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La crescita del Front National, spia del malessere francese /3

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di Michele Marchi

(segue) Il Front National è un soggetto politico che sia per l’architettura istituzionale della V Repubblica (e in particolare il suo sistema elettorale a doppio turno con alta soglia di sbarramento per accedere al ballottaggio), sia per le peculiarità tipiche del partito anti-sistema, vive alla ricerca costante di un complicato equilibrio tra radicalizzazione e normalizzazione. Nel momento stesso in cui Jean-Marie Le Pen ottiene lo storico accesso al ballottaggio presidenziale del 2002, si palesano la debolezza e i limiti del messaggio frontista. Non a caso lo scontro tra Le Pen e Chirac si tramutò nel trionfo della logica del “fronte repubblicano” da opporre alla deriva del FN. Oggi Marine Le Pen sembra aver avviato una nuova rincorsa che, anche considerata la lunga e profonda fase di crisi, potrebbe riservare qualche sorpresa. Ma come si è giunti alla modernizzazione e al tentativo di normalizzazione operata dalla figlia del fondatore del FN? E inoltre è così innovativa la sua strategia, soprattutto se osservata sul lungo periodo?

Il primo punto da non trascurare è la lunga “traversata del deserto” che Jean-Marie Le Pen compie per giungere agli “eroici” anni Ottanta, quelli che vedono il FN riuscire ad inserirsi in un sistema politico che si va strutturando sempre più secondo le logiche del bipartitismo. Gli anni Settanta erano stati quelli del passaggio dal movimentismo anarco-fascistoide di Ordre Nouveau alla leadership compiutamente partitica di Le Pen. Ma gli insuccessi elettorali e le conseguenti crisi organizzative ed economiche non avevano fatto altro che moltiplicarsi. Presidenziali del 1974, municipali del 1977, legislative del 1978: l’elenco delle sconfitte umilianti è ricco. Sino addirittura alla scelta di non partecipare alle elezioni europee del 1979, le prime a suffragio universale diretto. La “scelta delle istituzioni” e l’abbandono della logica rivoluzionaria, entrambe imposte da Jean-Marie Le Pen, tardano a portare i loro frutti. In realtà la vera svolta è operata nel corso degli anni Ottanta e vede come protagonista Bruno Mégret, il quale opera seguendo un doppio binario di modernizzazione.

Da un lato egli comprende l’importanza, nel sistema della V Repubblica, dell’elezione presidenziale e di conseguenza opera per fare del leader del FN un candidato il più possibile assimilabile agli altri competitors per l’Eliseo. Il lavoro sull’immagine è imponente, così come il tentativo di accreditarlo all’estero e di eliminare la dimensione di impresentabilità del messaggio frontista, da ripulire dalle parole d’ordine dell’estrema destra xenofoba e antisistema.

Dall’altro Mégret è attento nel cercare candidati rispettabili, costruire una narrazione culturale credibile e non oltranzista e infine ripulire il partito dai riferimenti identitari delle origini. Ma il lavoro forse ancora più interessante compiuto lungo tutti gli anni Ottanta e anche lungo i Novanta, riguarda il tentativo, molto spesso riuscito, di imporre nuove tematiche, per offrire cioè proposte originali per risolvere la lunga crisi che il Paese sta attraversando. Il FN riesce così ad imporre nel dibattito politico i temi dell’immigrazione incontrollata come responsabile prima della disoccupazione, della sicurezza (strettamente legata a quella dell’immigrazione) e della crisi della rappresentanza politica, ben evidenziata dal livello di astensionismo in costante aumento.

