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L’Italia di La Malfa e la Nota del ’62, ovvero l’occasione mancata

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di Manlio Lilli

L’Agenda Monti promette molto. Stretta tra il centrodestra in affanno, una specie di Zattera della Medusa di Gericault secondo la definizione di Ferruccio de Bortoli, e una sinistra in salute. Il primo ancora capitanato dal redivivo Cavaliere. Eccezionale nel trasformare le contese elettorali in plebisciti su se stesso. Proponendo tutto quello che ognuno di Noi, egoisticamente, vorrebbe ascoltare. La sinistra invece rappresentata da un Pier Luigi Bersani per nulla incline al “racconto di favole”. Ma circondato di alleati convinti in cuor loro che l’eventuale arrivo della sinistra al governo libererà ingenti somme di denaro pubblico da investire in grandi opere (le “migliaia di cantieri” di cui parla Vendola) o in ritorni alle pensioni di anzianità (il progetto Damiano, bloccato dalla Ragioneria dello Stato per i suoi costi) o in “stimoli alla crescita” e “politiche industriali” (il keynesismo alla Fassina).

In questa maionese italiana nella quale cerca un suo spazio un numero di interpreti ben maggiore di quanto la situazione richiederebbe, continuano a “pesare” enormemente le tante stagioni di misure non prese. Improntate più al “carpe diem” che alla programmazione futura. Per questo motivo, mentre il termine “rinnovamento” è brandito con disinvoltura da ciascun esponente di ogni schieramento e Tutto quel che fa parte del passato sembra dover essere negletto, varrebbe la pena ripensare ad una pagina della nostra storia. Ad una delle tante occasioni mancate. Ad una serie di vizi non corretti e per questo accresciutosi.

Era il 22 maggio 1962 quando Ugo La Malfa, allora Ministro del Bilancio e della programmazione economica, presentò la “Nota aggiuntiva”. Un documento con il quale riuscì a descrivere, perfettamente, al Parlamento molte delle conquiste dello sviluppo economico e sociale italiano durante il boom. Ma soprattutto a identificare gran parte degli interventi che, se realizzati, ne avrebbero corretto gli squilibri. Come ha sottolineato anche Andrea Goldstein analizzando il tema su Il Sole 24 Ore del 2 giugno scorso, “Il quadro diagnostico di La Malfa si concentrava sui tre campi di intervento. Il settore agricolo. L’industrializzazione nel Mezzogiorno e lungo la dorsale adriatica. I consumi e i servizi pubblici, in particolare istruzione sanità, previdenza sociale e gestione del territorio”. Per raggiungere gli obiettivi prefissati vengono individuati anche gli strumenti. Così, gli Enti di sviluppo per le zone agricole. La programmazione regionale. La volontà politica di perseguire un’espansione dei consumi pubblici superiore a quelli privati.

Nel settore dei servizi pubblici risulta di particolare rilevanza la discussione sulla scuola. In cui “la crisi è gravissima”, con il rischio di innescare “un processo cumulativo, pericolosamente vicino al punto in cui diverrà irreversibile”. I motivi di preoccupazione? In primis, la modesta spesa in istruzione delle famiglie. Ma anche la struttura delle remunerazioni e del riconoscimento sociale che scoraggia l’investimento in capitale umano. Oltre che la scarsità dei fondi destinati alla ricerca scientifica e all’istruzione. Criticità irrisolte. Delle quali ciascun ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che si è succeduto al dicastero di Viale Trastevere ha rivendicato, all’inizio del mandato, il desiderio di trovare soluzione. Sempre con risultati assai modesti.

I motivi per cui la Nota e il “Piano quinquennale di programmazione economica” rimasero in sostanza inattuati sono numerosi. La Nota era evidentemente un atto di governo. Ma La Malfa dovette rendersi ben presto conto di non trovare il sostegno sperato in colleghi più interessati a distribuire favori che non a combattere le criticità esistenti. Tanto più che questo avrebbe comportato alcune rinunce, più che probabili sacrifici. A minare la realizzazione di quella operazione contribuì certo anche l’architettura delle politiche. Debole e quindi difficilmente difendibile dagli attacchi ricevuti.

Così non può negarsi che gli strumenti operativi previsti si dimostrarono inefficaci. A partire dal Cipe.

Ma nonostante tutto la Nota del 1962 conserva un suo appeal in nome della sua stringente attualità. L’Italia di La Malfa, quella degli inizi degli anni ’60, mostra analogie con le economie emergenti di oggi. Pur considerando le diversità che caratterizzano i differenti Paesi.

Il censimento realizzato nel Centenario dell’Unità, nel 1961, descriveva una situazione simile a quella degli attuali Bric. La speranza di vita alla nascita era inferiore a quella dei Bric nel 2009, mentre l’analfabetismo era più diffuso che in Cina e Russia. Più o meno allo stesso livello che in Brasile. Ma molto meno drammatico che in India.

In ogni caso è impossibile non rilevare l’attualità di quel documento, per quel che concerne l’approccio.

In ciascuno di quei Paesi, Russia a parte, la programmazione economica è assai viva. In Cina è senza dubbio centrale, pur se la sua natura è cambiata rispetto al primo Piano quinquennale del 1953. Lo stesso può affermarsi per l’India. “Per l’India l’impegno a pianificare lo sviluppo economico riflette la determinazione della nostra società a migliorare le sorti economiche della popolazione e sottolinea il ruolo del governo nel realizzare questo obiettivo”, scrive nella prefazione all’undicesimo Piano quinquennale il primo Ministro Manmohan Singh. Come riporta Goldstein. Quanto al Brasile, potrebbe essere sufficiente ricordare che la presidente Dilma Rousseff rivendica, orgogliosamente, che “il recente ciclo di sviluppo è stato sostenuto da politiche pubbliche innovatrici”.

Sono trascorsi cinquant’anni. Inutilmente per Noi. Invece che risolvere alcune lacune lasciate in eredità dal boom nel 1962, come stanno cercando di fare i Paesi del Bric, siamo arrivati sull’orlo del precipizio. Costretti a misure estreme per non sprofondare nel vuoto.

In piena campagna elettorale promettere non costa nulla. Al punto che qualcun si lascia addirittura andare a impegni evidentemente irrealizzabili. Finite le prove. Si andrà in scena. E a recitare sarà il nuovo Governo. Che dovrà giocare un ruolo ancora più grande che nel recentissimo passato. Promovendo, oltre che dismettendo. Costruendo, oltre che conservando.

Quella Nota del 1962 esprimeva la consapevolezza dei limiti della trasformazione prodotta dal miracolo economico. Ancora di più. Indicava la necessità di superare gli squilibri di un Paese che di lì a poco sarebbe stato in affanno. Sarebbe stato sufficiente alzare la testa, rivolgendo lo sguardo a quel che sarebbe stato piuttosto a quel che era. Quel che serve anche oggi. Non rinunciare a programmare le stagioni che verranno in nome della necessità di controllare la congiuntura del presente.

 

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Category: Osservatorio italiano, RdP online

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