Italia

Vincere per vincere o vincere per governare?

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di Leonardo Raito*

images1. La difficile eredità dell’antiberlusconismo.

A partire dal 1994, la scena politica italiana è stata dominata dalla dicotomia “berlusconismo-antiberlusconismo”. Il cavaliere, leader del partito costruito a sua immagine e somiglianza, ha monopolizzato la politica nazionale importando stili, linguaggi, modelli organizzativi e comunicativi che hanno finito per influenzare tutti i partiti nazionali. Con Forza Italia, partito personalistico che faceva risaltare la centralità del leader come elemento coagulante e trascinante dell’elettorato, Berlusconi ha completato la metamorfosi della prima repubblica dei partiti trasformandola nella seconda repubblica dei leader, un mondo nuovo in cui la sinistra si è trovata in ritardo, riuscendo tuttavia molto rapida nel produrre i propri anticorpi. Non deve essere stato difficile, per organismi plasmati nell’epoca della guerra fredda, quella dei due mondi, dei due sistemi prevalenti, delle due “religioni politiche”, estremizzare la contesa. Da una parte Berlusconi e il centrodestra, e dall’altra tutti gli altri. Si è venuto così a creare un bipolarismo all’italiana, molto lontano dal “bipartitismo imperfetto” coniato da Giorgio Galli, un bipolarismo a maglie larghe, molto frammentato, che non ha saputo produrre una autentica stabilità politica. Ma il problema è stato esacerbato, a sinistra, o nel centrosinistra, dalla perdurante assenza di un’autentica leadership, rimpiazzata da una pletora di microleader pieni di velleità e di ambizioni, ma senza la stoffa o l’autorevolezza per essere i trascinatori autentici di una nuova sfida governante, di un polo con ambizioni di guida del paese. Di questi poli, non si sono visti che miraggi.

Come non ricordare l’esperienza dell’Ulivo, che nel 1996 portò al governo Romano Prodi per poi cadere dopo un paio d’anni per i mal di pancia di Bertinotti e Rifondazione Comunista, a sua volta dilaniata dagli scontri tra fautori della permanenza al governo e critici del governo stesso, che produsse poi una nuova frattura con la nascita dei Comunisti italiani di Diliberto? E D’Alema, primo ex comunista a ricoprire l’incarico di presidente del consiglio con i suoi fallimentari governi? E l’esperienza dell’Unione, accozzaglia di partiti e partitini sorta solo come contraltare al premier uscente, che vinse di misura le elezioni del 2006 per correre incontro al disperato destino del governo Prodi caduto dopo meno di due anni per la defezione di Mastella?

Oggi, perso o accantonato Berlusconi (sempre più vecchio e meno energico, nulla è eterno), e con una leadership possibile prodotta in casa (Renzi?), i partiti di centrosinistra si trovano in difficoltà. Contro chi condurre la propria battaglia? Di certo non contro i Cinque Stelle, che paiono in grado di raccogliere almeno parte delle pulsioni malpanciste che in passato avevano contraddistinto le ali più estreme dello schieramento. Contro quali partiti di centrodestra allora? I deboli Fratelli d’Italia della debole Meloni? La Lega di un Salvini che non sa (e non ne ha la stoffa) accreditarsi come leader nazionale? Contro lo stanco Berlusconi e una Forza Italia sempre più ridotta a una candela consunta? Contro Alfano, che collabora al governo a capo di un cartello elettorale? No. L’obiettivo è stato identificato nel presidente segretario Renzi, l’homo novus, l’odiatissimo rottamatore che ha destabilizzato l’establishment di un gruppo dirigente consolidato e troppo attaccato al proprio potere e alle proprie avventure (anche alle proprie sconfitte).

