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Werner Sombart e il miraggio della guerra come “redenzione dal male”

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di Danilo Breschi

sombart-wernerLa prima guerra mondiale è stata lo spartiacque che ha definitivamente segnato la fine dell’antico regime, che sotto vari aspetti si era protratto faticosamente e in termini residuali oltre un secolo dopo la grande rottura rappresentata dalla Rivoluzione francese. Politicamente, nessuna delle grandi potenze avrebbe voluto la guerra come mezzo per risolvere le controversie tra Stati. I diplomatici, sulla scorta delle idee di Clausewitz, pensavano che la guerra fosse ancora uno strumento politico. Militarmente, poi, tutti gli stati maggiori speravano di ottenere una rapida vittoria. Ma le offensive lanciate a questo scopo fallirono quasi simultaneamente. Contrariamente a ogni previsione, la linea difensiva vinse su quella offensiva. E la prima guerra mondiale assunse quell’aspetto apocalittico che nessuno aveva previsto. Da guerra di movimento, pensata rapida e indolore (almeno per il proprio esercito), si trasformò nel giro di un mese in una lunga ed estenuante guerra di logoramento, un massacro quotidiano senza grandi risultati strategici. La novità si riassume in due parole: la guerra del 1914 fu la prima guerra democratica e industriale nella storia dell’umanità. Per la prima volta, la mobilitazione fu generale e riguardò tutti. La guerra coinvolse i cittadini come mai era successo in precedenza.

I motivi con i quali si giustificò da parte austro-tedesca l’offensiva furono paradossalmente di natura per lo più difensiva. Non solo ai fini dell’esistenza materiale dei due imperi centrali, ma anche, e soprattutto, della loro sopravvivenza spirituale si invocò una mobilitazione per tutelare una civiltà sotto minaccia. Più precisamente, una Kultur aggredita da una Zivilisation che dal 1789 aveva preso ad espandersi. Il testo che finalmente viene tradotto e pubblicato in Italia sotto l’attenta cura di Fabio Degli Esposti ci offre uno dei più eloquenti esempi di cosa fu l’impegno degli intellettuali tedeschi nel sostenere lo sforzo bellico della propria nazione. Elementi comuni all’intera intellettualità europea sotto l’aspetto della propaganda bellicista non mancarono, ma quella tedesca si contraddistinse per la diffusione e consolidamento di una visione del mondo (Weltaanschaung) che avrà seguito, tra approfondimenti e variazioni, nel ventennio successivo, segnatamente nell’ideologia nazionalsocialista. Che ci sia un comune denominatore fra i belligeranti lo precisa subito Werner Sombart nel primo capitolo di questo suo libello pubblicato nel 1915, precisamente “nel settimo mese di guerra”, come indicato dallo stesso autore nella dedica di apertura ai “giovani Eroi, là, davanti al nemico” (Mercanti ed eroi, traduzione, cura e introduzione di Fabio Degli Esposti, Edizioni ETS, Pisa 2014, p. 57).

La “vera guerra” non è questo o quel possesso territoriale, non è per l’egemonia in una pur vasta area geopolitica, ma è una lotta tra due civiltà che sono giunte inevitabilmente e inesorabilmente alla resa dei conti. Sombart non ha problemi a far propria la definizione che gli anglo-francesi hanno dato del conflitto scoppiato nell’estate del 1914: la lotta fra la “civiltà occidentale” e “le idee del 1789” da una parte e il “militarismo” e la “barbarie” tedesca dall’altra (p. 62). Si limita ad una precisazione, ovviamente di tipo valutativo: la lotta è fra la figura archetipica del “Mercante” (Händler) e l’“Eroe” (Held). Esse simboleggiano due atteggiamenti spirituali agli antipodi l’uno dell’altro. Da un lato, l’utilitarismo e l’eudemonismo, ogni filosofia dell’utile, della felicità e del godimento. Dall’altro, “spirito di sacrificio, fedeltà, innocenza, rispetto, valore, pietà religiosa, obbedienza, bontà” (p. 109), e l’idea del dovere, che “la vita è un compito” (p. 108), e che questo compito consiste nell’assolvere fino in fondo al proprio ruolo assegnato all’interno di quella realtà collettiva che solo dà senso alle singole esistenze individuali, lo Stato-nazione. Sono “virtù guerriere”, sostiene Sombart, “virtù che si manifestano in guerra e attraverso la guerra” (p. 109).

