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Il destino dell’Europa nella proposta di Denis de Rougemont

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di Danilo Breschi

europaÈ tempo che si annoveri l’opera dello scrittore e saggista svizzero Denis de Rougemont (1906-1985) tra le più meritevoli di studio e divulgazione per chi si occupa di storia della filosofia politica europea del Novecento. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver terminato la lettura del lavoro del giovane Damiano Bondi (“La persona e l’Occidente. Filosofia, religione e politica in Denis de Rougemont”, Mimesis, Milano-Udine 2014), che è un’attenta ricostruzione sia biografico-cronologica sia tematica della filosofia espressa dall’autore del celebre “L’Amore e l’Occidente” (1939). Proprio quest’opera, che ha venduto più di dieci milioni di copie ed è stata tradotta in venti lingue, ha favorito un fraintendimento di quel che fu l’essenza della riflessione di Rougemont, il primo ad aver introdotto il termine engagé (“impegnato”) con riferimento all’intellettuale cosciente del ruolo politico della propria testimonianza libera e responsabile.

Scopriamo così che Sartre ne è debitore e molte tesi sartriane sulla libertà, l’essere e il nulla sono più facilmente contestabili se si conoscono bene le opere di Rougemont. Scopriamo che proprio il suo best-seller è l’opera meno solida, anche se la più famosa. Meno solida perché più personale, in un senso privativo. Mentre tutto, o gran parte, di quel che di ancora interessante e praticabile ha la proposta filosofica di Rougemont deriva dalla sua adesione al personalismo, che egli ha contribuito a definire sin dai primi anni Trenta. E così infine scopriamo che proprio il personalismo, spesso ricondotto al solo Emmanuel Mounier ma invece elaborato e sviluppato da altri autori altrettanto, se non maggiormente, interessanti (tra questi Alexandre Marc, grande amico e sodale di Rougemont), è filosofia non solo utile ma necessaria in tempi di nichilismo dilagante tra morale e politica. Aiuta a capire cosa significhi davvero essere responsabili.

Ultima, ma non per importanza, la proposta federalista europea di Rougemont, quanto mai attuale se riconosciuta imprescindibile da premesse antropologiche personaliste. Come non tornare a leggere in questa epoca di smarrimento ideale e politico del Vecchio Continente un autore che ha scritto” Cercare l’Europa è farla! In altri termini: è la ricerca che la crea”! Una ricerca che deve avvenire all’insegna di una consapevolezza storica oramai rimossa, sepolta tra le macerie europee della prima metà del Novecento, e cioè che nei secoli abbiamo assistito ad una progressiva “rivelazione della persona”, vera cifra di ciò che si suole chiamare Occidente. Una progressione scandita dalle tre grandi civiltà che vi si sono succedute: la greca, la romana, la cristiana. Scriveva Rougemont nel suo saggio del 1970 “L’uno e il diverso” che il cristianesimo “porta la contraddizione nel cuore dell’essere, e la traduce nell’enunciato dei suoi dogmi fondamentali. […] La Trinità trasferisce in Dio stesso il paradosso dell’uno e del diverso, mentre l’Incarnazione porta all’estremo la coesistenza dei contrari, nell’inconcepibile definizione della persona di Gesù Cristo come “vero Dio e vero uomo”, nello stesso tempo”. Questi dogmi, “a prescindere dalla fede” che si può loro accordare o meno, hanno sedimentato nel tempo tra i popoli d’Europa, “sul piano formale e strutturale”, “un certo tipo di relazioni” la cui natura è sempre essenzialmente dialettica e triadica. L’Europa è la “patria della diversità”, da intendersi in un senso dinamico e di tensione permanente, dove l’esito finale è quello di un equilibrio tanto fragile quanto prezioso. È nella tensione tra i diversi, talora persino contrari e contradditori, che si configura il portato politico-culturale più alto dell’avventura europea-occidentale: il pluralismo fondato sul primato della persona, individuo intrinsecamente relazionato e relazionale.

