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Il vento non fischia più. Crisi e metamorfosi della sinistra secondo Franco Cassano

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di Damiano Palano

imgresIntroducendo una ricostruzione dedicata alla diade «Destra-Sinistra», alcuni anni fa Marco Revelli riconosceva come ormai i significati di quei termini tendessero a diventare sbiaditi, e forse persino a dissolversi. L’eclissi di quella distinzione, osservava allora Revelli, era per molti versi «l’effetto di un ‘cedimento strutturale’ del contesto stesso in cui quella contrapposizione aveva preso forma (la spazialità ‘solida’ dello Stato-nazione) e aveva catalizzato in sé buona parte dei fattori ‘di senso’ dell’agire politico». E, sulla base di questa lettura, si spingeva a prevedere che l’«inoperosità» dell’antitesi fosse «destinata a continuare, secondo i voti dei tanti fautori del ‘superamento delle contrapposizioni ideologiche’ e delle ‘astratte’ divisioni ideali, per una politica finalmente e pragmaticamente ridotta all’amministrazione dell’esistente, in cui sia la forza delle cose (e del mercato) a suggerire le soluzioni condivise» (M. Revelli, Destra Sinistra. L’identità smarrita, Laterza, Roma – Bari, 2007, p. XIX). Anche se poteva stupire che venisse accolta da un intellettuale da sempre vicino alla sinistra radicale, la tesi formulata da Revelli non era certo nuova. Perché è quantomeno da un trentennio – ma se ne potrebbero trovare anticipazioni anche molto prima, fin dall’alba del Novecento – che il superamento della ‘classica’ distinzione tra destra e sinistra è diventato quasi una sorta di luogo comune, declinato secondo mille varianti. Una delle più fortunate è senza dubbio quella che sostiene che sia soprattutto la sinistra a essere entrata in crisi, o addirittura in una fase di irreversibile obsolescenza. Ed è in questo dibattito che si inserisce anche il pamphlet di Franco Cassano, Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento (Laterza, pp. 92, euro 12.00), un testo che però non si limita a registrare la ‘crisi’ della sinistra, ma fa seguire alla diagnosi anche delle indicazioni per poter uscire dalle difficoltà.

Il ragionamento di Cassano è in fondo estremamente lineare, e come nel caso di Revelli anche qui il discorso prende le mosse dalla ‘globalizzazione’. Più specificamente, Cassano sottolinea però il peso che le trasformazioni economico-sociali dell’ultimo trentennio hanno sul radicamento sociale della sinistra. Il punto di partenza di Cassano – un punto tutt’altro che privo di aspetti problematici – è però la coincidenza tra la frattura destra/sinistra e il conflitto capitale/lavoro, oltre che la contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica: «Su quelle carte tutte le rivalità e i conflitti che avevano segnato la storia prima della guerra erano stati cancellati o messi al margine, ad eccezione di quello che diventava il vero e proprio architrave dell’epoca: lo scontro tra il capitalismo nella sua forma liberale e il socialismo nella sua forma sovietica. In tal modo il conflitto tra destra e sinistra, che era nato molto prima con la Rivoluzione francese, pagava il costo di essere compresso in quest’unica forma ma al tempo stesso diventava l’asse intorno al quale ruotava la storia e non era più costretto a coabitare, come fino ad allora era accaduto, con altri conflitti» (pp. 4-5). Ora il contesto globale è irreversibilmente mutato, e ciò – secondo Cassano – dovrebbe indurre a riconsiderare completamente la dicotomia: «È necessario partire dal riconoscimento che l’egemonia della linea di divisione fra destra e sinistra e la sua supremazia sulle altre non sono garantite da nessuna provvidenza e da nessuna teologia del progresso. La sua centralità è stata forte in un determinato periodo storico, ma la sua incidenza si è indebolita in molte aree del pianeta, anche se non si può certo escludere che essa ritorni più in là ad assumere un ruolo forte ed evidente, alimentata dalle disuguaglianze e dal bisogno di giustizia sociale. Ma quello che appare innegabile è che, accanto a quella linea di divisione, ne esistono altre, e che esse s’intersecano in modo complesso e conoscono archi temporali di egemonia che dipendono da una pluralità di fattori non tutti facilmente disponibili» (pp. 26-27).

