Italia

Renzi: le parole e le cose/4

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di Riccardo Cavallo

imagesCAKZR1IDAll’iniziale plauso di Confindustria e del Fondo Monetario Internazionale, seguito dall’appoggio, seppur ondivago della CGIL, arriva del tutto scontato anche l’endorsement di Sergio Marchionne con un lapidario comunicato: “le misure di governo vanno nella giusta direzione, pieno sostegno a Renzi”. Tutti (o quasi) senza distinzione di sorta sembrano allinearsi alle scelte operate da questo governo giuste o sbagliate che siano, poiché esse vengono descritte con un linguaggio, a dir poco omologante, come l’ultima spiaggia su cui far approdare la malandata nave italiana dopo le violente mareggiate degli anni passati all’insegna del rigore e dell’austerità (parole diventate ormai impronunciabili anche nei palazzi del potere).

Pur nel rispetto del patto di stabilità e dei Trattati, la parola d’ordine che, in maniera trasversale, risuona ossessiva nello spazio europeo è la seguente: occorre invertire la rotta puntando sulla crescita e sull’occupazione. L’eco giunge questa volta dall’Eliseo dove l’asse euro-mediterraneo Roma-Parigi, oggi rappresentato dall’allegro duo Hollande-Renzi, ostenta le virtù salvifiche della crescita contro il mortifero vizio del rigore teutonico incarnato dall’austera Merkel. Se durante il recente colloquio parigino Renzi non ha smesso di decantare le lodi del genio italico sventolando sotto il naso di un basito “Monsieur Le Président” la sua cravatta griffata esclamando “c’est de Gucci”, alla Cancelliera l’ambizioso Renzi (le parole della Merkel spesso vengono fraintese) ha reso ossequio regalandole la maglia del centravanti viola Mario Gómez (autografata dal giocatore della nazionale tedesca) che il suo fido scudiero Dario Nardella, gli ha consegnato dopo il rientro da Parigi. Al di là di queste note di colore, cui sembra dovremo abituarci, la cosa che stupisce in questo insolito tran tran europeo è che, pur cambiando gli attori che calcano la scena politica, il copione rimane, pur sempre, identico. Dismessi i logori panni di cantori dell’austerità i politici europei indossano all’improvviso quelli più puliti di paladini della crescita in una sorta di inversione delle parti in cui diventa difficile distinguere le vittime dai carnefici. Un po’ come avviene con i perfidi e famigerati inquinatori che si trasformano d’incanto in onesti e laboriosi disinquinatori mossi, nell’uno e nell’altro caso, dalla ricerca del profitto ad ogni costo.

Di fronte a queste surreali vicende sta il cittadino comune, letteralmente stordito, tanto più se lo scenario prospettatogli dai novelli profeti di sventura è fatalmente racchiuso in una sorta di aut-aut: o Renzi o la catastrofe. Facendo leva su questa “minaccia” lo showman fiorentino ha illustrato la settimana scorsa, al cospetto di un impaziente stuolo di giornalisti, le miracolose ricette per far uscire l’Italia dal baratro. L’allegro demiurgo si è esibito in un esilarante spettacolo, dando prova di “strabilianti” conoscenze tecnologiche quando nello stesso momento in cui premeva il tasto di un telecomando sullo schermo si materializzavano le “fantastiche” slide (emulando lo “split screen” utilizzato da Obama) in cui il viso di Renzi, come i bronzei busti dell’eccentrico artista tedesco Franz Xaver Messerschmidt, cambiava repentinamente espressione passando dal beffardo all’affranto, a seconda del grado di praticabilità delle sue prodigiose soluzioni. Quest’ultime, in realtà, non sono altro che slogan propagandistici che ricordano molto da vicino quelli del suo amico Berlusconi. Tra essi spicca l’autentico “coup de théâtre” con cui Renzi ha promesso ai lavoratori dipendenti (con un reddito mensile inferiore a 1.500 euro) la somma complessiva di mille euro in più l’anno, la cui prima “tranche” (pari all’incirca ad 80 euro) dovrebbe materializzarsi nelle loro buste paga, non a caso, il giorno dopo le elezioni europee. Subito dopo nelle strade delle grandi città e nelle vie dei borghi più remoti, sembra essere tornata improvvisamente l’euforia. Schiere di lavoratori canticchiano un vecchio motivo degli anni Trenta in una veste rivisitata “se potessi avere 100 euro al mese” fantasticando su come utilizzare le somme che, a breve, riceveranno.

