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Il New Hampshire e la corsa alla presidenza / New Hampshire and the White House Race

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di Alia K. Nardini

imagesCome largamente anticipato dai sondaggi, Bernie Sanders e Donald Trump si confermano vincitori delle primarie del New Hampshire. Si è trattato di un appuntamento molto importante, nonostante il numero dei delegati in palio non fosse considerevole. Storicamente, il voto in New Hampshire ha dato una svolta decisiva alla campagna di alcuni candidati, come accadde nei casi di Bill Clinton e John McCain, oppure ne ha decretato la sconfitta con largo anticipo. Le prossime settimane metteranno alla prova ancora una volta questo convincimento.

Colpisce prima di tutto la forte affluenza, quasi un record per il Granite State. Si è eguagliata la storica presenza alle urne del 2008, quando si recò a votare quasi il 60% della popolazione. Il conteggio finale per il Grand Old Party è di 284.120 votanti, 35.000 in più del 2008. Per i Democratici, hanno espresso la loro preferenza 250.974 elettori, solo 3 mila voti in meno rispetto al 2008.

Le primarie in New Hampshire si definiscono miste: coloro che non sono iscritti a un partito possono votare per un candidato Democratico, oppure per un Repubblicano, come nelle primarie aperte; ma i cittadini tesserati sono obbligati a votare nelle primarie del proprio partito. Con poco più del 60% dei residenti affiliati politicamente (circa il 25% dei Democratici e il 36% Repubblicani), ed il 40% degli indecisi a meno di un giorno dal voto, gli indipendenti hanno avuto dunque un peso considerevole in questo appuntamento. Questo spiega la classificazione del New Hampshire come uno swing state, vale a dire uno stato che può cambiare spesso orientamento politico.

Tra i Democratici, Bernie Sanders trionfa con un margine decisamente consistente: va a lui il 60,4% delle preferenze, contro il 38% di Hillary Clinton. Certamente, nello Stato confinante con il suo Vermont, il Senatore Democratico ha giocato in casa. Oltre alla prossimità geografica ai suoi elettori al Congresso, si dimostra vincente la linea anti-establishment di Sanders, la sua critica alle elites finanziarie, e l’attacco al supporto di Hillary Clinton alla guerra in Iraq. Tutto ciò è stato esposto in uno stile franco e diretto, che ha fatto presa sui due terzi dei Democratici che qui si autodefiniscono liberal. Resta da vedere se Sanders, che ieri ha trionfato grazie ad un elettorato quasi esclusivamente bianco (il 93% in New Hampshire), saprà dimostrarsi altrettanto competitivo tra gli elettori neri e ispanici, più tendenti ad appoggiare la candidatura di Hillary Clinton.

Nonostante abbia concesso gentilmente la vittoria, si tratta di una sconfitta bruciante per l’ex Segretario di Stato, che aveva già trionfato in New Hampshire nel 2008 e sperava di arrivare a questo appuntamento con più di una manciata di voti in più rispetto al ridottissimo vantaggio dall’Iowa caucus. Nonostante Clinton e Sanders abbiano raccolto lo stesso numero di delegati (6 degli 8 superdelegati sono schierati con Hillary), l’ex Segretario di Stato è chiamata a guadagnare un numero importante di consensi nelle prossime settimane. Clinton punterà a riconquistare il voto giovane nel mese di marzo, che a detta del suo staff presenta occasioni molto più significative rispetto ai prossimi appuntamenti in Carolina del Sud e in Nevada.

Donald Trump si piazza solidamente al comando tra i Repubblicani con il 35,3% delle preferenze, raccolte principalmente tra i fedelissimi e tra gli indipendenti, consolidando il suo appeal come candidato dell’antipolitica. Secondo è John Kasich, Governatore dell’Ohio, sostenuto dall’elettorato più istruito e moderato con il 15,8% dei voti. Dopo la sonora sconfitta in Iowa (era ottavo), dove Kasich non aveva condotto una campagna elettorale degna di nota, il tempo e denaro investiti nel Granite State lo ricompensano. Kasich può ora sperare di rilanciare la propria candidatura, proponendosi come un’alternativa valida tra i Repubblicani per contrastare il fenomeno Trump. Seguono il Senatore del Texas Ted Cruz (11,7%) e l’ex Governatore della Florida Jeb Bush (11%), vicinissimi, che certamente speravano in un risultato migliore ma possono tutto sommato dichiararsi soddisfatti. Incassa un colpo durissimo invece Marco Rubio, che chiude quinto: meno di 1 punto percentuale lo separa da Jeb Bush, ma questo piazzamento (con il 10,6% delle preferenze) lo esclude di fatto dall’assegnazione di delegati e rallenta un’ascesa che la scorsa settimana pareva irrefrenabile. Sicuramente Rubio ha mostrato una certa artificiosità ed insicurezza nell’ultimo dibattito del Grand Old Party lo scorso sabato: in tale occasione, il giovane Senatore della Florida ha sofferto gli attacchi di Chris Christie, che lo ha accusato di essere troppo giovane ed inesperto per guidare la nazione. D’altra parte, la strategia denigratoria di Christie non ha pagato, visto che è proprio il Governatore del New Jersey l’altro grande sconfitto in New Hampshire, solo sesto con il 7,4% delle preferenze. Christie ora vede seriamente in dubbio la propria campagna e ci si aspetta che annunci il proprio ritiro nei prossimi giorni. Chiudono Carly Fiorina e Ben Carson (rispettivamente 4,1% e 2,3%).

