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“Il socialismo libertario ed umanista”, intervista a Stefano d’Errico

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di Domenico Letizia

Stefano d’Errico è sindacalista libertario e segretario nazionale del sindacato Unicobas, autore di Anarchismo e politica (Mimesis, Milano 2007) e del libro di cui qui tratteremo, Il socialismo libertario ed umanista oggi fra politica ed antipolitica, (Mimesis, Milano 2011).

1) Socialismo libertario, perché trattarne e come definire nella società di mercato questa alternativa di esistenza?

Camillo Berneri, se è intransigente in politica (per lui l’anarchismo coincide prioritariamente col rifiuto dello stato), non lo è in campo economico. Il ruolo dell’individuo deve venire recuperato in una struttura sociale che ne favorisca le inclinazioni e, pur nella necessaria strategia volta alla democrazia economica, occorre tener conto del valore e dell’iniziativa dei singoli. Egli propende quindi per un sistema collettivista di tipo bakuniniano, con il rispetto della piccola proprietà (anche agraria), contemperata dall’eliminazione del lavoro salariato e da “inserti” di comunismo non coatto, proposti soprattutto a mo’ d’esempio per realizzazioni più alte nel segno dell’eguaglianza. Tutto ciò vale in politica, in itinere, per il necessario incontro con i “compagni di strada” liberalsocialisti: “Le mie simpatie per i repubblicani revisionisti in senso socialista e autonomista risalgono al 1918 e le ho più volte manifestate, giungendo a polemizzare con Malatesta, che insisteva sull’individualismo repubblicano in contrasto con il comunismo nostro, (e le ho più volte manifestate) a favore di questa tesi: il collettivismo, inteso (…) come adattamento delle premesse comuniste alla realtà economica e psicologica dell’Italia, può diventare il terreno d’incontro e di collaborazione tra noi e i repubblicani”. Berneri avoca ai comuni ed alle entità federali la gestione generale delle terre e delle istituzioni pubbliche, ma intende premiare la capacità produttiva per il tramite di cooperative e associazioni. Affida le grandi imprese alle assemblee operaie. La sua è, anche in economia, un forma complessa di socialismo libertario (“socialista libertario come lo sono io”), che parte dal piano più semplice per giungere ad una realtà più ramificata (ma mai piramidale), più “equitaria” che pianificatoria. Parlando della Prima Internazionale in Italia, ed usando la cosa per chiarire il suo pensiero, Berneri scrive: “«Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale. Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l’assioma ‘chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro’, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?». In questa risposta del Friscia è netta l’opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell’eguaglianza relativa (economica); ed infine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere” . L’accento è posto sia su una democrazia diretta da realizzarsi prioritariamente in sede locale (pur contemperata dall’opera di salvaguardia solidaristica e di controllo di altre entità di tipo regionale e nazionale), che sull’attenzione allo sviluppo autonomo dei membri della collettività (cosa determinante per la stessa).

2) Oggi il pensiero di Camillo Berneri è sempre più attuale, anche in sede storica. La sinistra odierna cosa dovrebbe ripescare dal pensiero berneriano?

Sono cose semplici, ma ampiamente rifuggite: natura dello stato e concezione della politica. È proprio dalla “crisi della politica” che deriva l’attualità del pensiero di Camillo Berneri. Da quella richiesta forte, e sempre meno eludibile, di una trasformazione della mistificazione della delega assoluta di potere in partecipazione cosciente e attiva, in decentramento federalista e in democrazia diretta. Dalla spinta ad invertire l’incipit fondamentale dell’organizzazione umana, nel passaggio dei modi della rappresentanza, per dirla con Berneri, dal “sono governati” al “si governano”. In poche parole, dalla necessità di una riconversione etica della politica. Anche se la cosa emerge con fatica, è sempre più netto ed istintivo il rifiuto della autonomia della politica: il fine non giustifica i mezzi, sono bensì questi ultimi a determinare automaticamente i risultati della politica. È un concetto che gli anarchici hanno sempre ripetuto. Naturalmente, non si tratta certo di una “religione” dell’etica. Semplicemente, una società abituata al dominio sarà impossibilitata a sviluppare i germi dell’autogestione. Eppure, la sinistra, ad iniziare dalla componente marxista – proprio perché condizionata dal “Machiavelli del socialismo” – ha sempre fatto orecchie da mercante. Ancora scorgiamo il Sisifo del socialismo autoritario ripercorrere pedissequamente le stesse strade, nonostante la storia abbia dimostrato largamente come ogni forma esplicita di dittatura sia funzionale unicamente a riprodurre la servitù economica e morale.

