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Quello strano liberismo intorno all’Autonomia Operaia

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di Domenico Letizia

Quando si analizza dal punto di vista marxista la società, soprattutto i rapporti di produzione e di diffusione del capitale, si analizza un sistema schematico e fatto di classi. Di Marx va ricordato, soprattutto, che voleva il trionfo del capitalismo, poiché solo una società ad alto capitalismo realizzato conduce conseguentemente al comunismo realizzato.

Marx non ha inventato nessun sistema socialista e, con una certa arroganza intellettuale, si prendeva gioco di ogni creatore di sistema. Infatti ha appoggiato i democratici liberali, i libero-scambisti e perfino i conservatori. Per Marx il comunismo non era altro che “il movimento reale che sopprime lo stato di cose esistenti”, non un ideale da realizzare.

Partendo da tale concetto teorico, prendiamo in analisi quello che è stato il variegato mondo dell’Autonomia Operaia, che molti settori della sinistra extraparlamentare considerarono di carattere “liberista”. Motto di tale variegato movimento era la completa automazione del lavoro, quindi il reddito intero e il lavoro manuale inesistente, tanto che nel 1977 si diceva: “Lavoro zero, Reddito Intero”. Tale modello scombussolava tutto, o quasi, il panorama della tradizionale lotta di classe, in quanto sosteneva che il beneficio della completa automazione del lavoro, lo sviluppo tecnologico robotizzato e canalizzato alla produzione, avrebbe permesso alla figura dell’operario non solo di cambiare, ma di svanire completamente, poiché, essendo la produzione destinata all’automazione, il ruolo dell’operario svaniva e l’individuo poteva, attraverso il reddito intero prodotto da tale automazione, dedicarsi ad altro, eliminando anche l’alienazione culturale e sociale (che a causa del lavoro rendevano deplorevole la vita delle famiglie proletarie).

La visione dell’automazione e del reddito intero erano i sistemi di analisi alla base dell’Autonomia Operaria, assumendo un carattere liberista, giacché tali sistemi erano figli graditi del capitalismo. Tale cambiamento avrebbe comportato anche un mutamento istituzionale poiché il sistema produzione – controllo – sorveglianza – monopoli, andava modificandosi naturalmente, come naturale evoluzione del sistema capitalistico. Dopo lo Stato nazionale, l’autogoverno delle città. Dopo la società del lavoro salariato, l’educazione all’ozio, cioè ad attività intelligenti non disgiunte dal piacere. Così scrive Franco Piperno: “L’autogoverno locale va di pari passo con la riappropriazione delle risorse agricole, boschive, minerali, marine, idroelettriche, paesaggistiche, finanziarie, immobiliari confiscate dallo stato nazionale e concesse in gestione a imprese, qualche volta pubbliche, spesso private, sempre estranee al territorio che saccheggiano. Va da sé che la piena autonomia dei Comuni si realizza facendosi carico della necessaria cooperazione tra le diverse città rurali, all’interno di uno scenario di federalismo municipale”. Dei vari fattori analizzati, forte ed emblematico divenne il concetto di educazione all’ozio, poiché il processo di automazione avrebbe permesso, finalmente, al proletario di sviluppare altri piaceri, uscendo, come dicevamo, dalla sistematica condizione di alienazione vigente. Un potenziale immane, il piacere di cercare cosa si vuol fare, l’avventura dell’ incontrare il proprio demone, la felicità del riconoscersi: tutta questa immensa energia è dissipata, dispersa, non utilizzata nell’attesa del posto di lavoro. Un possibile approccio è quello del reddito di esistenza, non visto come atto assistenziale o caritatevole, ma come prodotto “antropologico liberista”, in quanto rende possibile la flessibilità individuale, contrasta il “lavoro nero”, accresce la domanda interna e, soprattutto, favorisce la pratica di usare il tempo-di-non-lavoro come tempo proprio, cioè libero di potersi dare alla buona vita, alla vita piacevole e viziosa. Reddito garantito anche come programma di lotte sociali che vede nel territorio un momento organizzativo tra fabbriche, scuole e quartiere, insieme a tutti gli obiettivi di un progetto di riappropriazione proletaria.

L’Autonomia operaia dichiarava apertamente di seguire una pratica rivoluzionaria alternativa che doveva sviluppare un attacco finalizzato a far saltare la gerarchia aziendale, in grado di manifestarsi in forma diretta attraverso i dirigenti e i capi, in forma indiretta attraverso il crumiraggio organizzato, tale da sviluppare, via via, un processo tendente alla ingovernabilità della produzione o – potremmo dire – ad un incontrollato sviluppo del capitalismo, ad un non controllo istituzionale e statuale delle logiche di produzione, come in teoria sosterebbe un vero liberista (ovvero: sviluppare la mano invisibile, tralasciando fuori il controllo statuale). Un livello organizzato che passa attraverso il reddito garantito, in tutte le sue varie articolazioni. Sarebbe interessante anche in ottica liberista analizzare tali fenomeni, producendo alternative concrete all’esistenza sociale, dato che i sindacati riformisti hanno accettato in pieno l’attuale distorsione del sistema produttivo, concentrandosi su lotte finalizzate al solo – e forse modesto – obiettivo di migliorarne le condizioni dei lavoratori.

 

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Category: Cultura/culture, RdP online

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