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Il tramonto amaro del Cavaliere dimezzato

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di Alessandro Campi

imagesCA9LGZG1Sarà che i tramonti politici si assomigliano tutti – tra le incertezze del capo e i rancori nella cerchia dei fedelissimi, tra richiami nostalgici al bel tempo andato e improbabili fughe in avanti – ma in quel che sta accadendo a Berlusconi e nel suo mondo c’è davvero poco di nuovo. Se non l’ostinazione dell’uomo: caparbio, ostinato, coriaceo nel cercare una via di salvezza che sembra impossibile, che probabilmente non esiste, ma nella quale lui continua a sperare.

Condannato in via definitiva dalla magistratura, abbondonato da molti di coloro che gli erano tra i più fedeli (e che gli avevano giurato gratitudine eterna), con un’immagine pubblica, interna e internazionale, logorata per sempre, espulso dal Senato, con la giustizia che ancora lo incalza con procedimenti, inchieste e processi, dichiarato non candidabile, a breve Berlusconi potrebbe trovarsi bloccato in casa (agli arresti domiciliari) o condannato ai servizi sociali. In ogni caso nell’impossibilità materiale a guidare il suo partito e ad affrontare ciò che da sempre sa fare meglio e che più lo diverte politicamente: una campagna elettorale nella quale sbizzarrirsi inseguendo i sondaggi, spiazzando gli avversari con trovate inedite, dando fondo alla sua creatività da pubblicitario.

Lui vorrebbe, come riconoscimento per la posa responsabile che ha assunto negli ultimi mesi, ma anche perché si ritiene un leader ancora amato da milioni di italiani, agibilità politica. La possibilità cioè di fare attivamente propaganda, di restare sulla scena pubblica da protagonista, invece di essere trattato alla stregua di un fuorilegge. Al Capo dello Stato, nel loro recente e contestato incontro, ha fatto un ragionamento che suona persino plausibile sul piano politico: senza di lui Forza Italia rischia di diventare una realtà ingovernabile, preda dei personalismi che già la stanno divorando dall’interno. E allora addio riforme. Nessuno potrebbe più garantire l’intesa che è stata siglata tra il Cavaliere e Matteo Renzi per modificare la legge elettorale e riscrivere un pezzo della Costituzione. Il piccolo particolare è che il Capo dello Stato, affinché lui continui a comportarsi da statista e da “padre della patria”, non può offrirgli nulla in cambio, né la grazia né la garanzia di un trattamento morbido da parte dei giudici che dovranno a breve decidere sulla sua sorte. Se questo è lo scambio che ha proposto per garantirsi una qualche sopravvivenza, non poteva commettere errore più ingenuo e grossolano.

E comunque, per dirla tutta, il problema dell’agibilità è solo un benevolo autoinganno rispetto al problema vero che Berlusconi ha dinnanzi e che però non vuole affrontare: quello di cosa farne della sua creatura politica, se portarla alla morte insieme alla sua persona fisica o se farla vivere, prima o poi, di vita propria, affidandola seriamente a qualcuno che non sia lui o un suo pallido clone. Problema che implica anche un altro aspetto, che il Cavaliere fa finta di non vedere pur avendolo chiarissimo: serve all’Italia, serve agli italiani, un partito che è ormai soltanto la roccaforte eretta a difesa di un uomo che si sente braccato, che non ha più un’idea di società da proporre, una suggestione da offrire agli elettori, che vive ormai soltanto di vecchi slogan all’indirizzo dei simpatizzanti (peraltro sempre meno e sempre più delusi) e di invettive tanto consunte quanto rabbiose rivolte agli avversari?

Dovunque oggi si giri Berlusconi trova qualcuno che lo ha scalzato dalle sue antiche posizioni o che gli ha scippato certe storiche battaglie: Alfano, dopo averlo mollato stanco anche lui di fare il delfino in eterno, si è intestato la rappresentanza dei moderati, del popolo delle partite iva e degli scontenti dalle troppe tasse, Grillo è più credibile di lui nelle invettive contro l’Europa, Renzi gli ha copiato lo stile decisionistico, il “ghe pensi mi” e lo slancio riformatore-liberale, la Lega di Salvini e quel che resta della destra post-missina fanno meglio la voce grossa su immigrazione clandestina e sicurezza. Il fatto che per recuperare nuovi consensi, non avendo nessuna voglia e credibilità per mettersi a fare crociate sui temi etici o su quelli economici, abbia pensato di rivolgersi ai possessori di cani e gatti, se dice molto sulla capacità inventiva dell’uomo, dice moltissimo sulla consunzione del suo progetto politico: dalla rivoluzione liberale a quella animale c’è la misura di un fallimento che prescinde dalle sue disavventure giudiziarie e dall’accanimento nei suoi confronti dei “comunisti”.

Lui è ancora convinto, appunto perché è un ostinato, che basti l’evocazione del suo nome per dare corpo ad una proposta ancora una volta elettoralmente credibile. Ed è la ragione per cui, a dispetto delle quotidiane smentite, sarà costretto a candidare uno dei figli affinché si possa scrivere “Berlusconi” sulle schede alle votazioni del prossimo maggio. Ma una volta che abbia risolto così, nella logica padronale che da sempre gli appartiene, il problema assillante della successione e della continuità, dovrebbe anche chiedersi, essendo stato il grande federatore della politica italiana, l’inventore del centrodestra come formula politica, perché proprio il suo nome sia diventato col tempo fonte di divisione e di scontro. I moderati, per unire i quali era sceso in politica vent’anni fa, vent’anni dopo sono frammentati e deboli come non mai, divisi in cento schegge. E dovrebbe anche chiedersi perché il suo mondo, quello rimasto legato a Forza Italia, dietro l’unità di facciata sia anch’esso divenuto un coacervo di forze e personalità in lotta sorda tra di loro, al centro e peggio ancora in periferia, diviso tra chi punta a sopravvivere ad ogni costo, chi aspetta di dividersi le spoglie, chi ha deciso di votarsi alla “bella morte” insieme al capo e chi non saprebbe, a questo punto, dove altro andare.

Ma il Cavaliere non si farà mai domande del genere, che lo costringerebbero a ripensare autocriticamente la sua avventura politica. Nella disperazione del momento confida in un improvviso colpo di fortuna o in qualche colpo di teatro che potrebbe venirgli in mente. Punta magari a fare la vittima e il perseguitato, se i giudici saranno con lui inflessibili. Spera in qualche errore clamoroso dei suo avversari. Tutto pur di non guardare in faccia la realtà cruda, che da illusionista, visionario e cultore dell’utopia egli ha sempre negato e trasfigurato a misura delle sue fantasie, ma contro la quale rischia adesso di andare rovinosamente a sbattere.

 

* Editoriale apparso sul quotidiano “Il Mattino” di Napoli (4 aprile 2014)

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