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Un occhio distante sul Califfato: l’analisi di Dounia Bouzar

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di Gabriele Gunnellini

132420004-9db35487-a417-4f28-9997-849606a680f1Nel nostro precedente intervento (http://www.istitutodipolitica.it/wordpress/2015/01/07/un-viaggio-dentro-lo-stato-del-terrore-il-libro-della-napoleoni-sullisis/), abbiamo mostrato come Loretta Napoleoni, nel suo libro ISIS, Lo stato del terrore, scritto durante la sua permanenza nei territori del califfato, abbia osservato che i jihadisti rappresentano lo “scarto” della società occidentale: persone che non si vogliono far fagocitare dal sistema capitalistico-occidentale e che trovano dunque uno sbocco alle proprie aspirazioni andando a combattere per il Califfato.

Un’antropologa francese, Dounia Bouzar, ha studiato le personalità dei combattenti francesi. Quello che emerge dallo studio (intitolato “La metamorfosi”, La Metamorphose, una ricerca effettuata con l’aiuto del C.P.D.S.I. e reperibile gratuitamente su internet al seguente link http://www.bouzar-expertises.fr/metamorphose) è qualcosa di diametralmente opposto a ciò che scrive la Napoleoni. La Bouzar è inoltre autrice di un altro libro sullo stesso argomemto, intitolato Hanno cercato il paradiso e hanno trovato l’inferno (Ils cherchent le paradis ils ont trouvé l’enfer, Les éditions de l’atelier, non tradotto in italiano).

I dati della sua ricerca sono a dir poco sorprendenti: l’85% dei combattenti viene dalla classe media o dalla upper class; di questi il 50% sono figli di insegnanti. Solo il 16% è di origine popolare; il 63% ha dai 16 ai 21 anni e il 37% fra i 21 ed i 28 anni. Solo il 5% ha commesso reati; il 40% ha avuto depressione, anoressia, deformazione cutanea e isolamento. Il 98% è stato avvicinato attraverso internet.

Leggendo questi dati emerge il seguente ritratto: il jihadista francese è giovane, di buona famiglia, ha problemi relazionali e sfoga questi problemi attraverso la rete.

Questo comportamento è stato letto come il frutto del nichilismo imperante della nostra società: i ragazzi, che non trovano stimoli all’interno di quest’ultima, vanno a cercarli in qualcosa che non conoscono ma che ha un forte ascendente su di loro.

L’espressione “Hanno cercato il paradiso e hanno trovato l’inferno” fa riferimento alla differenza che c’è tra le lusinghe dello Stato Islamico e la realtà che trovano una volta arrivati. I ragazzi sono attratti sui social network da foto che ritraggono sfondi da mille e una notte o locali alla moda. Ad aspettarli invece trovano percosse e il loro passaporto bruciato, in un processo che tende a cancellare la loro precedente personalità per trasformarli in guerrieri di Allah.

La Napoleoni parlava invece di uno stato che si prende cura dei suoi fedeli, con costruzioni di strade, distribuzioni di cibo e altri programmi di prevenzione sociale.

I due racconti sembrano a prima vista inconciliabili, quasi due realtà diverse, ma non è così; come abbiamo scritto nel precedente articolo, il libro della Napoleoni è impregnato delle emozioni di chi ha osservato l’esperienza del Califfato da molto vicino.

Tra le due analisi corre la differenza che c’è tra due scienziati che studiano una foresta tropicale: chi andrà a piedi nella foresta potrà vedere perfettamente che tipo di piante ed animali la popolano, ma non avrà la percezione di quanto quella foresta sia grande, mentre il biologo che sorvola da un aereo la foresta vedrà chiaramente le sue dimensioni e che tipologie di piante ci sono, ma non vedrà niente nel dettaglio.

La Bouzar ha fatto inoltre un’analisi sui jihadisti francesi, mentre la Napoleoni si sofferma anche su altri casi; ad esempio racconta che uno dei combattenti più violenti con gli stranieri era un neo-zelandese, mentre con questi ultimi i volontari siriani erano più bendisposti. Dal che si deduce come ogni combattente sia in realtà il riflesso dei problemi che si ritrovano nelle società di appartenenza.

Non che abbia un qualche valore scientifico, ma ad esempio questo senso di abbandono emerge chiaramente in parte della filmografia francese (“Il Riccio” o “Il Fantastico mondo di Ameliè” tanto per citarne due); recentemente in Inghilterra un jihadista tornato a casa ha confermato gli orrori raccontati dalla Bouzar e ha denunciato uno stato che si sta completamente disinteressando di lui e del suo reinserimento della società.

Il tema dei volontari che vanno a combattere per la gloria dell’Islam in un mondo “linked” e “wired” è un problema che non può essere analizzato in modo sommario, o richiamando esperienze del passato non sempre comparabili con quanto sta succedendo al giorno d’oggi: i volontari che andavano a combattere con le brigate internazionali, durante la guerra civile spagnola, avevano come obiettivo la lotta al fascismo, quelli che andavano a combattere al fianco dei franchisti avversavano invece il comunismo. La contrapposizione ideologica era chiara, i volontari combattevano avendo fatto una precisa scelta di campo.

Nel mondo attuale, segnato dalle guerre asimmetriche, dal relativismo e dal culto della personalità diventano più ampie le zone di grigio e sempre meno chiaro il profilo del volontario. Ciò non toglie che il tema, per la rilevanza che ha ormai assunto, vada approfondito e compreso. Anche se probabilmente occorrono nuove chiavi di lettura. Sicuramente servono approfondimenti ulteriori rispetto ai lavori di cui abbiamo parlato.

 

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