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Gli «eccellenti» in politica: solo un’illusione?

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di Antonio Campati

Il dibattito sulla legge elettorale e le più ampie riflessioni sulla fine (per lo meno temporale) del ventennio iniziato nel 1992 evidenziano timidamente un aspetto della vita democratica che per la sua complessità viene spesso evitato o trattato solo propagandisticamente: la presenza delle «eccellenze» in politica.

In realtà, il tema è antico e fiumi di autorevole inchiostro sono stati versati nel corso dei secoli per studiare la concreta presenza dei «migliori» nella gestione della respublica. Tuttavia, due particolari congiunture indirizzano la riflessione nel cono dell’attualità: da un lato la persistente critica alla classe politica accusata di non esprimere qualità positive, dall’altra l’auspicio pressante nel favorire il criterio «meritocratico» anche nella selezione del ceto politico.

Tuttavia, entrambe le prospettive rischiano di peccare in superficialità perché, così formulate, non aiutano a rispondere adeguatamente a un quesito che si ripropone con nodi difficili da sciogliere: è possibile esprimere l’«eccellenza» all’interno del contesto democratico che necessariamente deve fare i conti con un meccanismo di conteggio maggioritario dei consensi elettorali?

Partendo da un quesito simile, Raffaele De Mucci introduce una ricerca collettanea che attraverso dati empirici e ricostruzioni storiche ha come obiettivo quello di scoprire se i processi e i percorsi di formazione e reclutamento politico della classe parlamentare italiana siano tali da offrire la garanzia che a occupare i posti di potere e di governo siano i più adeguati e quindi i più capaci a tradurre i problemi politici in policies efficaci ed efficienti. Precisamente, ne La palude della partitocrazia. Quale spazio per le eccellenze in politica? (Luiss University Press, 2012, pp. 108) si succedono quattro agili e documentati saggi che pur avendo come linea guida il tema ricordato, riescono a declinarlo da diverse prospettive, rispettivamente: l’autopercezione del ruolo dei parlamentari (Domenico Fracchiolla), le scuole di partito (Simona Fallocco), i giovani e la politica (Marzia Basili) e giovani e reclutamento politico nel caso del Parlamento europeo (Giuliana Urso).

Fra i diversi punti di contatto che gli interventi riescono a evidenziare, almeno due tendenze sembrano comuni e probabilmente rappresentano tracce di un percorso da approfondire: la persistente centralità dei partiti politici nella selezione delle candidature e il conseguente utilizzo della cooptazione da parte delle segreterie effettuato tramite criteri che spesso tengono in conto legami di fedeltà, se non addirittura di amicizia e parentela.

Infatti, come viene ricordato nel primo saggio, se i partiti mostrano evidenti cedimenti nella rappresentanza degli interessi e nell’elaborazione ideologica, sono più efficienti che mai nell’esercizio della funzione di reclutamento (p.24). Ma rispetto ai partiti di massa della «Prima Repubblica», non si servono più delle classiche «Scuole di formazione politica» che spesso garantivano l’apprendimento di specifiche competenze per operativizzare le strategie elaborate al loro interno. Nonostante abbiano mantenuto degli elementi ricorrenti rispetto al passato (come riassume la tabella a p. 51), oggi i partiti hanno ridotto l’attenzione necessaria verso la formazione, forse perché lo spazio dell’elaborazione di progetti di legge, di proposte politiche, di riflessione culturale in senso lato è stato in parte occupato dai think tank, realtà che tuttavia, si sottolinea nel secondo saggio, hanno assunto caratteri molto distanti dal nobile precedente americano che ha entusiasmato i politici nostrani (p. 68).

Conseguentemente, il terzo capitolo, attraverso l’analisi dei dati emersi da un sondaggio rivolto ai deputati fra i 25 e i 39 anni al momento dell’elezione (politiche del 2008), dimostra che il canale partitico resta il perno della formazione e del reclutamento politico (p. 80) tanto da far dichiarare a molti intervistati che «alla base della scelta di attribuire loro un “seggio sicuro” vi sia la volontà del segretario di partito o comunque di un leader» (p. 88).

Interessanti considerazioni sono contenute anche nell’ultimo intervento dedicato all’individuazione delle caratteristiche sociologiche e individuali maggiormente influenti ai fini del reclutamento politico nel Parlamento europeo. In un quadro per diversi aspetti differente da quello nazionale, nonostante i giovani eurodeputati sottolineino che non ci sono canali predefiniti per l’accesso, tuttavia le «competenze» e le «capacità di rappresentanza» degli interessi generali, così come di quelli settoriali, sono ritenute «qualità necessarie» per un giovane che voglia entrare in politica, molto più importanti rispetto alla bella presenza o alla capacità di leadership (p. 105).

I brevi passaggi riportati dimostrano come il lavoro sia ricco di dati e di interpretazioni e che i necessari approfondimenti sulle modalità del reclutamento del ceto politico non possono essere condotti con strumenti superficiali, né possono essere riassunti con facili slogan. La ricerca coordinata da De Mucci, quindi, ha il pregio di far emergere delle tendenze poco esaminate che invece sono indispensabili anzitutto per comprendere i più recenti cambiamenti nel sistema politico italiano e poi anche per tentare di fornire indizi in grado di farci uscire dalla «palude» nella quale siamo da tempo bloccati.

 

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Category: Letture e recensioni, RdP online

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