capo coperto, è facile che la votazione rifletta i costumi della cultura maggioritaria e la norma sia approvata. Questa violenza nei confronti della cultura minoritaria sarà formalmente democratica, ma è realmente in sintonia con i valori profondi di una democrazia di persone? È possibile una democrazia reale e moralmente giusta fuori dalla prospettiva interculturale?

Identità complesse e mutevoli

La relazione interculturale è qualcosa che si tenta di instaurare partendo dalla comprensione dell’Altro, che è anche comprensione (o miglior consapevolezza) di me stesso. Nel momento in cui comprendo l’Altro, e quindi sono in grado di interpretarlo alla luce della sua cultura, può capitarmi di fare delle scoperte interessanti: per esempio, che certi elementi della sua cultura mi servono nella mia. Può trattarsi di elementi della cultura materiale: ad esempio, il cous cous o il kebab. O la bistecca condita con l’olio d’oliva (originariamente un uso ebraico). O può trattarsi di elementi più sofisticati, come i numeri arabi e l’algebra. O degli elementi che appartengono ai livelli più alti di una tradizione: l’influenza di Averroe nella Summa di san Tommaso. Questi casi non appartengono al campo dell’ibridazione o del sincretismo; al contrario, si tratta di un’incorporazione che irrobustisce la tradizione che li riceve.

Dai tempi del Profeta, cristiani e musulmani, per non dire degli ebrei, irrobustiscono le loro rispettive identità in una relazione interculturale, che tutto ha prodotto tranne la fusione in una cultura unica. Ogni tradizione culturale cresce e si arricchisce nella storia grazie all’incontro con altre culture. Laddove questo manca per un periodo di tempo considerevole, la tradizione culturale si sclerotizza, e il risultato sono quelle culture che chiamiamo primitive: i popoli etnologici che, parlando con rigore, sono piuttosto culture terminali. Se elenchiamo tutti gli elementi caratteristici della nostra tradizione, che hanno avuto origine in una tradizione estranea, non possiamo che restarne impressionati, partendo dalla pasta e dal caffè, passando attraverso l’uso dei pantaloni, e finendo con la nostra rispettabilissima religione, che è un culto nato nel Medio-Oriente.

Questo ci insegna che la nostra identità (ogni identità) non è una forma di vita fissa e definita una volta per tutte, bensì è una realtà vivente. Occorre, dunque, articolare il senso delle radici, che appartengono al passato, con la cura e la progettazione, che è rivolta al futuro. Immaginare che tradizione sia la ripetizione di ciò che hanno fatto i nostri antenati equivale ad amputarsi di quella creatività con cui i nostri antenati avevano costruito il loro presente. Ed è un errore ridicolo appiattire tutti gli elementi di un’identità tradizionale, assegnando loro lo stesso valore, senza distinguere tra credenze fondamentali ed elementi accessori legati ai tempi, alle mode, agli interessi individuali. Il “kebabbaro” (geniale neologismo) non inquina la nostra identità più del sushi, né una dieta a base di involtini primavera rende buddhisti. Noi, poi, che abbiamo portato la pizza napoletana in ogni angolo della terra, da Shangai a Katmandu!

Ambito sociale multiculturale

Si parlava poc’anzi di organizzare una convivenza sociale che salvaguardi la ricchezza delle differenze culturali: questo implica un ambito sociale che sia, in varie proporzioni, uno spazio multiculturale. Questa condizione rappresenta la normalità nella maggior parte del mondo odierno, ma ciò non significa che sia anche una novità. La multiculturalità è stata la condizione normale di tutte le culture del passato una volta superata un’eventuale fase iniziale di isolamento. Se oggi non ce ne rendiamo conto, e i fenomeni migratori ci sembrano nuovi e preoccupanti, è perché non ci siamo ancora liberati di alcune aberrazioni ideologiche nate nella nostra modernità: ad esempio l’idea di far coincidere la realtà-società con l’omogeneità etnica, o peggio ancora l’idea dello stato-nazione: un principio teorico irreale, secondo cui una cultura etnicamente omogenea produrrebbe una società i cui usi codificati non ammettono lo “straniero”, se non nella forma deludente del principio di tolleranza, e nel cui seno si produce uno stato che custodisce e salvaguarda i valori etnici attraverso la loro incarnazione in stili di vita imposti ai cittadini. Un popolo, uno stato, un capo – di nefasta memoria.

