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L’eredità (difficile e controversa) che Pannella lascia alla politica italiana

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di Alessandro Campi

imagesCANAHZJIVisto che tutti dopo morto lo lodano e lo rimpiangono, per l’importanza delle battaglie che ha condotto e per la forza dirompente delle sue idee, viene naturale chiedersi se ci sia qualcuno disposto a farsi carico, oggi o nell’immediato futuro, della cospicua eredità lasciata da Marco Panella. Essendo stato un così grande innovatore, come tutti giustamente dicono in queste ore, perché non mettere a frutto la sua lezione invece di limitarsi ad apprezzamenti che rischiano d’essere, specie quelli derivanti dai suoi storici nemici, di mera circostanza?

Un innovatore (e un anticipatore) Pannella lo è stato effettivamente, e su più versanti. Tanto che il debito nei suoi confronti contratto dagli altri attori politici è, come si scoprirà col tempo, più alto di quanto non si creda. Ha fatto prima (e forse persino meglio) quelli che altri hanno fatto dopo di lui, imitandolo persino inconsciamente.

Ad esempio, il partito anti-burocratico e personale, dove il capo è anche il padre-padrone che può arrivare a mangiarsi i figli un tempo adorati, se l’è inventato lui, fondatore di una comunità politica aperta e vivace ma non priva nella sua storia di una dimensione settaria e fanatica, la stessa che oggi rimproveriamo ad altri movimenti o partiti. Una comunità comunque capace di selezionare, su una base militante e di impegno personale e diretto, una classe politica di prima qualità, oggi attiva praticamente all’interno di tutti gli schieramenti politici (solo i socialisti craxiani ebbero questa stessa capacità a creare gruppi dirigenti).

E sempre lui – che non ha mai guidato masse, ma le ha comunque influenzate e suggestionate, e tra le quali è sempre stato popolarissimo – ha mostrato cosa sia il carisma d’un uomo (che nel suo caso era anche capacità di dominio fisico, non solo prestigio intellettuale, abilità dialettica e capacità visionaria) quando ancora della parola carisma non si abusava come oggi, appiccicandola a qualunque capopopolo un po’ invasato e ciarliero.

È stato sempre Pannella a portare la sua prorompente fisicità all’interno dell’agone politico, rompendo con la riservatezza piccolo-borghese dei democristiani e con la rigida compostezza dei comunisti, e a utilizzare il proprio corpo – spesso esibito in modo inevitabilmente compiaciuto e narcisistico, come poi sarebbe diventata una triste regola sociale – quale strumento per diffondere e testimoniare carnalmente le proprie idee. Ma se è per questo si è anche inventato per primo la spettacolarizzazione della politica, usando con criteri attoriali e con un innato gusto per la provocazione lo strumento televisivo quando quest’ultimo era ancora un mero diffusore di veline di Stato e di noiosi discorsi di propaganda partitica. Poi il meccanismo, come si sa, è sfuggito di mano e dalla politica vissuta entro il piccolo schermo come scontro passionale, come duello pur sempre sottoposto a regole, siamo finiti alle risse e agli insulti da strada.

Pannella ha avuto, accanto a virtù modernizzatrici, tratti da demagogo e predicatore, senza essere mai stato un imbonitore o un solleticatore degli istinti popolari più biechi, anche se non ha disdegnato la politica sentimentale anche questa divenuta poi una pratica diffusa. Ha coltivato la retorica della lotta senza quartiere al sistema, ma non ha mai avuto velleità da eversore, anche perché si era fatto le ossa nei parlamentini studenteschi ai tempi della goliardia; e anche perché era un liberale che amava la dialettica politica e dunque rispettava (oltre che gli avversari) le istituzioni.

Disprezzava semmai la partitocrazia, ma non il Parlamento, dove i radicali entrarono nel 1976 (erano solo in quattro, oltre Pannella: Mauro Mellini, Adele Faccio e Emma Bonino) stravolgendone le regole di funzionamento. Anzi, per l’esattezza, facendone un uso innovativo dal punto di vista tecnico e procedurale, come si conviene ad una vera opposizione che vuole cambiare il sistema, mettendone a nudo le contraddizioni interne, non distruggerlo per gusto apocalittico o per amore del caos.

Ma Pannella è stato ancora altro. Ad esempio, la forza dell’anticonformismo e della provocazione contro ogni forma di omologazione culturale. Anche se, a furia di tirare troppo la corda, la trasgressione rischia di risolversi a sua volta in un conformismo. Ha dimostrato come si possa fare politica per passione e senza interesse personale diretto, anche arrivando ad alimentare l’idea errata di una politica che può mantenersi sempre distante dal potere. Ha avuto, insieme ai suoi radicali, la  capacità indubbia di mettere al centro della discussione pubblica temi negletti (spesso malamente) dagli altri partiti, ma percepiti come politicamente rilevanti dal corpo sociale: dal divorzio all’aborto, dalla liberalizzazione delle droghe all’eutanasia.

Ha svolto altresì un’importante funzione maieutica e levatrice rispetto alle altre forze politiche: si pensi solo a quanto la sinistra, prima di Pannella, fosse sorda ai diritti civili e individuali, all’economia liberale, al garantismo giuridico e al tema di una giustizia fondata sul rispetto assoluto del diritto e della legge e non sulla discrezionalità politico-ideologica. Ma Pannella, cultore della non violenza e della tolleranza delle opinioni, è stato un riferimento e un interlocutore importante anche per la destra, soprattutto quanto quest’ultima era discriminata e negletta nel nome dell’antifascismo militante.  E se la destra, in certe sue espressioni, ha smesso di essere ridicolmente truce o inutilmente nostalgica un po’ lo si deve anche alla sua interlocuzione col leader radicale.

Pare davvero inutile, giunti a questo punto, ricordare l’uso innovativo che Pannella ha fatto dello strumento referendario inteso come modalità costituzionale per affermare la sovranità popolare contro gli arbitri o i ritardi della partitocrazia. Alla fine se ne è abusato, ma non è da questo abuso, come qualcuno pensa, che è nato il demone odierno del populismo e dell’antipolitica, il cui nutrimento non è ovviamente il desiderio di partecipazione, ma il risentimento individuale trasformato in rabbia collettiva.

Come si vede si tratta di un legato complesso e controverso, inevitabilmente in chiaroscuro, ma dal quale molto di interessante e positivo ci sarebbe da attingere. L’intera esperienza di Pannella, compresa la sua ultima e assai commovente lettera al papa, sono lì a dimostrare che la politica è una cosa bella, impegnativa, nobile, rigorosa e seria, per la quale si può spendere un’intera vita senza doversene mai pentire o vergognare.

* Articolo apparso su “Il Messaggero” (Roma) del 21 maggio 2016.

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