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Verso la nomination / Racing towards the nominations

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di Alia K. Nardini

downloadProsegue negli Stati Uniti la sfida per conquistare delegati in vista delle convention di luglio, in cui si decideranno i due sfidanti nella corsa alla Casa Bianca. In campo Democratico, Hillary Clinton si aggiudica la Louisiana con il 71,12% dei voti, mobilitando massicciamente l’elettorato afroamericano; mentre Sanders riporta vittorie convincenti nei caucus di Kansas e Nebraska (67,75% e 57,09%), confermando il suo appeal tra i white voters. Con un’unica vittoria e due piazzamenti più che decorosi, Clinton si assicura 55 delegati in questo ultimo appuntamento, rispetto ai 47 di Sanders, portandosi a quota 1130 in totale ed avvicinandosi ulteriormente alla nomination del partito Democratico. Sanders si ferma a 499, dopo la vittoria in Maine del 6 marzo.

Hillary attende che i numeri confermino definitivamente quanto appare sempre più ovvio, ovvero che sarà lei a sfidare i Repubblicani il prossimo novembre. E mentre lo staff dell’ex Segretario di Stato già pianifica un eventuale testa a testa con Donald Trump, Clinton spera presto di veder chiudersi l’indagine dell’FBI sul suo uso di un server privato per scambi di mail istituzionali. È sostanzialmente questo, insieme ad un eventuale campagna supponente e derogatoria verso gli elettori indipendenti che sembrano ora prediligere Trump, l’ostacolo più notevole su cui potrebbe giocarsi la presidenza.

Sanders d’altronde è intenzionato a rimanere in gara, perseguendo la sua “rivoluzione politica”. Il successo più straordinario del Senatore del Vermont è di aver spinto la linea del partito verso sinistra, andando a ridiscutere il margine tra liberalismo e socialismo per una politica più attenta e sensibile alle necessità della gente comune, lontana dai formalismi dell’establishment.

Se c’è un messaggio che emerge chiaro da questo Super Saturday per i Repubblicani, è che per sconfiggere Trump devono puntare su un candidato decisamente conservatore. Dopo un ottimo risultato nel Super Tuesday martedì scorso, in cui aveva riportato due vittorie ed altri piazzamenti convincenti, è difatti Ted Cruz (nella foto) a emergere ancora una volta come l’alternativa intorno alla quale il Grand Old Party può consolidare una sostanziale maggioranza. Nel voto di sabato, Cruz ha vinto in Kansas e Maine (48,15% e 45,9%), dimostrandosi competitivo anche in Kentucky e Louisiana, dove è secondo, rispettivamente al 31,57% e 37,84%. Trump d’altronde, nonostante le vittorie in questi due stati, si riconferma debole negli appuntamenti aperti unicamente agli elettori Repubblicani, così come negli eventi più strutturati come i caucus, superando il 40% soltanto il Louisiana (41,44%).

Marco Rubio è ancora una volta deludente: con tutti i piazzamenti al terzo posto (quarto in Maine), la sua possibilità di restare in corsa dipende ora interamente dalla vittoria in Florida il 15 marzo, dove tuttavia i sondaggi danno però in netto vantaggio Trump. Si moltiplicano gli appelli affinché Rubio lasci la corsa, nonostante l’unico candidato ad essersi ritirato è l’ex neurochirurgo Ben Carson la scorsa settimana. A bloccare l’ascesa del giovane Senatore di origini cubane è stata indubbiamente la presenza di John Kasich, senza il quale Rubio avrebbe ottenuto molti più delegati e avrebbe verosimilmente conquistato la Virginia, superando la soglia del 20% in Alabama, Texas e Vermont, e sabato in Louisiana. Kasich e Rubio di fatto si contendono le preferenze dei moderati più istruiti, dei conservatori a reddito medio-alto e dei sobborghi bianchi negli stati a maggioranza Democratica, impedendo a Cruz di affermarsi univocamente come l’alternativa del GOP a Trump.

Nell’ultima settimana, in molti hanno rifiutato la candidatura del miliardario newyorchese come loro rappresentante, minacciando lo scisma: dai neoconservatori come Robert Kagan e Bill Kristol, che disegnarono la guerra in Iraq per George W. Bush; ai conservatori ortodossi come George Will, Peter Wehner e Glenn Beck; fino agli ex candidati alla presidenza Mitt Romney e John McCain. Trump replica palesando la possibilità di correre come indipendente, se il Partito seguitasse a “trattarlo ingiustamente” – possibilità che sembrava scongiurata con la sua dichiarazione di fedeltà al partito di settembre, ma che in realtà non è vincolante. Con Donald Trump, il futuro è imprevedibile. Si conferma d’altronde l’effetto boomerang, dove le dichiarazioni di Romney e del SuperPAC anti-Trump hanno rinvigorito la base populista e viscerale che sostiene l’uomo d’affari newyorchese. L’idea che sia il Grand Old Party a decidere il legittimo candidato alla presidenza fa infuriare molti americani, che riconfermano la loro opposizione a qualsiasi suggerimento dell’establishment.