Sulla base di una simile posizione, Cassano si indirizza verso alcune teorie che ‘semplificano’ eccessivamente la realtà, o perché replicano gli schemi marxisti, o perché rappresentano la ‘globalizzazione’ in termini esclusivamente negativi, senza cogliere cioè le potenzialità positive. Il ragionamento di Cassano è certo inficiato da una consapevole forzatura polemica, per cui assume che la dicotomia destra-sinistra coincida con la divisione tra capitalisti e lavoratori, e con la linea di demarcazione tra Usa e Urss: benché certo aiuti a riconoscere alcuni elementi importanti, una forzatura di questo tipo rischia di generare almeno qualche fraintendimento, principalmente perché il conflitto tra datori di lavoro e lavoratori è ‘relativamente autonomo’ dai livelli della mediazione politica. E ciò significa per esempio – come dimostra d’altronde abbondantemente la storia americana della prima metà del Novecento – che energiche lotte operaie possono essere condotte anche senza il sostegno di formazioni politiche più o meno riconducibili alla sinistra. Ma soprattutto che la coincidenza tra la contrapposizione tra destra e sinistra e la divisione tra datori di lavoro e lavoratori – più che il riflesso di una realtà ‘oggettiva’ – è sempre stata l’esito di una costruzione retorica, e cioè di una efficace rappresentazione politica. E questo non implica semplicemente – come Cassano d’altronde riconosce – che la distinzione tra destra e sinistra non coincida affatto con la distinzione tra formazioni ostili o estranee al socialismo e formazioni ‘socialiste’. Piuttosto, vuol dire che l’identità della sinistra non comportava affatto, nella realtà concreta delle dinamiche politiche, una centralità reale del conflitto capitale/lavoro, nonostante essa fosse stata costruita nel corso del Novecento (soprattutto in Italia) proprio sulla centralità simbolica di quel conflitto.

Ma il discorso di Cassano d’altronde è volto in un’altra direzione. Sostanzialmente si riferisce proprio al fatto che l’identità della sinistra novecentesca si è delineata su una certa immagine del conflitto sociale e su un determinato assetto della «guerra civile mondiale». In questo senso, ciò che auspica non è tanto il superamento della distinzione tra destra e sinistra, quando la ridefinizione dell’identità della sinistra, secondo linee che siano in grado di consentire un consolidamento tra i settori ‘deboli’ della società (settori che invece tendono spesso a guardare altrove). Con una formula coincidente con quella di Ernesto Laclau, Cassano ritiene infatti che il problema sia quello della «costruzione del popolo», e – in termini che non possono non suonare sostanzialmente gramsciani – quello di costruire un «blocco sociale»: «All’egemonia del capitale bisogna tentare di opporne un’altra, costruendo un blocco sociale capace di tenere insieme, in una fase storica diversa, le ragioni dei diritti e quelle della competitività, superando vecchie polarizzazioni e invitando giocatori abituati a contrapporsi a giocare insieme per produrre un vantaggio comune» (p. 74). Naturalmente una simile proposta si limita a indicare un terreno, perché rimangono del tutto in ombra le concrete modalità che consentano di tenere insieme «le ragioni dei diritti e quelle della competitività». E se certo è molto facile tenerle insieme retoricamente – come nei celebri accostamenti di Walter Veltorni – è scontato che farli convivere nella realtà di un’azione politica sia molto meno agevole.

Forse però la perplessità suggerita dal ragionamento di Cassano riguarda un altro aspetto, ossia il livello al quale il sociologo sembra concepire la sintesi del «blocco sociale». Se infatti Cassano coglie un punto cruciale quando sottolinea il ruolo di ‘sintesi’ svolto a livello simbolico e retorico dalla costruzione di un «popolo», sembra trascurare il fatto che le rappresentazioni politiche richiedono un terreno per potersi manifestare e per poter ‘mettere in scena’ il conflitto. Negli ultimi due secoli questo terreno è stato offerto soprattutto dall’arena parlamentare: un grande palcoscenico in cui le varie parti politiche possono confrontarsi, dando una rappresentazione plastica della parti in un cui si suddivide il paese. In gran parte è ancora così. Ma il punto è che per una lunga fase del Novecento lo Stato si è mostrato come un attore, se non effettivamente sovrano, comunque in grado di incidere sulle relazioni economiche e sociali. Oggi lo Stato non è affatto morto, come pretende qualcuno, e non è neppure ‘svuotato’ di ogni potere. E da questo punto di vista è sufficiente dare uno sguardo a ciò che accade in Cina o in America Latina per rendersi conto che il capitalismo del XXI secolo ha nello Stato un protagonista tutt’altro che marginale. Ma per quanto riguarda i paesi dell’Unione Europea la situazione è evidentemente diversa. Non perché lo Stato non sia rivelante, ma perché – come ormai sappiamo bene – una serie di strategie di ‘depoliticizzazione’ ha nel corso dell’ultimo ventennio di fatto spogliato i governi nazionali di buona parte della loro autonomia d’azione. Ed è per questo che progettare di «costruire» retoricamente un popolo – come suggerisce Cassano, e come concretamente sta cercando di fare per esempio Podemos in Spagna – può rilevarsi un’operazione possibile, ma insidiosa. Perché il rischio è di costruire retoricamente un «popolo» senza potere. Un popolo non solo privo di basi solide nella società e nei suoi conflitti. Ma privo anche di quegli strumenti – che un tempo offriva lo Stato – di governare ‘dall’alto’ i processi sociali, incidendo sulle relazioni di potere. E per questo destinato a sfaldarsi rapidamente senza lasciare traccia.

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