Le radici cristiane sono pertanto uno dei tratti fondamentali dell’identità europea, ma non tanto come valori intangibili e statici quanto piuttosto come fonte primigenia di una natura irrimediabilmente “drammatica”, ovvero dinamica e agonica (si pensi all’eloquenza del simbolo della Croce), dell’esistenza occidentale, dove l’Occidente è il segno della propensione proiettiva del Vecchio Continente che ha cercato oltre l’Atlantico uno spazio e un tempo di rigenerazione e inveramento. Ma prescindendo dall’esperimento nordamericano, che ha preso forme autonome, l’Europa, scriveva Rougemont quarantacinque anni fa, è stata e può ancora senz’altro essere la patria delle “antinomie inseparabili: autorità e libertà, persona e comunità, tradizione e innovazione, destra e sinistra, nord e sud, evangelismo e ritualismo, riformismo e rivoluzione, mito e scienza, eresia creatrice e sana dottrina, bisogno di sicurezza e gusto per il rischio, conformismo che mantiene i valori e originalità che li contesta e li rinnova”. Denis de Rougemont non ebbe timore nel ricordare che “sono stati gli Europei a sviluppare le scienze fisiche e naturali a un grado letteralmente incomparabile […], a inventare la storia, la storiografia e l’etnografia […], l’archeologia, la psicologia, la filosofia critica”. Di più: la stessa “idea di genere umano è una creazione degli Europei”.

All’indomani della seconda guerra mondiale l’Europa ha subito come uno svuotamento a vantaggio dei due imperi, quello americano e quello sovietico. Dal 1945 in poi si assiste ad “un’Europa ridotta a un museo più o meno curato”, un popolo-continente che cede “alle tentazioni di un benessere estraneo al suo spirito, un’Europa americanizzata – per libera scelta – o sovietizzata – per forza –, comunque, in entrambi i casi, colonizzata. Un museo o una colonia… vale a dire: un’Europa assente…”. Che fare, allora? Arrendersi a quell’eterno placido nichilismo che sembra abitare fin dentro le midolla delle nostre città di un continente stanco e annoiato?

Chiudo sottoscrivendo queste due ultime citazioni da Rougemont. La prima è tratta da uno scritto eloquentemente intitolato “La fine del pessimismo”: “Propongo all’intellighenzia un nuovo compito: quello di creare la libertà cercandola, accettando di considerare i suoi rischi. […] Propongo una rinnovata idea del Progresso […] che non sarà l’accrescimento dei nostri beni, né la soluzione dei nostri mali […], ma l’accrescimento del rischio umano”. La seconda citazione proviene da un manoscritto inedito che Bondi ha opportunamente recuperato dagli archivi del pensatore svizzero: “Noi andremo verso una fase di barbarie mondiale, se non ricreiamo le democrazie, fondate sulla Legge e la Virtù, su un’attitudine intellettuale che riconosce che l’esistenza di convenzioni in generale, e la loro osservanza scrupolosa, sono elementi vitali per ogni società, qualunque essa sia”. Un richiamo all’importanza delle “regole del gioco” (non a caso, titolo di questo scritto inedito), senza cui non si dà alcun gioco. Regole che sono diritti che si fanno doveri nei confronti degli altri, perché, come ha scritto di recente Luciano Violante, “un sistema politico privo di diritti non è una democrazia. Ma una democrazia senza doveri resta in balia di egoismi individuali e conflitti istituzionali, è priva dei valori della solidarietà e dell’unità politica, capisaldi di qualunque forma democratica di governo” (“Il dovere di avere doveri”, Einaudi 2014).

C’è tanto da recuperare e tanto da innovare nell’Europa di oggi. Fermarsi pensando che tutto è già stato detto, pensato, creduto e sperato, significa tradire la vocazione dell’Europa, la sua storia, il cui fine è lo sviluppo umano, l’affermazione mai data una volta per tutte e per sempre, mai scontata e sempre da riguadagnare, del primato della persona umana, individuo aperto al mondo – ecosistema compreso – come al trascendente, comunque configurato esso sia.

 

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Category: Cultura/culture, RdP online

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