Neppure la possibilità di una candidatura di una terza parte, come l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, sembra impensierire Trump, che come ha correttamente notato il Washington Post rappresenta un’alternativa concreta tra i “conflicted conservatives”. Si tratta di quegli elettori che non sono completamente allineati all’ideologia fondante del Partito Repubblicano, aggressivamente contrari all’immigrazione, ma che vedono di buon occhio l’ampliamento della spesa sociale per tutelare le fasce a basso reddito; si dichiarano a favore di un’America militarmente forte oltreconfine, e non esiterebbero a valutare una guerra economica contro la Cina, ma non sono particolarmente turbati dal divorzio o da Planned Parenthood.

Se pur vero è che le divisioni interne al partito Repubblicano hanno reso possibile l’ascesa di Trump, è la mancanza di volontà da parte della politica di comprendere le convinzioni dell’elettore medio americano che potrebbero decretare la sua vittoria.

* * *

imagesIn the U.S., the challenge to amass delegates in preparation for party conventions in July continues. In the Democratic field, Hillary Clinton won Louisiana with 71.12% of the preferences, due to the massive mobilization of African American voters; meanwhile, Senator Sanders recorded significant victories in the Kansas and Nebraska caucuses (67.75% and 57.09% respectively), further confirming his appeal among white voters. Overall, Clinton collected 55 delegates, while Sanders secured 47. The former Secretary of State now totals 1130 delegates, advancing toward the Democratic Party nomination, while Sanders counts 499 after his victory in Maine on March 6.

Hillary expects future results to confirm what appears increasingly obvious, namely that she will be the one challenging a Republican opponent in November. And while the former Secretary of State’s campaign staff looks ahead to a potential head-to-head with Donald Trump, Clinton anxiously awaits the conclusion of the FBI investigation into her use of a private server for institutional email exchanges. The FBI inquiry appears as the most significant obstacle on Clinton’s road to the presidency, along with her independent voters base. In fact, independents might favor Trump, should Clinton come off as arrogant and derogatory toward them.

On his part, Sanders is determined to continue the fight for his self-proclaimed “political revolution.” The most remarkable success of the Vermont senator has been his ability to push the party line further to the left, redefining the margin between liberalism and socialism and prioritizing the needs of ordinary people beyond the formal procedures of the establishment.

On the Republican side, a clear message emerges from this Super Saturday: in order to defeat Trump, the party must consolidate support for a very conservative candidate. After very positive results on Super Tuesday, where he secured two states and pulled a convincing performance overall, it is Ted Cruz who emerges as the alternative candidate for the GOP. In Saturday’s vote, Cruz won in Kansas and Maine (48.15% and 45.9%), proving competitive also in Kentucky and Louisiana, where he trailed Donald Trump at 31,57% and 37,84% respectively. Despite his victories, Trump received a weak showing in events open to Republican voters only, as well as in more structured events such as caucuses, ranking above 40% of the preferences in Louisiana only (41.44%).

Marco Rubio was once again disappointed: he came third in Kansas, Kentucky, Louisiana, and fourth in Maine. His ability to stay in the race now depends entirely on a persuasive victory in Florida on March 15, where the polls currently predict Trump at an advantage. While calls for Rubio to withdraw multiply, the only candidate to drop out of the race was retired neurosurgeon Ben Carson last week. It is entirely worth noting that the possible momentum of the young Florida Senator has been derailed by John Kasich’s candidacy. Without him, Rubio would have plausibly won Virginia, and he would have made it past the 20% threshold in Alabama, Texas and Vermont, and Saturday in Louisiana, gaining momentum as well as a substantially larger number of delegates. Still, Kasich and Rubio are poised to share the support of more educated moderates, as well as high-income conservatives in white suburbia and in Democratic-leaning states, effectively preventing Cruz from establishing himself as the GOP alternative to Trump.

Over the past week, many Republicans have declared war on Trump, rejecting the New York billionaire as their candidate of choice. Neoconservatives like Robert Kagan and Bill Kristol, who designed the war in Iraq for George W. Bush, orthodox conservatives like George Will, Peter Wehner and Glenn Beck, and former presidential nominees Mitt Romney and John McCain, have all joined forces to bring down the tycoon. Trump has retaliated, reminding them of the very real possibility of him running as an independent, if his party persists in its “unfair treatment”. Trump did sign a pledge of alliance to the GOP last September, categorically ruling out this option; however, the pledge is not binding, and the future remains unpredictable in the hands of Donald Trump. The boomerang effect, however, is real and happening: Mitt Romney’s appeals, as well as initiatives by the anti-Trump SuperPAC, have invigorated the populist and visceral base that supports the New York businessman. The idea that not the people, but the Grand Old Party establishment, ought to approve of its legitimate presidential candidate, infuriates many Americans, fueling the fire of the anti-establishment opposition.

Even the possibility of a third party bid, such as by former New York City Mayor Michael Bloomberg, does not seem to present any legitimate concern for Trump. As the Washington Post correctly noted, Trump stands as a real alternative for “conflicted conservatives”, those who are not fully aligned with the founding ideology of the Republican Party. These voters are aggressively opposed to immigration, but view kindly the expansion of public spending to protect low-income groups. They declare themselves in favor of an imperialistic display of American military forces overseas, and would not hesitate to wage an economic war against China; however, this voter base is not particularly troubled by divorce or Planned Parenthood.

It is indisputable that divisions inside the GOP have paved the way for Trump’s success. However, it is the failure of the current political system to understand the grievances of the average American voter that could ultimately yield a Trump victory.

 

* Super Tuesday

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