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Renzi: le parole e le cose/5

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renzidi Riccardo Cavallo

Un Renzi fortemente imbarazzato che non riesce a trovare le parole giuste e, in alcuni momenti, addirittura balbetta, per rispondere alle puntuali domande dei giornalisti italiani assiepati in una saletta riservata per la conferenza stampa convocata alla fine del Consiglio Europeo di Bruxelles, ripetendo vuoti slogan: “non siamo venuti con il cappello in mano”, “non abbiamo compiti a casa, sappiamo cosa fare”, “lo facciamo perchè ce lo chiedono i nostri figli”. Quest’ultimi scanditi in maniera quasi ossessiva sembrano ricalcare le parole del grande fratello orwelliano che con la sua voce ipnotica e martellante ribadisce continuamente: “la guerra è pace”, “la libertà è schiavitù”, “l’ignoranza è forza”. Tali slogan, spesso usati a sproposito, servono solo a coprire la dura e cruda realtà e dare agli italiani un’immagine edulcorata degli accadimenti europei come quando il piccolo Berlusconi rievoca in maniera piuttosto confidenziale i retroscena degli incontri con gli altri capi di Stato e l’insolito prolungarsi delle discussioni di lavoro anche durante le fasi più conviviali, quasi a voler rimarcare l’insostenibile leggerezza degli italiani. E a ben poco serve scambiare il bon ton politico riservato, più o meno, con gli stessi convenevoli dalla garbata Merkel ieri a Monti ed a Letta, oggi a Renzi al suo primo impegno europeo per un’implicita accettazione del suo “ambizioso” programma politico. E l’aggettivo “ambizioso” che la Cancelliera ha riservato a Renzi non può assumere un significato diverso da quello impiegato in analoghe circostanze nei confronti degli altri leader italiani. In risposta a tali piuttosto ordinari salamelecchi Renzi utilizza un linguaggio ed un modo di fare solo apparentemente spontaneo e irriverente rispetto al formalismo imperante nei consessi europei per dare l’impressione di essere allo stesso tempo un leader di un Paese che, nonostante la crisi, esprime delle eccellenze e un comune cittadino estraneo ai salotti della politica. Ma se non ci si ferma alla sola superficie ci si accorge che le parole di Renzi hanno un suono sinistro poiché ricordano le note dell’orchestra che continuava allegramente a suonare mentre il Titanic stava affondando; esse ben si addicono ad un leader che, pur non essendo stato eletto dal popolo, parla direttamente alle masse, seguendo uno stanco e ripetitivo protocollo che serve ad occultare ciò che realmente accade nelle stanze ovattate dove, lontano dai riflettori, si sono riuniti i leader per decidere il futuro dell’Europa. Qualche significativo dettaglio forse emerge dalla lettura dei pochi giornali italiani non allineati al credo renziano e soprattutto da quella dei quotidiani stranieri che raccontano una storia completamente diversa da quella narrata dal premier. Al di là dell’aria allegra e scanzonata del “discolo fiorentino” davanti alle telecamere ciò che salta veramente agli occhi è, invece, l’atteggiamento da “scolaretto obbediente” che ingenuamente trapela anche dalle sue dichiarazioni quando sostiene che, nonostante le iniziali rimostranze, il governo italiano rispetterà gli impegni precedentemente assunti. In ogni caso, rimane un mistero su come Renzi riuscirà a muoversi così freneticamente negli oscuri labirinti dei trattati europei e passare indenne sotto le forche caudine del Fiscal Compact che, oltre a definire una serie di vincoli per raggiungere l’obiettivo del pareggio strutturale di bilancio, stabilisce di criteri molto rigidi per la riduzione del debito pubblico. Malgrado gli innumerevoli strali della classe politica contro questo odioso provvedimento, la sua ratifica da parte del Parlamento italiano non solo è avvenuta in un batter d’occhio, nel silenzio e nell’indifferenza generale, ma anche con il consenso di quasi tutti gli esponenti politici sia di centro-destra, sia di centro-sinistra. Pur volendo tralasciare questi aspetti non affatto marginali, i pochi provvedimenti finora attuati dal governo Renzi non si discostano minimamente dai diktat della Trojka già responsabile con le sue politiche di austerità di aver aumentato, da un lato, la povertà e la disoccupazione e, dall’altro, di aver reso sempre più stridenti le diseguaglianze sociali. Basti pensare al piano di privatizzazioni (ancor più massiccio di quello dei precedenti