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L’affaire Giovanardi e le piroette di Grillo sul mandato imperativo

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di Alessandro Rico

La coerenza, scriveva l’umorista Monduzzi, è un fardello scomodo da lasciare agli schiocchi. E di certo in politica non è sempre una virtù. Però ci sono alcuni casi talmente eclatanti che, a meno di supporre improbabili conversioni piuttosto che opportunistiche piroette, vale la pena di ricordarli. C’erano i «non mi candido» di Berlusconi a Mike Bongiorno, qualche anno prima della «discesa in campo»; c’era Monti che si schermiva dai giornalisti, assicurando che il suo doveva essere un mandato a tempo, senza una successiva «salita in politica». E poi c’è Grillo, col suo esercito di soldatini spesso ubbidienti, a volte ribelli e quindi da ricacciare nei ranghi, introducendo di sottecchi il vincolo di mandato. Al punto tale che Giovanni Sartori, qualche settimana fa, dalle colonne del Corriere della Sera ha bacchettato il leader carismatico del Movimento 5 Stelle, ricordandogli che proprio sul divieto di mandato imperativo si fondano le moderne democrazie rappresentative, a differenza degli antichi sistemi di rappresentanza per ceti. Allora, il delegato doveva difendere gli interessi della sua corporazione, che poteva liberamente revocargli il mandato qualora fosse venuta meno la fiducia nei suoi confronti. La democrazia parlamentare funziona diversamente: una volta eletto, il deputato può mantenere il suo incarico fino alla scadenza della legislatura e può esercitare le sue funzioni secondo coscienza, al limite anche contrariamente alle promesse elettorali (fermo restando che dovrà ovviamente fare i conti con i suoi simpatizzanti). Ogni parlamentare, infatti, rappresenta l’intera nazione e non solo un gruppo di interessi, come espressamente sancito dall’articolo 67 della Costituzione italiana. E qui viene il bello.

Nel 2005, Beppe Grillo silurò sul suo blog Carlo Giovanardi, reo di aver affermato in una trasmissione radiofonica, di sentirsi «dipendente» solo da chi lo aveva votato. In quell’occasione, il comico genovese brandì proprio l’articolo 67 per invocare le dimissioni del deputato Udc. Ora che deve tenere a bada le libere iniziative di qualche «cittadino eletto», nel pot-pourri di complottismo, antieuropeismo, socialismo primitivo e giacobinismo del suo partito non-partito, anche Grillo scopre il mandato imperativo. E tuona contro chi potrebbe tradire il programma 5 Stelle. Ed è buffo che nel post comparso sul sacro blog in settembre, intitolato La bocca di Giovanardi, la nuova invettiva non contemplasse l’episodio del 2005, nel dettagliato elenco di nefandezze attribuite all’ex ministro.

Si dice che solo gli asini siano sempre coerenti. Ma forse c’è un Grillo che riesce a fare l’asino pur essendo incoerente.

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Category: Osservatorio italiano, RdP online

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