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Il fenomeno dei bambini-soldato: il caso Ongwen

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di Gabriele Gunnellini

untitledIn precedenti articoli abbiamo parlato del fenomeno dei volontari, in particolare di quelli che si arruolano nelle fila dello Stato Islamico. Storicamente, il problema con i combattenti volontari è quello di assicurarsi nel tempo la loro fedeltà e il loro appoggio. Nel medioevo ai soldati di ventura venivano corrisposte somme di denaro, ma nemmeno questo era sufficiente ad assicurarsi la loro fedeltà.

Ai volontari che si arruolano nell’ISIS viene destrutturata la “vecchia” personalità e ne viene costruita una “nuova” funzionale alla causa; la personalità è l’insieme dei ricordi e delle esperienze vissute; più la personalità è forte, più si ha un’idea propria e più si ha un’idea propria, più si è inclini alla ribellione.

Numerosi sono stati i casi di volontari occidentali partiti per la jihad e poi tornati a casa, una volta resisi conto della durezza e della pericolosità della vita al fronte; ci sono casi di combattenti tornati perché non sempre avevano la corrente elettrica per ricaricare lo smartphone, altri perché era troppo freddo e la vita troppo dura e altri perché si sono resi conto che una vita di violenze non faceva per loro. Risulta evidente (specialmente nel caso dello smartphone) quanto i ricordi e le abitudini della vecchia vita incidano poi su quella nuova. Come racconta la Bouzar nel suo libro Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer (ed. Atelier, non ancora tradotto in italiano) i candidati vengono picchiati e lasciati in isolamento appunto per destrutturare la loro personalità, fino a piegarla con le percosse.

L’indottrinamento è più efficace in individui con scarse esperienze e scarsi trascorsi. In questo caso è come riempire una scatola: più questa sarà vuota tanto più sarà facile riempirla, ma soprattutto, quello che c’era prima verrà facilmente coperto. I candidati perfetti per questo scopo sono appunto i bambini: non solo non hanno esperienze, per evidenti motivi di età, ma non hanno ancora avuto il tempo di elaborare idee e un punto di vista organico sul mondo che li circonda; in alcune zone del mondo questa pratica è particolarmente diffusa, sia per compromettere il futuro di una determinata etnia, sia per avere futuri soldati fedelissimi, praticamente a costo nullo.

Molti film hanno trattato questo tema, da Blood Diamonds, con i ribelli del RUF (il Revolutionary United Front della Sierra Leone), a Machine Gun Preacher, con i ribelli del LRA ( il Lord’s Resistance Army ugandese). E proprio da uno dei comandati del LRA, Dominic Ongwen, recentemente catturato e portato innanzi alla Corte Penale Internazionale, che abbiamo preso spunto per le considerazioni che seguono.

I bambini – stando alla sua testimonianza – vengono catturati quando sono molto piccoli. Molto spesso l’unico legame/ricordo che hanno è l’affetto dei genitori. Un brutale modo che hanno i rapitori per spezzare questo legame è quello di far uccidere i genitori al bambino stesso (esattamente quello che succede nella prima scena di Machine Gun Preacher); anche Ongwen fu rapito quando aveva solo 10 anni mentre stava andando a scuola (fonte: W«ashingotn Post», 12 gennaio 2015, Ledio Cakaj) e portato nelle basi nascoste del LRA.

I bambini quando crescono vengono educati alla violenza. Quest’ultima diventa per loro un riflesso condizionato. Vengono cioè addestrati ad uccidere fin dalla più tenera età, spesso a loro insaputa (immagini esplicative di questa pratica si trovano in Blood Diamonds). Per rendere il legame con i propri aguzzini praticamente indissolubile i bambini vengono resi spessi tossicodipendenti. Questo produce un duplice effetto: li rende effettivamente dipendenti da coloro che li hanno rapiti e facilita i bambini nel commettere violenze. Ongwen quando venne rapito venne subito posto sotto la protezione di Kony e Otti e ricevette un indottrinamento religioso. Kony si crede un “eletto”, “immune alle pallottole” e “protetto dagli angeli”: si tratta di una commistione tra il cristianesimo e le radici animistiche delle religioni tradizionali africane. Nel corso del tempo questi richiami religiosi sono stati funzionali a creare un’aura mistica intorno al leader del LRA.

I leader del LRA hanno fatto credere ad Ongwen di essere un bambino “sacro”; gli è stato dato il soprannome di “White Ant” (formica bianca); Kony ha fornito giustificazioni ai crimini commessi facendo leva sempre sulla religione: “I soldati devono seguire ordini diversi anche se questo significa uccidere”; “I soldati vengono giudicati differentemente dai civili” (Fonte: ibidem). Così facendo si crea un ordine valoriale del tutto arbitrario, dove non solo sono ammesse violenze ed omicidi, ma diventano quasi “necessarie” nei disegni divini.

Guardando le interviste di Ongwen sembra impossibile che una persona così pacata e tranquilla sia stata capace di centinaia di omicidi, stupri e rapimenti; di aver cioè commesso atrocità così enormi (come il taglio di orecchie, naso e labbra, punizione che spesso spetta alle donne che si ribellano). Ongwen ha compiuto tutte queste violenze perché è stato cresciuto sin da bambino a farlo. Gli effetti dell’indottrinamento in soggetti senza esperienza trasforma questi ultimi in macchine, oltre a creare in loro una ferrea determinazione (commilitoni di Ongwen lo definiscono come un “valoroso combattente”).

La giustizia internazionale ora si trova di fronte al dilemma: se portiamo i criminali di guerra davanti ai tribunali, il conflitto non finirà mai; ma se ignoriamo i crimini, la legge non avrà mai forza. La popolazione del Nord del’Uganda, secondo stime empiriche, sarebbe d’accordo nel concedere un’amnistia ai criminali di guerra; solo una parte minoritaria della popolazione vorrebbe vedere i criminali condannati (fonte: Società delle Missioni Africane, SMA).

Il caso Ongwen dimostra chiaramente quanto è pericolosa un’educazione alla violenza; oltre che pericolosa in sé, essa non lascia, praticamente, alla vittima possibilità di scelta né di libero arbitrio. Citando Chartier: “Nulla è più pericoloso di un’idea, quando è l’unica che abbiamo”, anche perché “Qual è il parassita più resistente? Un’idea. Resistente. Altamente contagiosa. Una volta che si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla.” (cit. Inception).

 

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Category: Osservatorio internazionale, RdP online

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