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Rilancio dell’economia e sviluppo: l’obbligo del merito

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di Matteo Chiavarone

«Nei prossimi giorni inizia l’operazione crescita». Queste erano le parole che riassumevano il discorso dell’allora premier Mario Monti alla Camera, quattordici mesi fa, dopo la conferma dell’approvazione del Decreto Sviluppo che avrebbe dovuto far ripartire l’Italia ridando ossigeno alle imprese, cuore pulsante di un sistema-paese in gravissime difficoltà economiche.

Nel riordino degli incentivi pubblici alle imprese, la chiave di volta per rimettere in moto un circolo virtuoso e meritocratico avrebbe dovuto aprire le porte ad assunzioni agevolate di professionisti di alto livello.

Misura che si sarebbe dovuta unire a strumenti finanziari per piccole e medie imprese, come la possibilità di avviare S.r.l. semplificate per aiutare l’imprenditoria giovanile – e non solo – e incentivi nel campo dell’edilizia.

Un flusso economico importante sarebbe dovuto derivare non dall’aumento dell’IVA o da altre imposte, che avrebbero messo in difficoltà famiglie e imprese, ma da un diverso regime di tassazione per le polizze delle compagnie assicurative estere che operano nel nostro paese.

Alla base di questo sistema “ad incastri” c’era sicuramente l’idea di dare, al mondo del lavoro, una decisa sferzata per intraprendere una direzione abbandonata da troppo tempo dalle nostre politiche economiche. Una strada che avrebbe potuto anche far tornare indietro importanti profili professionali emigrati in lidi il cui humus lavorativo risulta più fertile, più flessibile, più attento alla ricerca.

Lo spostamento di queste risorse – insieme a una riorganizzazione che avrebbe messo ordine a un’infinità di leggi spesso in conflitto tra loro – sarebbe risultato fondamentale anche perché tanto nel 2011 quanto nel 2012, alle imprese private è arrivato soltanto un decimo degli aiuti totali che sono invece finiti (e terminati) nelle casse di carrozzoni più o meno ‘istituzionali’ che hanno problematiche ataviche di difficile risoluzione e che da troppo tempo fagocitano ogni flusso economico statale.

Tra le norme approvate nel Decreto Sviluppo figurava la possibilità di assumere più agevolmente profili professionali altamente qualificati (dottori di ricerca, laureati magistrali in discipline tecnico-scientifiche) tramite un credito d’imposta al 35%, con il limite massimo fissato a duecentomila euro a impresa – che già di per sé era un ridimensionamento rispetto alle precedente ipotesi che prevedevano un credito d’imposta del 100% e un tetto massimo di trecento/seicentomila euro – e con un finanziamento previsto di 25 milioni per il 2012 (retroattivo), 50 milioni per il 2013 e per gli anni a seguire. Ciò, si riteneva giustamente, avrebbe permesso la crescita occupazionale in ambiti in cui la crisi si è fin troppo fatta sentire.

Quello che non si comprende – da qui l’uso del condizionale – è perché il decreto, a più di un anno dalla sua pubblicazione (Legge di conversione 7 agosto 2012), nonostante sia entrato in vigore il 12 agosto del 2012 e nonostante alcune imprese abbiano assunto personale a tempo indeterminato anche grazie ai potenziali vantaggi di tali incentivi, non sia stato de facto messo in pratica.

Le imprese si ritrovano appese a un filo che si fa via via invisibile, nella speranza sempre più vana (e, ahimè, vaga) di un ulteriore procedimento del MISE che permetta l’assegnazione di queste risorse mediante la procedura del cosiddetto Click day. Procedura che, in questo momento, appare più un miraggio che qualcosa di concreto, tanto che alcune fonti ipotizzano la possibilità, nell’eventualità che si aprano finalmente i rubinetti, che possa essere soppiantata da un meccanismo proporzionale per la concessione del bonus fiscale.

L’impressione è quella che il nuovo governo di coalizione, chiusa la stagione Monti, non si preoccupi di chi ha preso delle decisioni sulla scia di questo decreto (e, soprattutto, di chi ha incrementato il monte stipendi assumendo personale professionale che, per sua natura, è per forza di cose dispendioso) ma si stia muovendo dalla parte opposta come se i due poli non possano coincidere (con il Decreto Fare 2013 si introduce un nuovo sgravio contributivo, in via sperimentale, con agevolazione fino a 650 euro mensili per un anno e mezzo al fine di incentivare l’assunzione a tempo indeterminato di giovani tra i 18 e i 29 anni senza diploma).

Questa dicotomia personale altamente qualificato vs personale non qualificato non può e non deve esistere, sia perché sarebbe sbagliato dal punto di vista filosofico e strutturale (il nostro Paese ha bisogno di dare lavoro tanto alle sue “menti migliori” quanto ai suoi “ragazzi meno specializzati”, vista la crescente disoccupazione giovanile che ci mette tra i fanalini di coda in Europa), sia perché non è affatto detto che l’aiuto nel primo caso non possa “sostenere” anche un secondo tipo di occupazione, data la stretta connessione tra mondo del lavoro e le sue molteplici articolazioni.

Posso portare come esempio il caso di un’azienda romana che è stata colpita direttamente da questa incredibile “attuazione non attuata”, la Pangea Formazione, così come mi hanno mostrato i suoi due soci fondatori, Paolo Agnoli e Francesco Piccolo. L’azienda, specializzata nel “decision making” (applicazione della scienza del comportamento razionale alle decisioni strategiche in ambito aziendale e industriale attraverso l’uso dell’approccio probabilistico bayesiano come metodo per la trattazione dell’incertezza in tutte le forme), ha assunto, in vista di queste agevolazioni, ulteriore personale altamente qualificato a tempo indeterminato (nell’azienda non sono inoltre presenti lavoratori a progetto, un esempio quindi assolutamente virtuoso nel nostro panorama) che non può che gravare economicamente su un budget aziendale sicuramente ‘non illimitato’, per usare un understatement.

La restituzione di una parte della spesa avrebbe permesso tout court da un lato “maggior respiro” (visto anche l’accentuarsi di alcuni aspetti della crisi economica) e dall’altro la possibilità, ora inesistente, di assumere in parte, con quei finanziamenti, personale non altamente qualificato (addetti commerciali, responsabili di segreteria, etc.).

Il calcolo non è complesso: se una società che ha assunto due lavoratori a tempo indeterminato con dottorato di ricerca universitario, da impiegare in attività di ricerca e sviluppo, sostiene per esempio un costo aziendale di 35.000 euro per ciascun lavoratore avrà un credito di imposta totale fissato a 24.500 euro (70.000 x 35%). Sbloccare questa situazione è fondamentale perché alcune di queste aziende, come nel caso sicuramente di Pangea Formazione, si ritrovano ad aver investito e ad aver formulato dei progetti che, se tutto rimane com’è, nel migliore dei casi (laddove non si riesca a resistere) verranno interrotti (con perdita di posti di lavoro) e, nel peggiore, potrebbero condurre all’implosione dell’intera struttura che, in vista di questo sostegno, ha deciso di avviarli.

Per il fondamentale il rilancio dell’economia non si può del resto che partire dalle aziende che operano bene nel territorio. Si è parlato tanto dell’Agenda Monti; si deve, ora che si è conclusa quella stagione, iniziare nuovamente a parlare, qualunque sia la coalizione che la governerà nei prossimi anni, dell’Agenda Italia.

 

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Category: Osservatorio italiano, RdP online

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