Ma siamo anche giunti alla mutazione genetica: abbiamo visto i post-comunisti attraversare il guado dall’autoritarismo bolscevico al neo-darwinismo sociale in stile liberista, chiudendo il cerchio del ritorno alla farsa della ‘democrazia reale’, democrazia formale dichiaratamente diseguale sotto il profilo economico. Nulla di strano, la cosa ha una sua linearità. Lo strumento-guida di questa transizione, ciò che accomuna tali sistemi, è la ragion di stato: “La formula leninista «i marxisti vogliono preparare il proletariato alla rivoluzione mettendo a profitto lo Stato moderno» è alla base del giacobinismo leninista come del parlamentarismo e del ministerialismo social-riformista”. Berneri non contesta tanto l’analisi economica di Marx, quanto quella politica, denunciandone l’astrattezza idealistica e statolatra che fa da brodo di coltura per la creazione di nuove forme di dominio, perché lo stato, come già affermava Bakunin, è un apparato che non può smentire se stesso. La vera “utopia” è quindi la convinzione che possa estinguersi da solo ed il vero “revisionismo” negativo (presente in nuce nel marxismo) sta nell’affermare tale possibilità. Il sociologo Luciano Gallino accredita oggi le tesi di Gumplowicz (1905), Oppenheimer (1928), Darlington (1969), secondo le quali le classi sociali hanno origine dalla “conquista violenta di un paese da parte di un popolo straniero, o alla costituzione forzata di un’organizzazione statale. (…) In molti paesi all’origine della divisione in classi sociali v’è un’espansione di tipo coloniale, da parte non soltanto della razza bianca ma anche dei cinesi, degli indiani, dei malesi, degli arabi e di varie stirpi africane, a spese di locali popoli primitivi”. Berneri, confortato dalla posizione anarchica, era della stessa idea: “Gli anarchici si differenziano dai marxisti nel considerare lo Stato non come un organo interclassista bensì come un organo di classe. Secondo Marx-Engels, lo Stato sarebbe sorto quando già si erano formate le classi. Questa concezione, che costituisce un ritorno alla filosofia del diritto naturale di Hobbes, è respinta dagli anarchici, che considerano il potere politico come il generatore principale delle classi, e da questa concezione storica inducono che la distruzione dello Stato è la conditio sine qua non dell’estinzione del capitalismo”.

3) Perché anche nella sinistra il pensiero liberalsocialista e libertario ha difficoltà ad espandersi nonostante la sconfitta dei marxismi?

Proprio perché buona parte della sinistra non ha metabolizzato la sconfitta del marxismo ed ha dimenticato le radici socialiste libertarie, laiche e liberalsocialiste del movimento dei lavoratori e del movimento progressista italiano. Così tutto quello che emerge spontaneamente in termini di autorganizzazione, democrazia di base, etc., non trova riferimenti storici e non sa farsi ‘scuola’ per un vero cambiamento qui ed ora, senza se e senza ma.

4) Ad un socialismo libertario può corrispondere un liberalismo libertario, quali punti in comune e quali no? Se lo ritieni possibile, come diffondere l’idea di autogestione tra i “sinceri liberali”?

