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Perché non si possono ‘spacchettare’ i quesiti referendari (secondo me)

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di Alessandro Campi

indexSpacchettare per semplificare, ma anche per rasserenare gli animi. Il referendum costituzionale del prossimo ottobre si presenta, sostengono alcuni, come troppo ostico per gli elettori: un solo quesito, prendere o lasciare, per decidere su questioni molto diverse tra di loro e anche assai complesse. Si rischia di non comprenderne il merito e di esprimere un voto irrazionale, istintivo o polemico. Per non dire della possibilità che i cittadini, scoraggiati da un quesito eccessivamente complicato, se ne stiano a casa.

Al tempo stesso, l’appuntamento referendario è stato politicamente mal impostato dai due fronti: come un plebiscito sul nome di Matteo Renzi e sul futuro del suo governo. Si rischia, anche in questo caso, di non entrare nel merito dei cambiamenti proposti (alcuni anche molto rilevanti per il futuro istituzionale del nostro Paese) e di farsi prendere la mano dalla passionalità e dagli umori.

Ecco allora l’uovo di colombo, lo spacchettamento dei quesiti da sottoporre agli elettori, che appunto permetterebbe una migliore valutazione della posta costituzionale in gioco e la spersonalizzazione della consultazione. Insomma, non si voterebbe più pro o contro un uomo, ma sul merito dei singoli blocchi di riforme, con ponderatezza e spirito razionale.

Semplice e persino convincente, forse anche politicamente saggio, se non fosse che una simile soluzione – un precedente assoluto nella storia referendaria italiana se adottata – va incontro a due obiezioni, di natura per così dire logico-istituzionale, dal nostro punto di vista assai serie e cogenti.

La prima. Il referendum autunnale sarà, per dirla con una metafora, il secondo tempo di una partita il cui primo tempo già si è svolto in Parlamento. In quella sede la riforma costituzionale è stata ampiamente discussa, votata e infine approvata, ma senza una maggioranza qualificata. Per questa ragione si è dovuti ricorrere (così come previsto dall’art. 130 della nostra Carta) ad un referendum confermativo, nel senso che si chiederà ai cittadini di confermare o meno quella decisione e di completare in questo modo la procedura di revisione della Costituzione: tanto complessa quanto unitaria per come l’hanno disciplinata, con saggezza e coerenza, i padri costituenti.

Qual è il problema logico-istituzionale che abbiamo accennato? Ai parlamentari, cioè ai rappresentanti del popolo, a suo tempo è stato chiesto di votare non le singole modifiche costituzionali, o i singoli blocchi di riforma, ma la riforma nel suo complesso. Anche per loro è stato, al momento del voto finale, un prendere o lasciare, motivato da ragioni al tempo stesso tecniche e politiche. E forse più politiche che tecniche. E’ probabile, anzi certo, che molti di loro – se ne avessero avuto la possibilità – avrebbero dato un voto diverso sulle singole proposte. Ad esempio: sì alla soppressione del Senato elettivo, non alla riduzione dei poteri alle Regioni, sì alle nuove modalità di elezione dei giudici della Corte Costituzionale, no alle modifiche dell’istituto referendario. Ma così non è stato.

Ora che tocca al popolo esprimersi si può concedere a quest’ultimo una possibilità che non è stata concessa ai suoi delegati? Sulla stessa materia, all’interno di un procedimento legislativo costituzionale che è unico anche se formalmente diviso in due parti (prima il voto parlamentare, poi il referendum), ci si può esprimere in modo difforme, modificando peraltro in corsa i criteri e le modalità di votazione? Sembrerebbe in effetti una scelta illogica. Ed è strano che tale non la considerino quei parlamentari che si stanno dichiarando a favore dello spacchettamento e dunque della concessione ai cittadini di un criterio di decisione che essi non hanno avuto.

Ma c’è una seconda obiezione con la quale fare i conti. Trattandosi di una riforma costituzionale dobbiamo dare per scontato che chi l’ha voluta e approvata l’abbia concepita in una chiave organica e globale, non alla stregua di un assemblaggio istituzionale privo di logica e coerenza. Se così non fosse, sarebbe gravissimo. Ma così non è, diciamo per definizione. Come la Carta costituzione è un tutto che si tiene, così le sue revisioni debbono essere concepite e realizzate in modo armonico. E alla stregua di un cambiamento tanto ambizioso quanto realizzato sulla base di una coerente visione d’insieme ci è stato presentato il progetto così fortemente voluto da Renzi e dalla sua alleanza di governo. Da qui la necessità di un voto unitario, positivo o negativo, che riguardi l’insieme della riforma. Voto che non può che avere, come sempre quando la parola passa ai cittadini, un significato politico e non meramente tecnico, anche se sono in ballo questioni di natura istituzionale. La disarmonia, questa sì pericolosa per la coerenza della Carta, potrebbe invece determinarsi se i cittadini scegliessero, come sarebbe possibile in caso di spezzettamento dei quesiti, a macchia di leopardo: un pezzo della riforma sì e un pezzo no.

E allora perché questa idea, fattasi sempre più insistente negli ultimi giorni, della divisione delle domande da mettere in scheda, idea che in realtà circolava da settimane ma che nessuno sin qui aveva preso troppo sul serio come possibilità? Un po’ deve aver giocato l’esito, per molti versi scioccante, del referendum britannico. Per evitare che il popolo decida secondo istinto bisogna renderlo edotto sulle materia su cui è chiamato a pronunciarsi. Ma che spezzettare i quesiti sia un modo efficace per valutare la riforma nei suoi risvolti effettivi è tutto da dimostrare. E’ lo strumento referendario in sé che si presta ad una decisione finale mossa essenzialmente da valutazioni d’ordine politico e non di merito. Insomma, chi vuole votare contro Renzi metterà cinque no su cinque schede invece di un solo no su una singola scheda (e viceversa faranno i suoi sostenitori).

Ma la vera ragione che sembra spingere verso una suddivisione in blocchi del quesito referendario è, a ben vedere, tutta politica e contingente. Si è infatti capito, nel caso si dovesse arrivare alla formalizzazione della richiesta entro la data limite del prossimo 14 luglio, che tra la decisione dell’ufficio elettorale della Cassazione e gli inevitabili ricorsi alla Consulta passeranno diversi mesi. Il che significa rinviare la data del referendum (se va bene) ai primissimi mesi del nuovo anno. Ma allungando i tempi del referendum si allungano anche i tempi della legislatura. Votando nel 2017 per le riforme costituzionali, si finirebbe per votare nel 2018 per il nuovo Parlamento. Sarebbe un modo per spazzare vie le tensioni e i rumori di questi giorni, relativi ad ipotesi di governi tecnici o di esecutivi istituzionali in caso di vittoria del no e di conseguente caduta di Renzi. Sarebbe una scelta si potrebbe dire, nel segno della stabilità, vista anche la necessità, nel prossimo autunno, di concentrarsi quanto più possibile sulla sessione di bilancio a causa delle turbolenze economico-finanziarie in corso e che per l’Italia non lasciano presagire al momento nulla di buono. Si tratta allora di capire se sulla data e le modalità di svolgimento del referendum prevarranno la logica istituzionale o le ragioni di opportunità e convenienza politica. Lo sapremo presto.

* Editoriale apparso su “Il Messaggero” dell’11 luglio 2016.

 

 

 

 

 

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