Renzi viene attaccato come capo di governo e come segretario del Pd, il partito che forse, in passato, ha fatto comodo come locomotore in grado di garantire rappresentanza anche alla sinistra (nei cartelli elettorali qualche eletto risultava sempre, e magari ci scappava qualche assessore regionale o in giunte importanti, a fasi alterne hanno attinto Italia dei Valori, Rifondazione, Sel, quel che resta dei Socialisti) e che ora, con lo spostamento del partito verso un elettorato più moderato, e che è diventato perno di un governo di larghe intese (ma c’erano alternative dopo il prodotto delle elezioni 2013?), ha perduto contatti con base, radici storiche, e tradizionali alleati.

In sostanza, lungi da me l’idea di una assoluzione completa per il Pd, ma mi pare che a sinistra il coagulante sia stato troppo spesso lontano dai programmi e dalle azioni, e si sia cementato piuttosto nella diffusa repulsione verso il nemico. Un atteggiamento che non ha pagato. E che forse oggi, con partiti sempre più destrutturati, gruppi dirigenti non in grado di favorire un ricambio generazionale indispensabile, e sempre più autoreferenziali, ha denotato ancora di più i limiti di proposte deboli e incapaci di accreditarsi come alternative autentiche.

 

2. Partiti più deboli e il rischio delle sfide governanti.

Partiti destrutturati, sempre meno legati a ramificazioni territoriali, a ideali e classi sociali, e sempre più collegate a leadership più o meno forti: questo il quadro politico dell’Italia contemporanea. Se guardiamo bene, non è un quadro molto lontano da quello che succede in tutte le democrazie occidentali. Come interpretare le sfide del presente con gli schemi del passato? È impossibile, specie di fronte a un elettorato sempre più volatile e meno fidelizzato. Calato il numero degli iscritti, schizzata ai minimi storici la fiducia nei partiti, perse anche le tradizionali aree di influenza, la politica nazionale vede l’emergere di movimenti anti sistema, o desiderose di interpretare e cambiare il sistema stesso. Le nuove tecnologie, forse, riescono a controbilanciare il peso dei mezzi di comunicazione di massa nell’influenzare gusti e ambizioni del popolo che si traducono poi in proposte politiche. Eppure, anche le proposte più indorate e, sulla carta, più straordinarie, hanno necessità di essere testate alla prova del governo. E in mezzo, anche se troppo spesso ce lo dimentichiamo, il default tecnico politico del paese del 2011, con la lettera di richiamo dell’Europa e gli strali giunti da più parti sull’assoluta necessità di innovare e riformare le istituzioni di questo paese. In questo contesto, non possiamo che avere delle certezze in più.

In primis, chiunque voglia cimentarsi nella sfida elettorale, sa che il percorso che attende il paese non è un percorso facile ed è, inevitabilmente, un percorso fatto di riforme e innovazioni, anche scomode, che potrebbero alienare simpatie e consensi. Il quadro economico con cui si dovrà fare i conti, è sempre più pessimistico e caratterizzato da una ripresa a zero virgola, da conti pubblici e un debito schizzato alle stelle che rendono molto stretti i margini di manovra. C’è il cronico rifiuto della società italiana nei confronti dei cambiamenti: ogni riforma viene considerata un tragico smantellamento di uno status quo, intoccabile e, dunque, sacro. Tocchi il lavoro e diventi “anti-operaio” e antisindacale, tocchi la scuola e diventi “anti-cultura”, tocchi la sanità e diventi “pro-privatizzazione”, tocchi le infrastrutture e diventi nemico dell’ambiente, pensi a una patrimoniale e diventi “anti partite iva”.

Il problema è che questo paese, troppo a lungo paralizzato e stabile nella sua instabilità, non può più permettersi di restare immobile, pena il baratro. Ogni partito e ogni organizzazione politica sarà quindi costretta, d’ora innanzi, a vincere per governare e non a vincere per vincere. Occupare spazi senza avere capacità e coscienza degli ostacoli da superare, sarà una tragedia. Il tempo ormai sta per scadere e non ci sarà più spazio per ciarlatani o azzeccagarbugli da salotto televisivo. L’Italia ha bisogno di politici coraggiosi e competenti. E non potranno che essere innovatori e riformisti.

* Università di Padova

 

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Category: Osservatorio italiano, RdP online

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