Fondamentale l’affermazione che segue: “noi diamo corpo all’unione con il Divino già sulla terra, e la realizziamo non con la mortificazione della nostra carne e della nostra volontà, bensì con un’attività vigorosa e creatrice” (p. 108). Il pensiero tedesco si contraddistingue per questo. Fondamentale questa affermazione, dicevamo, perché ribadisce nel corso del libello quanto dichiarato sin dall’introduzione, significativamente intitolata “La guerra di religione”, e che esordisce con le seguenti parole: “Tutte le grandi guerre sono state, sono e saranno guerre di religione” (p. 61). Ovviamente, si tratta di una religione interamente secolarizzata, dove il riferimento al trascendente c’è, ma è infine sussunto dall’entità statual-nazionale letteralmente divinizzata. L’uomo si è sostituito a Dio, e lo Stato è la collettività organizzata e finalizzata alla potenza che invera il destino di ogni singolo uomo (e donna).

Una serie di spunti, talora di costruzioni teoriche già sistematizzate, appartenenti alla tradizione culturale tedesca dell’Ottocento, secolo in cui si realizza l’unificazione germanica sotto il Secondo Reich a guida prussiana, vengono ripresi da Sombart e cuciti assieme per creare una sorta di “canone” tedesco, anzi germanico, con l’obiettivo di accreditare culturalmente l’immagine di un popolo con un destino. Si va da Goethe a Schiller, da Fichte a Nietzsche. Così Sombart non esita a delineare le “linee fondamentali” della politica tedesca una volta che la guerra sarà finita (ancora forte, all’inizio del 1915, è in lui la convinzione di una guerra breve e vittoriosa per la Triplice). L’ideale è “uno Stato corazzato e potente e, sotto la sua tutela, un popolo libero e coraggioso” (p. 155). Una contraddizione logica, a ben vedere, ma che inaugura, o consolida nella temperie dirompente e traumatizzante del conflitto mondiale, una visione della politica sub specie aesthetica. Un’eredità del romanticismo, e in particolare delle sue forme tardo-ottocentesche di segno decadente e irrazionalistico, che subisce con lo scoppio della guerra una sorta di accelerazione e diffusione virale tra le fila di molti intellettuali europei, non solo schierati sul fronte austro-tedesco. L’andamento della guerra, la sua mutazione in “guerra dei materiali” con “mobilitazione totale” (Ernst Jünger) e la “pace cartaginese” (come ebbe a definirla John Maynard Keynes) imposta a Parigi alla Germania infine sconfitta dopo oltre quattro anni di carneficine, contribuirono ad un’ulteriore brutalizzazione e alla saldatura tra alcuni argomenti di una cultura politica di ascendenza prevalentemente letterario-artistica e irrazionalistica e una mentalità nazionalistico-popolare (völkisch).

Non si tratta di asserire la filiazione diretta tra il pensiero di uno studioso come Sombart e quello di Hitler o Goebbels, ma di constatare la condivisione di alcune parole chiave, principi, atteggiamenti e, soprattutto, la stessa tipologia di nemici, dai massoni agli ebrei. C’è uno stesso humus ideologico-culturale, molto più di quanto non sia disposto ad ammettere Fabio Degli Esposti, ottimo curatore di questo significativo scritto sombartiano. Significativo proprio perché segna quella saldatura cui sopra accennavamo. Hitler darà poi la propria impronta, tramutando “le idee del 1914” in un’ideologia adatta ad un partito di massa, proiettato ad occupare i gangli vitali della macchina di uno Stato tedesco in crisi. Il fatto che Sombart, come molti altri intellettuali che avevano sostenuto la Grande guerra, sia poi stato o snobbato o addirittura censurato sotto il regime hitleriano non cambia la sostanza del discorso. Le differenze ideologiche sono per lo più di grado, non altro, e poi un regime di massa difficilmente soddisfa le aspettative di intellettuali che coltivano un’idea estetica ed aristocratica della politica. Hitler era poi assai meno interessato al consenso degli intellettuali di quanto non lo fosse un Mussolini, di diversa estrazione sociale e culturale, a cominciare dalla giovanile esperienza di leader socialista massimalista e giornalista di successo.