Il duro lavoro porta i suoi frutti e questi possono essere riassunti nei successi del 1984 (europee, 11,2%), del 1986 (legislative, 35 deputati eletti anche grazie al sistema temporaneamente divenuto proporzionale) e del 1988 (15% alle presidenziali per il candidato Le Pen). Ma al FN manca ancora un tratto di strada da percorrere e si tratta forse di quello più impervio. Superata la soglia della sopravvivenza il FN deve affrontare quella della legittimità al governo del Paese. Deve cioè confrontarsi con quel vulnus dell’oltre cinquanta per cento di elettori che, pur votando FN, alla metà degli anni Novanta non lo ritengono idoneo al governo del Paese. Deve insomma sciogliere il dilemma e riuscire a trovare un bilanciamento tra dimensione radicale e dimensione di governo. Mégret, sul finire degli anni Novanta, sembra avere la soluzione. Un lento e costante avvicinamento alle posizioni della destra repubblicana, sino a rendere il FN indispensabile per la sconfitta della sinistra, in tutte le occasioni di ballottaggio tra un gollista (o un centrista) e un socialista (o un comunista). Insomma l’idea è quella di inserirsi in ciò che resta della “quadriglia bipolare” per accreditare progressivamente il FN come forza di governo. Il punto più alto di questa strategia è il voto FN ai candidati UDF alla guida di cinque regioni nel 1998, passaggio conclusosi con successo, ma criticato pesantemente da Jean-Marie Le Pen e decisivo nella sostanziale espulsione dello stesso Mégret dal partito nel dicembre dello stesso 1998.

Ebbene Marine Le Pen, con un ruolo sempre più determinante nel partito a partire proprio dalla delicata fase successiva alla scissione del 1999, è parsa conoscere alla perfezione il lavoro svolto da Mégret e sembra essersi limitata a riadattarlo alla nuova congiuntura di crisi. Il grande exploit del padre alle presidenziali del 2002 è molto legato all’operazione immagine condotta proprio dalla figlia. Ma consapevole che la stella dello storico fondatore era oramai nella sua parabola discendente, Marine si è mossa lavorando sia sul “discorso” FN, sia sugli intellettuali e sulle adesioni autorevoli (emblematiche quelle dell’avvocato mediatico Gilbert Collard e del giovane enarca, oggi numero due del partito Florian Philippot), sull’accreditamento della sua leadership, utilizzando un’attenta strategia mediatica e sulla riproposizione dei due temi chiave della preferenza nazionale (vedi lotta all’immigrazione) e dell’attenzione al sociale (in linea con l’abbandono dell’ultraliberismo, già avviato dal padre nel corso degli anni Novanta).

Come riportato negli altri due interventi apparsi nelle scorse settimane, il lavoro sulla normalizzazione del partito sta dando i primi interessanti frutti. Il FN non solo ottiene ottimi risultati nelle urne (il 17,9% di Marine Le Pen alle presidenziali del 2012 va bel oltre il risultato del padre nel 2002), ma comincia ad essere percepito meno come un corpo estraneo o come un virus della politica transalpina.

Senza dubbio le difficoltà che sta vivendo la destra repubblicana, sospesa tra lo scontro Copé-Fillon e l’ipotesi del rientro nell’arena politica di Sarkozy, non possono che giovare al FN. D’altra parte se Marine Le Pen sta ri-adottando la strategia per molti aspetti sperimentata da Mégret, questa volta non dovrebbe avere particolari oppositori interni e comunque la presenza del padre come “presidente onorario” le garantisce una certa copertura in quegli ambienti di estrema destra e anti-sistema che mal tollerano l’ipotesi di un FN di governo.

L’obiettivo di medio periodo per Marine Le Pen è chiaro: traghettare il FN da una logica puramente anti-sistema ad una di assunzione di responsabilità (almeno potenziali) nella vita del Paese. Se il FN resta una forza meramente anti-sistema ha probabilmente già raggiunto il suo punto massimo. Se si normalizza eccessivamente rischia di diventare una brutta copia della destra post-gollista. Non gli resta che la via di una “moderna” ma lenta normalizzazione, magari sfruttando le debolezze delle due forze politiche maggioritarie e una crisi di una durata e di una intensità tali da arrivare addirittura, sempre potenzialmente, a stravolgere le solide istituzioni della V Repubblica.

Le ipotesi sono tutte sul banco. Ora tocca a Marine Le Pen, dopo aver dimostrato di conoscere la storia del FN, esprimere una creatività politica che, ad oggi, è fondamentale affinché il FN possa davvero ambire alla guida del Paese o almeno di sue importanti municipalità. Solo il tempo potrà offrire risposte chiare al complicato e ambizioso progetto del frontisme del XXI secolo.

(fine)

 

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Category: Osservatorio internazionale, RdP online

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