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Liste pulite, giustizia lenta

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di Alessandro Campi

Alle fine anche Berlusconi si è dovuto arrendere alla richiesta di pulizia, trasparenza e moralità che viene da un’opinione pubblica scossa dagli scandali che si sono susseguiti nel corso degli ultimi anni e mesi e che hanno avuto per protagonisti uomini politici d’ogni colore. Non avendo modificato la legge elettorale, come pure avevano promesso nell’ultimo anno della legislatura, il minimo che i partiti possono fare in vista delle prossime consultazioni politiche è garantire la presenza in lista di candidati-nominati che non abbiano subito condanne e, possibilmente, che non abbiano rinvii a giudizio o gravi pendenze giudiziarie.

Intervenendo ieri in televisione il Cavaliere ha così promesso che nelle liste del Pdl (che non a caso ancora tardano ad arrivare) non ci saranno condannati in via definitiva. Quanto agli indagati o a coloro che si trovano sotto processo, a decidere – caso per caso – sarà un’apposita commissione: c’è da sperare che quest’ultima non adotti, nel nome di un malinteso garantismo o per semplici ragioni di calcolo elettorale, criteri di valutazione troppo generosi o elastici. Alfano, al momento di insediarsi alla segreteria del Pdl, aveva promesso il “partito degli onesti”: obiettivo forse un po’ troppo ambizioso, o prematuro. Per la formazione guidata da Berlusconi sarebbe sufficiente non far tornare in Parlamento alcuni di coloro che, nel giudizio comune degli italiani, vengono ormai percepiti come personalità politicamente “impresentabili” e dunque potenzialmente controproducenti sul piano dell’immagine e del consenso per lo stesso centrodestra: i nomi sono quelli che i lettori conoscono bene e di cui le cronache si sono occupate a lungo.

Gli altri partiti, nel frattempo, si sono già attrezzati. Il Pd ha affidato allo strumento delle primarie (e al controllo occhiuto della segreteria romana) il rinnovamento del suo ceto parlamentare, memore degli infortuni con la legge che nella passata legislatura hanno riguardato diversi suoi esponenti anche di primo piano. Il centro di Monti – proprio per caratterizzarsi alla stregua di un’autentica novità – ha stabilito criteri di scelta dei propri candidati assai rigorosi; e per evitare brutte sorprese si è affidato al lavoro di selezione e vaglio operato da Enrico Bondi, un manager con fama di inflessibile, sulla fedina penale di ogni singolo aspirante. Il movimento di Beppe Grillo, che della lotta contro il Parlamento degli inquisiti e la corruzione politica ha fatto la sua ragion d’essere, metterà in campo per definizione candidati incensurati e senza macchia. Quanto al partito di Ingroia, che aspira ad una rivoluzione civile nel segno della legalità e del rispetto della Costituzione, presa alla lettera, inutile sottolinearne l’intransigenza in materia di moralità privata e pubblica.

Se questa è la tendenza, dopo il lassismo e la mancanza di senso morale di cui la classe politica ha dato prova nell’ultimo quinquennio, avremo con ogni probabilità un Parlamento del quale gli italiani non dovranno più vergognarsi. E che non perderà tempo a votare su richieste di arresto per deputati e senatori come è accaduto in più occasioni nella legislatura che si è da poco conclusa.

In realtà, in una fase storica segnata da una crescente e radicata sfiducia nei confronti della politica, dei partiti e delle istituzioni, la rinuncia a candidare personalità socialmente chiacchierate (spesso sulla base di accuse assai infamanti: su tutte l’avere rapporti con la criminalità organizzata) o coinvolte in inchieste, procedimenti giudiziari e processi rappresenta più che un atto di coraggio politico una scelta nel segno del buon senso e dell’opportunismo. Anche a costo di rinunciare, in alcuni casi, a qualche consistente pacchetto di voti, soprattutto in quelle regioni – dalla Campania alla Sicilia – dove il clientelismo e il voto di scambio sono pratiche ancora assai diffuse.

Ma se la messa a punto di liste pulite – secondo criteri più rigorosi di quelli previsti dal testo unico della normativa in materia di incandidabilità licenziato in extremis dal governo Monti e che riguarda solo chi sia stato condannato con sentenze definitive per delitti non colposi – è per i partiti, con l’aria che tira, una condizione di sopravvivenza e l’unico modo per riguadagnare il rispetto degli elettori, bisogna anche riconoscere che non è degna di un Paese civile una macchina della giustizia che – a causa dei suoi complessi meccanismi interni e delle sue oggettive inefficienze – non riesce a definire colpe e responsabilità individuali secondo tempi certi e sulla base di procedure legali rigorose.

Un uomo politico, chiamato a svolgere un servizio a beneficio della collettività, dovrebbe essere certamente al di sopra di ogni sospetto e avere un profilo sociale specchiato. Ma la sua carriera non può nemmeno essere compromessa o infangata – come spesso è accaduto in questi anni – da un sospetto o da un’accusa che si trascina all’infinito nelle aule di giustizia o da un’imputazione che arriva a sentenza (magari di assoluzione) dopo un’attesa di anni.

Quei magistrati che invitano i partiti a non confondere la presunzione d’innocenza garantita dalla Costituzione sino a tre gradi di giudizio con l’opportunità politica, che consiglia di non candidare chi sia inquisito o sotto processo, dovrebbero anche rendersi conto che non giova all’immagine della giustizia italiana e al loro profilo professionale venire sospettati di interferire nella vita politica nazionale con inchieste gestite talvolta in modo troppo spettacolare e garibaldino o di cui, una volta avviate e portate a conoscenza dell’opinione pubblica, non si riesce poi a vedere e conoscere la fine.

Ma enunciato il problema, conviene procedere con ordine. Nell’immediato, per arrestare il vento dell’antipolitica e per restituire decoro alle istituzioni, servono liste composte da candidati per quanto possibile al di sopra di ogni sospetto. A riformare la giustizia e a renderla più efficiente e veloce – anche per i politici – penseremo dopo il voto.

 

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