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Polonaise nazional-populista o europeista? Comunicazione e politica in Polonia

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di Roberto Valle

In un colloquio con Adam Michnik pubblicata nel 1998 in Letters from Freedom, Miłozs (premio Nobel per la letteratura nel 1980) ha affermato che la libertà è anzitutto lotta contro l’uniformità. L’uniformità non è una peculiarità esclusiva dell’universo totalitario che ha imprigionato le menti nella menzogna ideologica. La democrazia post-moderna, con la sua deriva populista, è una sorta di coercizione all’uniformità. Tale uniformità populista è favorita dalla trasformazione dell’ideologia in imagologia che si è imposta sulla comunicazione e sulla politica quale segregazione permanente nell’Attualità Storica Planetaria. Il potere imagologico, per Miłozs, è un’ apocalisse etica ed estetica della comunicazione e della politica perché è incardinato «sulla completa fluidità, sull’assenza di saldi fondamenti».

Secondo Michnik, la deriva nazionalista e populista della democrazia è una sorta di narcotico che forgia una massa acquiescente e uniforme. Nei paesi post-comunisti si sono sviluppate, per Michnik, due derive estreme dell’imagologia: il patriottismo neo-sovietico e il populismo marziale di Putin; il populismo-mafia che ha come idealtipo Berlusconi. Il populismo-mafia appare come il più diffuso e si fonda sulla convinzione che con il denaro si possano comprare i media, i politici e gli elettori. Il populismo mediatico di Berlusconi sembra aver fatto proseliti in Cechia, in Ungheria e in Slovacchia dove si assiste all’ascesa di tycoons che, approfittando della crisi economica, hanno privatizzato il mercato dei media dominandolo.

Dagli anni Novanta, la scena politica polacca è stata dominata da due tipi di populismo: il nazional-populismo sovranista ed eurofobo e il populismo liberista in rivolta contro le élite, lo Stato e l’Unione Europea considerata una riedizione dell’Unione Sovietica. Le versioni rivali del populismo si sono stigmatizzate tra loro e sono apparse come un falso sostituto di quella solidarietà sociale che era l’ideale supremo di Solidarność. L’esplosione di solidarietà degli anni Ottanta è sfociata, secondo Bauman, in una sorta di bachtiniano carnevale del solidarismo ed è stata sostituita dal Panopticon o Banopticon mediatico per cui la politica, come una sorta di reality show, soggiace alle leggi del darwinismo televisivo.

Wałesa, il leggendario leader di Solidarność è sia il padre fondatore della democrazia polacca, sia il padre fondatore del populismo polacco. Nel racconto Il miracolo, Herling sembra paragonare Wałesa a una sorta di Masaniello che nel corso della sua presidenza (1991-1995) ha preteso per se stesso un potere extracostituzionale in nome della salvezza del popolo contro le élite traditrici della patria. Altre icone del populismo polacco sono state: Lepper (morto suicida nel 2011 perché coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale) che all’inizio degli anni Novanta ha fondato il movimento di Autodifesa sostenitore di un populismo agrario, nazionalista, xenofobo e antieuropeo; i gemelli Lech e Jaroslav Kaczynski attivisti di Solidarność e nel 2001 fondatori di Legge e Giustizia che nel 2005 ha ottenuto una buona affermazione elettorale divenendo un partito di governo alla guida di un blocco populista e conservatore che comprendeva Autodifesa e la Lega delle Famiglie Polacche. La politica dei gemelli Kaczynski, con Lech presidente della repubblica (morto nel 2010 nell’incidente aereo a Smolensk mentre andava a commemorare in Russia l’anniversario del massacro di Katyn) e Jaroslav primo ministro, è stata caratterizzata dal nazionalismo, dalla lustracija e dall’ostilità contro l’UE, e dal monopolio della comunicazione politica (in particolar modo Radio Maryja).

Secondo Geremek, i populisti polacchi si sono rivolti ai «sentimenti di esclusione di una parte della società che si sente tagliata fuori dai benefici della trasformazione economica. Con il loro modo di governare hanno stimolato conflitti radicati nella storia (il regolamento di conti con i comunisti) o nel presente (la lotta alla corruzione)». Considerando lo Stato come proprietario della verità contenuta negli archivi, i gemelli Kaczynski, secondo l’illustre semiologo Głowinski, hanno manipolato la comunicazione politica forgiando una sorta di neolingua (nowomowa) nazional- populista. La neolingua nazional-populista ha resuscitato i meccanismi semantici del socialismo reale. Per un «scherzo maligno della storia», secondo Głowinski, la comunicazione politica dei populisti anticomunisti appare come una stupefacente ripetizione della neolingua comunista.

La neolingua nazional-populista è composta da tre elementi principali: 1) una visione del mondo coerentemente dicotomica che si arroga il monopolio del bene del patria (i leader si autodefiniscono personificazione del bene) minacciata dalla corruzione e dall’UE; 2) l’idea del nemico stigmatizzato negativamente e in permanenza dalla propaganda; 3) la visione complottistica del mondo, quale lotta incessante contro coloro che cospirano ininterrottamente contro la nazione, lo Stato e la Chiesa.