Tornando al libello del 1915, Sombart esalta l’ingresso della Germania nel conflitto ed esorta i giovani tedeschi ad immolarsi alla causa nazionale affinché non prevalga lo spirito mercantile e anzi sovverta le sorti di un mondo che alla vigilia della guerra sembrava destinato ad essere fagocitato dalla “cultura mercantile” (p. 139), su cui sono stati eretti prima la società e poi l’impero d’Inghilterra. Il grande nemico di Sombart, come del Thomas Mann delle Considerazioni di un impolitico (1918) e di una assai fitta e ampia schiera di intellettuali e scienziati tedeschi, è il borghese e la civiltà decadente e corruttrice a cui ha dato vita, ossia il capitalismo, che è qualcosa di più di una mera forma di organizzazione della vita economica. Il disprezzo è per la società del benessere. Scrive Sombart: “il comfort come concezione del mondo è certamente un male, e un popolo che ne è intriso come quello inglese non è molto più di un cumulo di cadaveri viventi” (p. 141).

L’elogio è invece riservato alla vita che ama il pericolo e cerca “la bella morte”, che è poi quella per la propria patria organizzata in uno Stato di tipo “oggettivo-organico” (p. 155). A tale scopo va proseguito e potenziato un modello prussiano di educazione finalizzato “a creare corpi d’acciaio”, capace di “crescere una stirpe di uomini audaci, dall’ampio petto e dagli occhi chiari”, ma anche “donne dai larghi fianchi, per generare forti guerrieri: uomini dalla corporatura robusta, muscolosi, coraggiosi, resistenti, adatti alla guerra” (p. 153).

Questo scritto di Sombart è dunque emblematico di un’epoca e di un’intera temperie culturale che vide una generazione di scrittori, filosofi e artisti vari schierarsi entusiasticamente a sostegno di una guerra in cui riposero anzitutto le proprie speranze di uscire da un personale, ma assai diffuso, stato di sfiducia, quando non di vera e propria disperazione nichilista. La guerra come “redenzione dal male”, scrive Sombart intitolando così il penultimo capitolo, con una connotazione più cupa e di ascendenza religiosa rispetto all’esaltazione ludico-estetizzante di un Marinetti che glorificava la guerra “sola igiene del mondo” (Manifesto del futurismo, 20 febbraio 1909). Morto nietzscheanamente Dio, l’uomo si rigenera nella guerra, nell’amore del pericolo, tema, quest’ultimo, che accomuna pienamente nazionalisti tedeschi e futuristi italiani. Sombart ricorda in conclusione quanto egli, “come molti altri, e non fra i peggiori, fossimo caduti preda, prima della guerra, di un totale pessimismo culturale (Kulturpessimismus). Avevamo maturato la solida convinzione che l’umanità fosse ormai alla fine, che quanto restava della sua esistenza sulla terra sarebbe stato una condizione di sgradevole involgarimento, un brulichio di formiche (Verameisung), che lo spirito mercantile fosse lì lì per annidarsi dappertutto, e che “gli ultimi uomini” venuti al mondo avrebbero detto: strizziamo l’occhio, avendo trovato la felicità”. Ma “avvenne il miracolo”, non esita a dire Sombart, e cioè “scoppiò la guerra”. Un’apocalisse quale viatico per la rinascita, fu questa l’illusione chiliastica che affascinò l’illustre storico tedesco come molti suoi colleghi. Scambiarono la fine per un nuovo inizio; per odio del benessere, contribuirono all’impoverimento materiale e spirituale dell’Europa, nessuna nazione esclusa.

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