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Presidential Debate, a Obama il secondo round

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di Alia K. Nardini

“Credo che questa volta abbiamo un vincitore, nel senso che non solo Barack Obama ha recuperato il terreno perduto, ma ha anche saputo curare alcune ferite autoinflittesi in precedenza, quando era apparso eccessivamente diffidente e distaccato”. È questa l’opinione dell’analista politico conservatore George Will, all’indomani del secondo dibattito presidenziale tenutosi alla Hofstra University, Long Island, il 16 ottobre. Dopo la prestazione deludente del Presidente in carica nel primo dibattito, e in un clima in cui i sondaggi sembravano concedere un lieve vantaggio a Romney, Obama riesce a riprendere in mano la situazione e dare un’immagine di sé decisamente convincente, autorevole e sicura. I maligni mormorano persino che la performance sottotono del primo appuntamento potesse essere una strategia elettorale, per brillare ancor più luminoso negli appuntamenti successivi, in attesa del rush finale. Will definisce il recente dibattito “il migliore in assoluto dai tempi di Kennedy”: un sostanziale pareggio, risultato di contrapposizioni accese ed offensive senza esclusione di colpi, dove non sono mancati momenti di grande tensione. L’analisi conclusiva è che le elezioni del novembre 2012 si decideranno non solo in base alle preferenze politiche degli elettori, ma ancor più sulle differenti visioni del mondo che caratterizzano Repubblicani e Democratici negli Stati Uniti oggi.

Seppur vero è che le promesse elettorali non possono sempre venire lette come incontrovertibili volontà politiche, è altrettanto chiaro che ciò in cui i due schieramenti credono, le priorità in base alle quali ognuno di essi intende operare, divergono ampiamente. Gli americani sono chiamati a scegliere. Riguardo ad economia, politica estera, immigrazione e contraccezione, le differenze tra i due candidati non potrebbero essere più marcate. E se Obama suona decisamente più persuasivo quando si impegna a rettificare le disuguaglianze sociali, quando argomenta a favore delle minoranze più bisognose e quando espone la propria strategia per creare nuovi posti di lavoro, Romney è più appassionato nel suo appello conclusivo. “Non dobbiamo accontentarci”, ripete, e promette che rimetterà presto il paese al lavoro. Appare anche più programmatico ed efficiente, quasi manageriale, con il suo five point plan: la necessità di muoversi verso un’America autosufficiente a livello energetico, il contenimento della Cina, la promozione di nuovi accordi commerciali con il Sud America, il pareggio di bilancio e il rilancio della piccola impresa.

Obama non nega la middle class squeeze, ma la imputa alla Presidenza Repubblicana di George W. Bush. Ribadisce la volontà di dare a tutti i cittadini un’istruzione accademica e specifica che intende aumentare le tasse per i super-ricchi (lo definisce il top 2% degli americani). Il Presidente sostiene che saranno le agevolazioni fiscali per la classe media (come ad esempio quelle per il college, o per le cure sanitarie) a far ripartire l’economia; mentre Romney risponde che sono gli imprenditori a necessitare di maggiori incentivi, affinché assumano e investano – e quindi portino crescita e lavoro. L’ex Governatore del Massachusetts specifica che dare relief, nel senso di aiuti economici, alla classe media, non risolve il problema, ma incide solo sul debito pubblico. Per questo, con i Democratici al potere, sia i prezzi dei beni di consumo che le tasse saliranno ancora. Quando Obama lo accusa di non aver fatto bene i conti, e di come le sue stesse proposte andrebbero ad aumentare il debito – oppure forzeranno i Repubblicani, se al potere, a rivedere i loro progetti – Romney replica sicuro: “Certo che ho fatto bene i conti. Ho governato uno stato, ho gestito un’olimpiade, e i conti sono sempre tornati”.

Particolarmente accesa è anche la contrapposizione sulla politica estera: riguardo al recente attentato in Libia in cui ha perso la vita l’Ambasciatore americano, la moderatrice Crowley è chiamata ad intervenire in prima persona, per chiarire che Obama ha effettivamente parlato di terrorismo a soli due giorni dall’episodio (a differenza di quando dichiara Romney). A favore di quest’ultimo, c’è però la gaffe dell’Amministrazione Democratica riguardo ad un inesistente protesta chiamata a giustificare il clima in cui l’attentato ha avuto luogo. Aspro anche il confronto sul problema energetico, riguardo al quale l’ex Governatore del Massachusetts specifica che i Repubblicani intendono promuovere l’energia pulita, ma continueranno a trivellare. “Dobbiamo tenere bassi i prezzi di benzina ed elettricità, e creare posti di lavoro: è questa la nostra priorità”. Romney contesta ad Obama il calo di produzione energetica su suolo pubblico, a causa delle penali introdotte dalla corrente Amministrazione, ed incalza Obama riguardo all’ammontare delle relative perdite. Il Presidente contesta quasi ogni dato citato dall’ex Governatore.

Ciò che colpisce è proprio come spesso il contendere riguardi cifre inizialmente addotte a fugare ogni ambiguità. Sembra di assistere al confronto tra due paesi diversi: abbiamo prodotto più energia-no ne abbiamo prodotta di meno, hai alzato le tasse-no le ho abbassate, oggi c’è meno lavoro-no ora ce n’è di più. È questo duplice quadro della stessa realtà che gli analisti politici faticano a leggere, non tanto per stabilire chi effettivamente abbia ragione (il Detroit Free Press dedica un approfondimento proprio all’analisi dati, per dare all’elettore americano la possibilità di capire chi effettivamente citi dati corretti – e non è il solo); ma per prevedere con chi gli elettori si sentiranno più in sintonia. Appare sempre più evidente che ciò che deciderà le elezioni di novembre, al di là dell’economia, sarà più generalmente l’autopercezione dei cittadini e la loro idea di America. Vincerà colui che saprà meglio descrivere la situazione in cui versa oggi la maggioranza degli elettori, e saprà proporre quelli che verranno da loro percepiti come miglioramenti sostanziali alla propria condizione.

 

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