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Le eventuali conseguenze di un “tradimento” turco alla NATO

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di Federico Donelli

La decisione della Turchia di aprire un negoziato con una società cinese per la fornitura di un sistema di difesa missilistica ha sorpreso analisti e politici aprendo il dibattitto intorno all’effettiva volontà turca di allontanarsi dall’Alleanza Atlantica e più in generale dall’Europa. La scelta del governo Erdoğan, parsa ai più inaspettata, rientra in una ben ponderata strategia volta ad aumentare l’autonomia turca sullo scacchiere internazionale. Sviluppi, questi, non necessariamente contrari ai futuri interessi occidentali.

È ancora lontana dal placarsi l’irritazione suscitata nelle cancellerie occidentali dall’annuncio del governo turco di aver ufficialmente intrapreso un negoziato, sulla base di accordi preliminari, con la società cinese Machinery Import and Export Corp (CPMIEC) per la fornitura di missili a lungo raggio e di un sistema di difesa (FD-2000), dal valore complessivo stimabile tra i tre e i quattro miliardi di dollari. Nonostante non vi siano ancora impegni vincolanti, da oltre un mese fa discutere la scelta turca soprattutto per le conseguenze che avrebbe all’interno dei Paesi membri NATO. Infatti, la necessità di integrare il nuovo sistema difensivo turco a quello dell’Alleanza Atlantica comporterebbe il libero accesso alla compagnia cinese ad informazioni di sicurezza regionale. Una possibilità che i partners NATO escludono nella maniera più assoluta. Inoltre la scelta turca, da molti vista come un ulteriore indizio del graduale allontanamento dall’Europa prima ancora che dall’Alleanza Atlantica, suscita perplessità legate allo “status internazionale” della CPMIEC, da tempo sottoposta a sanzioni da parte degli Stati Uniti a causa di reiterate violazioni ai trattati di non proliferazione nucleare nei confronti di Iran, Nord Korea e Siria.

Senza addentrarsi nel merito tecnico della proposta cinese, è necessario sottolineare come questa abbia battuto la concorrenza di tre società rivali considerate alla vigilia favorite: il consorzio italo-francese Eurosam promotrice del sistema difensivo SAMP/T Aster 30, la statunitense Raytheon & Lockheed già fornitrice dei missili patriot stanziati lungo il confine siriano e la società di Stato russa Rosoboronexport fornitrice del regime di Bashar al-Assad. Oltre alla maggiore convenienza, la proposta cinese ha goduto del vantaggio dato dalla disponibilità di co-produrre in Turchia esportando know-how. Concessioni ben viste ad Ankara in quanto conformi ad una norma del 1985 secondo cui in caso di acquisto di materiale militare e di avanzate strutture di difesa da un’azienda straniera parte della produzione avvenga all’interno dei confini nazionali. Una scelta congruente quindi con la volontà turca di sviluppare sistemi di produzione nazionale. Ankara, infatti, lavora da tempo alla realizzazione di strumentazioni radar, aerei e sistemi missilistici tra cui il sistema di difesa terra-aria T-Loramids.

Il diffuso malumore degli Alleati atlantici ha portato media ed opinione pubblica a considerare la scelta turca unicamente al pari di un tradimento in termini politici prima ancora che economici. Tuttavia volendo fare una valutazione più approfondita ed obiettiva in una prospettiva a lungo termine è possibile comprendere come dietro alla decisione dell’esecutivo di Erdoğan vi sia una precisa strategia politica. Il primo dato da non sottovalutare è che Ankara abbia voluto mettere pressione agli Alleati atlantici sia per forzarli ad uscire dal torpore mostrato negli ultimi mesi di fronte all’aggravarsi del contesto siriano sia per ammorbidire le posizioni più intransigenti riguardo i negoziati per l’adesione turca all’Unione Europea.

Fattore geostrategico da considerare è la volontà turca di smarcare la propria politica estera da qualsiasi condizionamento, ossia acquisire una completa autonomia di manovra in campo internazionale ritenuta, a ragione, elemento indispensabile per attuare una politica il più possibile attiva, flessibile e multidirezionale. L’obiettivo della Turchia è quello di porsi in posizione di equidistanza tra i molteplici attori internazionali tale da consentirle di operare senza restrizioni di sorta, sfruttando pienamente il potenziale derivante dalla propria peculiarità geografica che le consente di agire simultaneamente in regioni diverse.

A questi due elementi si deve aggiungere come spesso la visione (eccessivamente) eurocentrica di molti policy makers e analisti occidentali porti ad ignorare quanto l’Europa stia perdendo importanza geopolitica oltre che economica, sottostimando il graduale ma costante spostamento dell’asse mondiale verso est. La Turchia invece, al pari degli Stati Uniti, ha da tempo compreso come il Pacifico rappresenti il nucleo vitale dei futuri assetti geostrategici, adattando di conseguenza la propria politica estera. Uno slittamento della propria asse verso est manifestato dagli sviluppi della bilancia commerciale turca che negli ultimi, anche a causa della crisi finanziaria che ha colpito i Paesi dell’Unione Europea, ha registrato un drastico incremento dei rapporti con gli Stati del Sud-Est Asiatico, Cina su tutti (il 2013 è “l’anno della Turchia in Cina”). Ulteriore prova di questo cambiamento in atto è anche l’avvicinamento turco allo Shanghai Cooperation Organization (SCO), organizzazione intergovernativa che riunisce Cina, Russia, e quattro repubbliche ex-sovietiche (Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan). Seppure appaia ancora improbabile un futuro ingresso turco nella SCO, i rapporti sempre più stretti instaurati da Erdoğan sono serviti di riflesso per mostrare tutta l’insofferenza di Ankara nei confronti della NATO. Un’insofferenza dettata dalla percezione di essere stati lasciati troppo soli di fronte al peggioramento della crisi siriana, lenita solo parzialmente dall’invio di missili patriot lungo il confine turco-siriano.

Uscendo quindi da rigidi schemi interpretativi, è possibile considerare lo slittamento turco da una prospettiva diversa, più a medio lungo termine, con la definitiva affermazione internazionale della Turchia non alternativa ma funzionale agli stessi interessi occidentali. Infatti, l’ergersi di una Turchia forte, slegata da vincoli di schieramento, può farne un attore influente in grado di mediare e migliorare i difficili rapporti tra Occidente ed Oriente, oltre che un importante elemento di contrasto alla crescente espansione russa e cinese verso ovest.

 

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Category: Osservatorio internazionale, RdP online

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