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“Tutto il potere ai Sindaci”: il municipalismo costituzionale di Matteo Renzi

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di Alessandro Campi

logoanci-207x300L’attuale presidente del consiglio è un ex-sindaco e si vede. Il modo con cui ha intenzione di ridisegnare – insieme ad un altro ex-sindaco, Graziano Del Rio, suo braccio destro a Palazzo Chigi – il sistema della rappresentanza (ad esempio con riferimento al Senato e alle Province) somiglia tanto ad un rovesciamento degli antichi assetti istituzionali: quello che stava in alto e politicamente contava di più (il Senato rispetto ai Consigli regionali, le Province rispetto ai Comuni) si trova ora in basso. Anzi, scompare per essere assorbito e/o sostituito – per così dire – dall’istanza politica un tempo inferiore.

Forse si tratta di un’impressione o di una cattiva suggestione, ma quello che ha in testa Renzi (a parte l’ossessione di tagliare i costi e ridurre le spese) è che i Sindaci, per il modo con cui vengono eletti ormai da più di un ventennio, siano l’espressione politico-rappresentativa più funzionale e autentica di una democrazia, quella italiana, altrimenti malata e scarsamente efficiente nei suoi altri livelli istituzionali. Da anni il Parlamento nazionale (nei suoi due rami) risulta incapace di attuare riforme di qualunque tipo. Il suo personale è screditato e visto con il fumo degli occhi dall’opinione pubblica. Composto in larga parte da nominati dalle segreterie dei partiti, esso ha perso qualunque autorevolezza, non esprime alcuna capacità di autonomia, è pieno di indagati e corrotti, non legifera e non decide, ed è per di più pletorico e costoso.

Sulle Regioni, come è noto, negli ultimi anni si sono abbattuti scandali d’ogni natura, in particolare quelli relativi alle spese pazze di consiglieri e assessori. Si tratta a sua volta di un’istituzione largamente screditata, che vede oggi centinaia di suoi rappresentanti sotto inchiesta o indagati. Quanto alle Province, la percezione della loro inutilità dal punto di vista politico-funzionale si è talmente radicata (peraltro sulla base di campagne di stampe martellanti, senza cioè che ci siano delle ragioni serie, d’ordine storico o costituzionale, che giustifichino la cattiva fama di cui esse godono) che la loro soppressione per legge è considerata come un passaggio a dir poco ineluttabile lungo il cammino delle riforme.

Restano i Comuni e i Sindaci, sui quali invece non si sentono che lodi. Se un problema hanno i municipi italiani è quello, non di essere spreconi, ma di essere stati arbitrariamente privati di molte delle loro risorse da uno Stato famelico e sempre a caccia di soldi. I Sindaci, frutto di un’elezione diretta che li rende al tempo stesso pienamente responsabili e legittimati nei confronti dei cittadini, sono gli unici che scelgono, deliberano e decidono senza lungaggini e tenendo ben presenti le esigenze del corpo sociale.

Da anni si ripete che la riforma nel sistema di elezione dei sindaci è l’unica che abbia funzionato in questo Paese e che abbia prodotto dei risultati, mentre tutti i tentativi di dotare l’Italia di una buona legge elettorale o di migliorarne il tessuto istituzionale sono miseramente andati a vuoto, anche a causa di una classe politica centrale inetta o comunque interessata solo a salvaguardare lo status quo.

Dall’onda dell’antipolitica che ha travolto tutto e tutti gli amministratori locali – i sindaci con i loro assessori, ma anche i consiglieri municipali – sono gli unici che si siano salvati. In effetti, non c’è memoria pubblica di grandi scandali che abbiano toccato le città italiane e i loro governanti o rappresentanti. E infatti le uniche personalità politiche alle quali si guarda con un minimo di simpatia e rispetto, che tutti vorrebbero proiettati sulla scena nazionale, sono proprio i primi cittadini.

Matteo Renzi, tra le altre frecce nel suo arco, la parlantina, la sveltezza, l’età, l’attivismo, il coraggio, ha avuto anche questa: di essere il sindaco di una importante città italiana e di essersi accreditato come un governante potenzialmente in grado di guidare il Paese proprio a partire da questa sua esperienza amministrativa. Senza nemmeno il bisogno – come capitava un tempo – di dover passare dal Parlamento o di dover ricoprire un qualche incarico da sottosegretario o da ministro. Da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi, da primo cittadino e primo ministro, senza passaggi intermedi.

Dunque non stupisce, essendo lui convinto di avere – proprio in quanto prima presidente di una provincia e poi sindaco di una città – titoli e capacità che non hanno politici con un curriculum più nazionale, che stia approntando un piano di riforme costituzionali dove la rappresentanza dal basso (locale-territoriale) è considerata più importante (cioè più democratica, funzionale e rappresentativa) della rappresentanza dall’alto. Potremmo definire la sua come una forma, in effetti inedita, di municipalismo costituzionale.

E dunque nei suoi piani i senatori eletti saranno sostituiti dai rappresentanti nominati delle Regioni e dei Comuni mentre le Province, lungi per il momento dall’essere abolite, saranno trasformate a loro volta in assemblee dei sindaci. Tutto ciò, secondo le motivazioni ufficiali addotte, per arrivare ad una cospicua riduzione delle spese, per abbattere in modo significativo i costi della politica: meno eletti, costi minori per l’erario. Ma non va sottaciuta, a mio modo di vedere, la motivazione “politico-ideologica” che ho cercato di illustrare e che appunto si riassume nella creazione di un sistema della rappresentanza che tende a privilegiare la componente politico-amministrativa locale, che si trova ad essere caricata di poteri crescenti. I Sindaci non guideranno solo le rispettive città ma si occuperanno anche delle province e alcuni di loro diverranno anche senatori.

C’era qualche anno fa chi teorizzava la nascita del Sindaco d’Italia, un modo bislacco per auspicare un riforma del nostro sistema politico-istituzionale in senso presidenzialistico. Eccoli accontentati! Un sindaco è diventato presidente del consiglio e i suoi colleghi sindaci, in carica o passati nel frattempo ad altri ruoli, si apprestano a diventare la spina dorsale della nostra classe politica nazionale. L’unica cosa che non si immaginava è che dalla guida del Comune si potesse passare a quella dello Stato senza elezioni e senza nemmeno conquistare avere uno scranno in Parlamento. Ma anche questo è successo e non resta che prenderne atto.

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