Di fronte a questa prospettiva, l’interculturalità si presenta come una teorizzazione più realistica dei rapporti interpersonali, attraverso un concetto che potremmo definire come “la nazione senza stato”. Questo concetto va inteso nel senso che una cultura è rappresentata in primo luogo da coloro che si collocano al suo interno, perché l’hanno recepita nella loro educazione, e contribuiscono a mantenerla con il loro contributo. Se il destino mi portasse a vivere in un paese dell’Africa, io sarei, in questo paese, una testimonianza dell’italianità: porterei con me il mio essere italiano e lo coinvolgerei in una relazione interculturale – e probabilmente questa italianità ne uscirebbe purificata, privata di tanti elementi che oggi mi sembrano essenziali, e invece sono soltanto attualità, polemica spicciola, forme passeggere di vita e mode.

Tradizione, non stato

Nella realtà della “tradizione senza stato” (io preferisco parlare di tradizione culturale, anziché usare termini come nazione o etnia) si rivelano astratti, e si dissolvono, concetti come tradizionalismo o progressismo – la difesa ideologica di tutto ciò che è vecchio contro il nuovo, o di tutto ciò che è nuovo contro il vecchio-, e resta in primo piano ciò che dà qualità alla continuità storica. Può trattarsi di eredità del passato ancora vigenti e attuali, come ad esempio la separazione dei poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo, che proviene dall’antica Roma; o del ricordo di situazioni in cui sono stati affermati valori tutt’ora importanti: quando leggo lo statuto di una corporazione medievale, mi rendo conto che esso non è applicabile oggi, e dunque appartiene al museo, alla filologia, alla soffitta storica, però sono orgoglioso del fatto che quello statuto, nei limiti del tempo, affermava valori per cui si combatte anche oggi, proteggendo le vedove dei membri della corporazione, assicurando l’istruzione ai figli, o curando il giusto rapporto tra qualità e prezzo nel lavoro. Quel documento mi fa capire di essere inserito in una continuità: attesta un’azione sociale grazie alla quale oggi abbiamo una certa cultura e non un’altra – e il compito di essere coerenti sul piano dei valori, non si concretizza affatto con l’obbligo di conservarne forme storiche obsolete.

L’interculturalità come prospettiva globale

Ho accennato a questa tematica, che solo apparentemente esula dal discorso iniziale, per poter fissare un punto conclusivo che a me pare di grande interesse. Quando si comincia a parlare di interculturalità, negli Anni Sessanta del secolo scorso, il sottinteso sembra essere la necessità di intervenire su un certo tipo di relazioni interpersonali, e precisamente quelle in cui appare come ostacolo la differenza di cultura tra le persone che entrano in rapporto. In un certo senso, la relazione interculturale sarebbe un caso singolo (o un certo numero di casi singoli) all’interno di quel fenomeno più generale chiamato relazione interpersonale. A mio modo di vedere, occorre rovesciare il discorso: la relazione interculturale è la prospettiva globale, a partire dalla quale prendere in esame sia la relazione interpersonale, sia la concezione della società, sia i rapporti tra persone, società, stato. Perché alla base di qualunque fatto sociale o relazione c’è la persona (non l’individuo delle teorie), e la persona è la sua cultura. E questa cultura è sempre, in maggiore o minor misura, inclusa in una tradizione, mentre può non coincidere con l’etnia nel cui seno si è fisicamente nati. A scuola un insegnante instaura una relazione interculturale sia con il “negretto” riccioluto sia con il “punk a bestia” nato, vissuto e cresciuto in Italia, da genitori italiani (non è un caso se si parla di “tribù metropolitane”). La prospettiva interculturale ha una globalità forse inattesa, perché mette a fondamento di tutto la persona concreta, cioè l’unico ente reale che crea la cultura. Interculturalità significa personalismo applicato alla realtà dei rapporti umani.

 

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