“In Iowa si ottiene il mais, in New Hampshire si ottengono i presidenti”, diceva il Governatore Repubblicano John Sununu negli anni Ottanta, parlando del suo Granite State. In realtà, sebbene si abbiano da sempre indicazioni importanti dopo questo appuntamento elettorale, non si è trattato di un momento risolutivo, che permetta di formulare previsioni certe al 100%. Il vincitore delle primarie in New Hampshire non sempre ottiene la nomination del partito (come nel caso di Bill Clinton nel 1992, George W. Bush nel 2000 e Barack Obama nel 2008, i quali arrivarono secondi alle primarie); né il vincitore delle elezioni di novembre viene sempre eletto Presidente (Kerry conquistò lo stato nel 2004, ma non la Casa Bianca). Per entrambe i partiti, la strada è ancora lunga.

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images2As widely anticipated by the polls, Bernie Sanders and Donald Trump turned out to be the winners of the New Hampshire primaries. It was a pivotal event, despite the limited number of delegates at stake. Historically, the vote in New Hampshire has marked a turning point in the candidates’ campaign, giving them an unexpected advantage as in the cases of Bill Clinton and John McCain. The coming weeks will once more test this conviction.

The turnout was remarkable, although not a record for the Granite State. It matched the historic momentum of 2008, when nearly 60% of the population went to the ballot to cast their preferences. The GOP final tally was 284,120 votes, 35,000 more than 2008. The Democratic turnout came to 250,974, only 3,000 votes short of 2008, but altogether the second highest turnout for the party.

The primaries in New Hampshire are mixed: non-registered citizens can choose to vote for either a Democratic or a Republican candidate, as in open primaries; but registered supporters are required to vote in the primaries of their party. With just over 60% politically affiliated residents (about 25% of Democrats and 36% Republicans), and 40% of undecided voters a few hours away from the opening of the booth, independents have accrued a significant driving force. After all, this is why New Hampshire is classed as a swing state (that is a state that often changes political orientation).

In the Democratic field, Bernie Sanders triumphed with a substantial margin: he secured 60.4% of the preferences, compared to Hillary Clinton’s 38%. The Democratic senator had a certain home advantage, because of New Hampshire’s proximity to the neighboring state of Vermont. In addition, Sanders’ anti-establishment line and his attack on Hillary Clinton’s support for the war in Iraq resonated well with the voters. New Hampshire Democrats undoubtedly rewarded his frank and direct style, as well as his harsh criticism of financial elites. It remains to be seen whether Sanders, who owes his victory to a predominantly white electorate (93% in New Hampshire), will carry the momentum among black and Hispanics voters, who are currently leaning towards the Clinton campaign.

Despite having graciously conceded the victory to Sanders, it is a stinging defeat for the former Secretary of State, who had won New Hampshire in 2008 and hoped to secure this appointment with something more tangible, certainly more so than the handful of votes’ advantage from Iowa. Despite Sanders and Clinton are tied in delegates (six of the eight superdelegates sided with Hillary), the former Secretary of State must gather a significant consensus in the coming weeks to propel her forwards. Clinton will seek to win back young people’s support in the primaries of early March – a far more relevant month according to her campaign staff, who have their sight set beyond the upcoming primaries of both South Carolina and Nevada.

Donald Trump consolidated his lead among Republicans with 35.3% of the preferences, collected mostly among his faithful supporters and among independents, thus reinforcing his appeal as the anti-establishment candidate. Ohio Governor John Kasich, backed by more educated and moderate voters, followed Trump at 15.8%. After his sound defeat in Iowa (he ranked eighth), where Kasich had not really led any noteworthy campaign activities, the time and money invested in the Granite State came as a most welcome reward. Kasich can now hope to revive his candidacy, presenting himself as a viable alternative in the Republican field, in order to counter the Trump phenomenon. Senator Ted Cruz of Texas (11.7%) and former Florida Governor Jeb Bush (11%) follow very closely. They had certainly hoped for a better result, but all in all they can declare themselves satisfied. Marco Rubio, instead, was hit really hard. He finished fifth, less than 1 percentage point from Jeb Bush; nonetheless, Senator Rubio was excluded from the delegates allocation process at 10.6%. It is an unexpected halt to an ascent that last week seemed unstoppable. Rubio paid dearly for his poor performance in the last GOP debate on Saturday. On that occasion, the young Florida Senator suffered at the hands of Governor Chris Christie’s accusations, as he came across too young and inexperienced to lead the nation. On the other hand, Christie’s aggressive strategy did not pay off, because the other big loser in New Hampshire was undoubtedly the Governor of New Jersey, finishing sixth with 7.4% of the vote. Christie now sees sizeable difficulties with his campaign and he is expected to announce his withdrawal within a few days. Carly Fiorina and Ben Carson (4.1% and 2.3% respectively) came last.

“Iowa picks corn, New Hampshire picks presidents,” famously said former Republican Governor John Sununu, talking about “his” Granite State. Nevertheless, New Hampshire results do not allow for the 100% formulation of certainty for the following months, despite providing important clues. The winner of the New Hampshire primary does not always get the party nomination (as it was the case with Bill Clinton in 1992, George W. Bush in 2000 and Barack Obama in 2008, who came second in the primaries); also, the State winner in the November elections is not always chosen as President (Kerry carried the state in 2004, but did not make it to the White House). The road to the nomination, for both parties, is still long.

 

* L’America al via in Iowa, tra scontri di partito e tendenze anti-establishment / The Iowa caucus: what to look out for, what to expect

* Iowa: prima vittoria per Cruz e Clinton / Iowa: first victory for Cruz and Clinton

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Category: generico, Osservatorio internazionale, RdP online

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