Un’altra delle categorie politiche sparite nel Paese è quella del liberalismo. I ‘sinceri liberali’ in Italia non hanno più rappresentanza. Hanno però lasciato che si fregiassero di questo ‘titolo’ i soggetti più squalificati del ceto politico nostrano. Eppure noi italiani siamo gli unici nel mondo a conoscere la differenza (anche letterale) fra liberalismo e liberismo. Nell’aprile del 1923, Berneri sostenne essere gli anarchici “i liberali del socialismo”. Il liberalismo di Gobetti era considerato compatibile per un’alleanza con l’anarchismo, perché “richiama a Pareto, a Einaudi, ecc. ben più che ai liberali inglesi”. Ma, come forma politica astratta, il liberalismo resta un’utopia che nega se stessa. I liberali non sono per l’autogestione, bensì per una (‘provvida’) élite che governa la società (sempre per mezzo dello stato). Così s’arriva fatalmente al liberismo. Come dimostra la nostra stessa storia, lo stato liberale, alla prima crisi, tende a trasformarsi in totalitario. Oggi, con il liberismo, lo stato non si “annienta”, bensì si “asciuga” e liberandosi del welfare, diviene anzi stato allo stato puro: mero cane da guardia “riproduttore” e garante del dominio di classe, atto ad imporre di nuovo (come nel ciclo iniziale) lo sfruttamento e la reificazione totale, senza più mediazioni. Da questo, la nascita del terzo mondo interno (ricrescita dell’analfabetismo ed ampliamento della condizione di sotto-occupazione, disoccupazione e povertà fra la popolazione endogena dei paesi ricchi), accompagnato nella globalizzazione dai fenomeni migratori e dal livellamento in basso delle condizioni di lavoro. Un abbattimento delle garanzie dovuto al ricatto occupazionale delle delocalizzazioni ed all’insorgenza di mostri planetari come la Cina, ove s’esercita un dominio impersonale “commisto” alla rinascita di un capitalismo all’occidentale gestito sotto custodia del partito “comunista”.

5) Quali possono essere i punti in comune tra il socialismo libertario e il liberalsocialismo?

Restano molti. L’anarchismo (e non solo il movimento libertario general-generico) ha assoluto bisogno del liberalsocialismo come compagno di strada. Ogni movimento politico ha bisogno di alleati. Non a caso Berneri lavorò molto con Rosselli (e prima ancora con Gobetti). Per Berneri, gli anarchici sono “i liberali del socialismo”, perché li accomuna ai liberali la irriducibile difesa della libertà. Cionondimeno Berneri è ben consapevole di una radice diversa per l’anarchismo, rispetto al liberalismo. Innanzitutto in ordine alla questione, che egli giudica fondamentale (anche in contrapposizione al marxismo), dell’antistatalismo. Ma ancor di più perché l’anarchismo è anche socialista, visto che ammonisce che la libertà senza eguaglianza ed equità non è libertà. Sul fronte opposto, senza contraddizione alcuna, gli anarchici possono ben dirsi “ala estrema del socialismo”, dal momento che rifiutano non solo lo stato (portando a radicali conseguenze la negazione dell’autoritarismo), bensì perché sono giustamente convinti che l’eguaglianza è materialmente impossibile senza la libertà. I riferimenti alle due scuole di confine con l’anarchismo non rappresentano subalternità alle stesse, bensì strumento dialettico.

6) Stai lavorando a qualche altra opera?

Una è quasi finita. È un libro piuttosto pessimistico e tratta della (spero solo apparente) impossibilità di questo Paese di uscire dalle pastoie nelle quali lo ha portato la propria vocazione alla ‘servitù volontaria’. Il ‘facilonismo retorico’: ecco “la sifilide politica degli italiani” secondo Berneri. Ed anche la parte migliore di questo Paese ne è affetta: basti pensare al ‘politically correct’ che imbriglia continuamente la sinistra in una continua, palese, confusione fra giudizi di fatto e giudizi di valore. Ma alla fine resta sempre una qualche speranza. Ecco perché intendo dedicarmi poi ad un altro tema trascurato nel seno dell’anarchismo: quello della democrazia. Un altro snodo di capitale importanza per inquadrare la possibilità di un’organizzazione libertaria della società. Anarchismo e democrazia, sono sinonimi o solo elementi collaterali? Quanto della tradizione liberale è imprescindibile per l’anarchismo? È possibile l’anarchismo senza una vera e propria ‘carta costituzionale’ libertaria? Questo è il campo d’indagine che mi aspetta.

 

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