governi) per ridurre il debito pubblico annunciato dal ministro dell’economia Padoan nel suo intervento al convegno della Confcommercio svoltosi lo scorso fine settimana a Cernobbio oppure ad uno dei primi provvedimenti varati dal governo Renzi come il decreto Poletti pubblicato qualche giorno fa sulla Gazzetta Ufficiale che, attraverso la riforma dei contratti a termine e dell’apprendistato, intende liberalizzare ulteriormente il mercato del lavoro. Del resto, tale decreto è stato paradossalmente definito dallo stesso Padoan uno strumento indispensabile non solo per “creare lavoro e più occupazione giovanile” ma anche come “elemento di crescita e inclusione sociale”. Ma il sorriso ammaliante di Renzi e le lacrime da coccodrillo della Fornero come delle interscambiabili maschere greche vanno, pur sempre, nella direzione indicata dai “maledetti” burocrati di Bruxelles: la precarietà eterna. E il nuovo verbo della precarietà, sia pur declinata in maniera espansiva, come sostiene a ragione l’economista Emiliano Brancaccio, rischia di rivelarsi un altro buco dell’acqua e più che guardare al futuro rinvia al passato e ricorda, al di là delle ovvie differenze, gli idilliaci processi del Capitale descritti da Marx. Mentre il premier continuava spensierato il suo tour nel continente europeo nelle isole italiane soffiavano venti di tempesta: il plenipotenziario del PD messinese Francantonio Genovese veniva raggiunto da una richiesta d’arresto per i reati di peculato, truffa aggravata e falso in bilancio nell’ambito dell’inchiesta sui fondi per la formazione professionale e la posizione della sottosegretaria Francesca Barracciu già iscritta nel registro degli indagati diventa sempre più critica in quanto la procura cagliaritana gli ha contestato spese per altri 45mila euro circa nell’ambito dell’inchiesta sui fondi ai gruppi, per l’utilizzo improprio di circa 33mila euro quando era consigliere regionale del PD. Le recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto alcuni esponenti del PD non si risolvono comunque appellandosi alle evanescenti norme di un codice etico applicato sempre ex post come ribadisce ingenuamente, tra l’ilarità generale, Filippo Taddei responsabile economico del PD e renziano di ferro incalzato dalle pungenti domande di Maurizio Belpietro e Marco Travaglio durante la trasmissione televisiva “Servizio Pubblico” condotta da Michele Santoro. Al di là di questi incresciosi episodi, rimane ancora sospesa nel vuoto la scelta politica di definire su chi realmente si abbatterà la scure insanguinata di Cottarelli, tenendo ben presente come ha spiegato Luca Ricolfi, gli innumerevoli ostacoli reali che si frappongono alla realizzazione concreta del piano predisposto dal blasonato “tecnico”. Speriamo almeno che Renzi riesca nell’ardua impresa di tagliare, senza trucchetti o formule ingannevoli, i lauti stipendi dei manager pubblici (molto al di sopra della media europea) fissando un limite massimo ed incidendo così, anche simbolicamente, sui loro perenni privilegi derivanti dal fatto che essi occupano, a rotazione, le poltrone dei maggiori enti pubblici senza mai essere “rottamati”. Sarebbe auspicabile allora che, anche in un ambito tradizionalmente occupato da soggetti nominati in base alle loro appartenenze politiche, la selezione dei futuri manager avvenisse in maniera trasparente mediante concorsi pubblici dando molto più spazio ai giovani che, pur essendo in possesso di “curricula” di tutto rispetto, sono continuamente offesi ed umiliati nella loro dignità di lavoratori della conoscenza. Questa potrebbe essere una risposta politica all’arroganza di Moretti & Co. che ricordano il cinico e spietato manager impersonato da George Clooney nel film “Tra le nuvole” continuamente in viaggio nei cieli americani allo scopo di licenziare, con il sorriso sulle labbra, il personale in esubero adducendo una serie di ridicole motivazioni che renderebbero addirittura la perdita del lavoro un fatto positivo, non curandosi affatto delle proteste del lavoratore mortificato che si presentava davanti ai suoi occhi di ghiaccio. Forse in politica (e non solo in filosofia) alla fine vince chi va più lentamente in quanto chi corre troppo rischia, prima o poi, di “inciampare” come si arguisce dall’articolo che il settimanale britannico The Economist dedica a Renzi, intitolato significativamente “Gambler in a rush”.

 

 

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