Tra il 2005 e il 2007, Legge e Giustizia si è appropriato del linguaggio pubblico e gli oppositori sono stati trattai come disturbatori dell’ordine pubblico (uno spot pubblicitario del PiS era un monito per gli avversari politici: «Si prega di non disturbare»). Un eufemismo tipico della neolingua nazional-populista è epitomato, secondo Głowinski, dalla formula «perfezionamento della libertà dei media», quale sottintesa limitazione di tale libertà fino alla reintroduzione della censura. Alle elezioni parlamentari del 2007 e del 2011 si è affermata Piattaforma Civica, espressione del centro conservatore e democristiano, che nel 2010 è riuscita anche far eleggere Komorowski presidente della repubblica che ha superato al ballottaggio Jaroslav Kaczynski.

La sorpresa delle elezioni del 2011 è stata l’affermazione del Movimento Palikot (dal nome del suo fondatore un uomo d’affari di successo e telepopulista famoso per le sue provocazioni in linea con la neolingua del politicamente corretto e della società dello spettacolo: nel 2007 brandì nel Sejm un fallo di gomma come una pistola per denunciare la violenza sessuale perpetrata da un poliziotto). Palikot è un fuoriuscito di Piattaforma civica che occupa uno spazio politico lasciato vuoto dal blocco nazional-populista, affermando una propaganda libertario-populista non dissimile da quella del partito radicale nell’Italia degli anni Settanta. Il Movimento Palikot è anticlericale e vuole porre fine all’educazione cattolica nelle scuole pubbliche, sostiene i diritti dei gay, la liberalizzazione delle droghe leggere e il diritto all’aborto.

Il governo di Tusk, invece, ha inaugurato la svolta europeista della Polonia. Gli altri paesi del gruppo di Višegrad (Cechia, Ungheria e Slovacchia) oscillano tra l’euroscetticismo e l’eurofobia sovranista: per il premier ungherese Viktor Orbàn l’UE e una riedizione dell’Urss, una sorta di impero malevolente simile a un riformatorio che mette sotto tutela quegli Stati membri che non rispettano regole e criteri stabiliti arbitrariamente. L’UE ha stigmatizzato alcuni provvedimenti emanati dal governo Orbàn (in carica dal magio 2010) che hanno impresso una svolta autoritaria e xenofoba: l’Unione Civica Ungherese, il partito nazional-populista al potere, ha istituito una Commissione Governativa di controllo televisivo e consente la trasmissione di un solo telegiornale come unica fonte di informazione.

Dal canto suo, la Polonia, pur difendendo per ragioni storiche la propria sovranità, appare come l’antemurale dell’europeismo nell’Europa centrale e impartisce lezioni di europeità anche alla Gran Bretagna. La Polonia, infatti, intende dare un nuovo impulso alla realizzazione del federalismo europeo, perché ha compreso che l’interesse geopolitico dell’Europa centrale consiste nel salvare l’UE. La Polonia non intende essere uno Stato periferico e spettatore della crisi, ma aspira ad appartenete al nucleo rifondatore della costruzione europea. La svolta europeista della Polonia (non più antemurale della Nuova Europa antieuropea come ai tempi di Bush figlio) è stata inaugurata dal ministro degli esteri Radek Sikorski in uno storico discorso sulla Polonia e il futuro dell’Unione Europea tenuto a Berlino il 28 novembre 2011.

Sikorski ha paragonato la disintegrazione europea alla dissoluzione della Jugoslavia, perché il fallimento dell’euro potrebbe scatenare una crisi di proporzioni apocalittiche. La più grande minaccia alla sicurezza della Polonia è il crollo dell’Euro zona. D’altro canto, la Polonia sembra temere di più l’inazione tedesca: Sikorski ha affermato che la leadership della Germania è indispensabile al fine di riformare in senso federalista l’UE creando a livello continentale un ministero delle finanze, una politica della migrazione, una politica estera comune e una lista paneuropea di canditati per le elezioni del Parlamento europeo. Sikorski ha confermato tale orientamento europeista nel discorso tenuto di fronte al parlamento polacco il 20 marzo 2013. Per Sikorski, l’unico rimedio alla crisi dell’Euro zona è il rafforzamento dell’integrazione dell’UE. A tal fine la Polonia dovrebbe adottare nel più breve tempo possibile l’Euro: «il permanere al di fuori dello spazio della moneta unica riduce notevolmente il margine di manovra della Polonia in ambito europeo».

Il gruppo di Višegrad inoltre si deve integrare con la Trojka di Weimar (Polonia, Francia, Germania). Per Sikorski, è necessario, inoltre, creare una Zona di Libero Scambio transatlantica tra l’UE e gli USA. L’orientamento europeista è in aperto contrasto con l’idea jagellonica (sostenuta da Piłsudski e dai Kaczynski) secondo la quale la Polonia deve avere un ruolo egemone nell’Europa centro-orientale per bilanciare lo strapotere geopolitico della Germania e della Russia. Tra il 2014 e il 2015, la Polonia dovrà affrontare tre importanti appuntamenti elettorali (elezioni europee, legislative e presidenziali; che pongono tre suspense interrogative: il blocco nazional-populista potrebbe tornare al potere in Polonia? Nel corso di queste tornate elettorali la neolingua nazional-populista potrebbe imporre di nuovo la propria egemonia nella comunicazione politica in senso autoritario e antieuropeista? La svolta europeista è destinata a permanere o si imporrà di nuovo l’eurofobia e l’idea jagellonica?

 

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