Ma l’entusiasmo svanirà ben presto poiché, malgrado i pirotecnici annunci del Jobs Act, all’orizzonte non si intravede la creazione di nessun posto di lavoro, ma solo l’emergere di nuove forme di precarietà a cui saranno inesorabilmente condannati, vista l’inesistenza di qualsiasi forma di tutela e di garanzia, le generazioni future che dovranno arrangiarsi, in nome della tanto decantata flessibilità, a svolgere lavori di qualsiasi tipo, pur di percepire una retribuzione che gli permetta di raggiungere, o forse, superare la soglia di povertà. Il tutto in perfetta continuità con le riforme dell’ex Ministro del lavoro e delle politiche sociali, il già berlusconiano Maurizio Sacconi, che dichiaratosi soddisfatto di Renzi per il suo piglio decisionista simile per molti aspetti a quello craxiano, lo sprona ad andare definitivamente oltre le strettoie dell’art. 18, ultimo baluardo a difesa dei lavoratori. Sulla stessa scia dei governi precedenti si pone anche la mancata riduzione delle spese destinate all’acquisto degli F35 (promessa che se mantenuta avrebbe portato ad una scelta veramente rivoluzionaria) balenata solo per pochi giorni sui quotidiani e ben presto oscurata dalla ridicola vendita di 100 auto blu su ebay che porterà nelle casse dello Stato solo qualche spicciolo. Le trovate elettoralistiche, in un Paese allo stremo, funzionano efficacemente quindi vale la pena emularle, se si pensa che esse hanno permesso a Berlusconi di rimanere al governo, con alterne vicende, per vent’anni. Ma a dare manforte a quello che sembra l’uomo solo al comando sovvengono gli esegeti del pensiero renziano che traducono ovvie banalità linguistiche in intelligenti strategie politiche, spesso attingendo dalla cultura d’oltremanica: così anche una frase che, ad un occhio inesperto, può sembrare una semplice battuta come quella pronunciata dal premier nel salotto televisivo di Bruno Vespa (“se il 27 maggio ‘sta roba non arriva vuol dire che Renzi è un buffone”) si trasforma in una seria manifestazione di politica responsabile o, per dirlo in salsa british, di “accountability”. Altro che ingenuità ed inesperienza! Qui ci troviamo in presenza di veri e propri esperti della politica capaci di rimanere aggrappati, ad ogni costo, alla salda terraferma del potere. Lo dimostra la recente approvazione del mostruoso Italicum, meta in parte raggiunta, anche se il prezzo da pagare è stato il passaggio forzato dall’isola deserta extraparlamentare abitata dal vecchio (Silvio) Robinson in attesa, dopo aver lanciato il suo S.O.S., proprio della nave renziana per proseguire insieme l’insidioso viaggio, stando ben attenti ad evitare le possibili imboscate da parte delle navi pirata sia dei franchi tiratori, sia dei diversamente berlusconiani armati fino ai denti.

Dopo aver schivato per un pelo anche le frecce avvelenate delle bianche amazzoni scagliate dagli scranni del Parlamento, il governo Renzi si trova, pur sempre, esposto alle innumerevoli insidie che si nascondono nell’accidentato iter parlamentare dell’Italicum verso l’isola che non c’è più senatoriale. Dietro la faccia da bravo ragazzo si nasconde dunque un indefesso professionista della politica che ha aspettato sornione che il Governo Letta completasse del tutto il “lavoro sporco” per assestargli una pugnalata alle spalle ed ereditarne i proventi politici, tra cui, quelli derivanti dal lavoro operato dal mago della “spending review” che con il suo bisturi ha cercato di recidere i corpi parassitari esistenti all’interno dell’apparato statale, anche se la richiesta avanzata da Renzi di calcare ulteriormente la mano rischia di provocare ferite difficilmente rimarginabili, se si pensa che dietro i numeri snocciolati in maniera approssimativa, in molti casi, si nascondono persone in carne ed ossa che rischiano di finire al macero. In ogni caso, le illusioni a buon mercato che, a loro volta, creano grandi aspettative, possono rivelarsi fatali e chi come Renzi le impersona rischia di apparire come l’uomo delle stelle del celebre film di Giuseppe Tornatore che girovagava nei piccoli paesi dell’entroterra siciliano alla ricerca di nuove star del cinema promettendo loro un futuro radioso ma irraggiungibile. Così l’incantatore Renzi che si muove da un’estremità all’altra della penisola vendendo sogni, all’insegna di un ripetitivo e commerciale “venghino signori venghino”, potrebbe finire con l’essere anch’egli stritolato da questo perverso meccanismo.

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