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Renzi, un cambio di paradigma culturale e storico che la sinistra ancora non accetta

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Giuseppe De Lorenzo

imagesIl Jobs Act è arrivato in Aula al Senato ed il Governo ha chiesto la fiducia, chiudendo così in fretta la discussione parlamentare sulla Legge Delega. Il maxiemendamento che la Boschi ha presentato al Senato, ha imposto alla sinistra del Pd di prendere una posizione precisa: con Renzi o contro il Governo. La terza via, ovvero quella di assentarsi al momento del voto giustificandosi con un improbabile malattia, avrebbe soltanto rinviato lo scontro, ormai esplicito, tra lo spirito del leader e la forza della tradizione partitocratico-burocratica.

I legittimi dubbi degli eredi del Pci e discendenti, però, fondano le radici non sul singolo provvedimento riformatore in tema di lavoro, ma sul radicale mutamento di strategia politica del Partito Democratico. Il quale, occorre ricordarlo, è nato da una fusione tra due anime distanti seppur condividenti spunti e obiettivi comuni. Due culture politiche, quella della Margherita e quella dei Ds, che hanno mantenuto le loro specificità: particolarità che – con la scomparsa dell’organizzazione-partito e l’accentramento dell’attenzione sull’individuo – si riaffermano con gli scontri sulla riforma dell’Articolo 18 e sulla democrazia partitica. E proprio su questi punti si registrano, infatti, le innovazioni del messaggio di Matteo Renzi. La tradizione politica da cui proviene non è certo la stessa di Veltroni, Bersani e Cuperlo, ma la schiacciante vittoria alle primarie ed il risultato elettorale delle Europee hanno consegnato all’ex Sindaco di Firenze una maggioranza numerica e politica nel partito tale da spostare fattivamente il potere interno nelle mani di un nuovo attore non prettamente riconducibile alle caselle classificatorie “post-democristiano” o “post-comunista”. Producendo peraltro un cambiamento di rotta non indifferente.

Per prima cosa, Renzi ha trascinato il Pd nel Partito Socialista Europeo. Un passaggio prima ostacolato dai dirigenti ex-Margherita, i quali imposero come conditio sine qua non per la formazione del Partito Democratico la non adesione alla famiglia socialista. Al momento della decisione assunta in direzione, Beppe Fioroni, contrario alla svolta, ricordò che “non era negli accordi”.

Allo stesso tempo il Premier ha abbattuto l’impostazione partitica degli ex Pci (legata al territorio e fondata su un rapporto comunitario emotivo tra dirigenza ed elettori-militanti)  e quella democristiana fondata sulle correnti. Mutuando un metodo di raccolta del consenso e di presa delle decisioni di tipo personalista più vicino alla tecnica berlusconiana. Inoltre, sono cambiati il linguaggio ed il rapporto con alcuni “totem” caratterizzanti l’impianto ideologico del partito, cari soprattutto alla Sinistra del Pd.

Durante l’ultima direzione, quella incentrata su Articolo 18 e riforma del Lavoro, la netta distanza tra le due “correnti” si è palesata con irruenza. Da una parte, la linea classica di D’Almea e Bersani, quella che considera e chiama gli imprenditori – per citare il discorso dell’ex Premier – “padroni”. Dall’altra, le parole di Renzi, il quale prima si definisce “cattolico liberale” e poi colpisce duramente il più simbolico degli oggetti di culto della Sinistra italiana. Appunto, l’Articolo 18.

Ma in Via del Nazareno c’è stato dell’altro. Aveva forse ragione Civati a dirsi in difficoltà nel capire se “questo Pd sia davvero di Sinistra”. Perché gli interventi dei colleghi “renziani” hanno disegnato un solco insanabile, quantomeno lessicale, tra maggioranza e minoranza Pd. Molti hanno espresso l’obbligo per il Partito Democratico di “tutelare gli imprenditori”, così come Paola Concia urlava al microfono che “l’impresa ha il dovere di fare profitto”. Due concetti politici e due scelte terminologiche che la Sinistra non aveva mai fatto proprie e che sicuramente non avrebbe esternato in diretta streaming.

Inoltre, durante l’informativa alle camere sui Mille Giorni, Renzi ha difeso le scelte del Governo affermando che le ricette adottate erano proprie “delle liberal-democrazie e social-democrazie europee”. Accostando così le due grandi famiglie politiche sembra volerne evidenziare la vicinanza di mezzi ed obiettivi di governo.

Qual è la linea politica del nuovo Pd? E quale il suo impianto ideologico? Liberale, come dice di essere il Segretario, oppure social-democratico, come vorrebbero la storia e l’adesione al Pse?

Forse, è necessario abbandonare queste classificazioni ed allargare le domande alla sfera sovranazionale: esiste una differenza tra liberal-democrazie e social-democrazie europee? E se esistono, sono oggi riscontrabili negli attori politici in campo?

Appare inconfutabile che le distanze ideologiche si siano notevolmente ridotte, anche a causa della continua necessità dei partiti di conquistare i voti al centro, orfani ormai del consenso di appartenenza. In ambito europeo le differenze tra governi liberali e socialisti, al netto delle tradizioni politiche nazionali, non sono così evidenti. Non lo sono in Italia, dove Renzi sembra cavalcare molte delle battaglie simbolo di Berlusconi. Non per nulla nei paesi dell’Ue il ricorso a Governi di coalizione è sempre più frequente, producendo così un appiattimento al centro delle forze politiche europeiste, nuove alleate sul piano economico, contro le emergenti formazioni ostili ai Trattati.

Insomma, è un mondo completamente trasformato dal punto di vista ideologico. Una trasformazione che Renzi sta cavalcando, ma a cui la sinistra interna del suo partito sembra non volersi rassegnare.

 

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Category: Cultura/culture, RdP online

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