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È possibile riformare l’Europa? Una prospettiva liberale

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di Lorenzo Impaloni

downloadNel 1987 l’allora presidente sovietico Michail Gorbaciov scriveva il suo saggio più importante, Perestojka, nel quale sosteneva di voler riformare il suo Paese ed eliminare quelle che si erano dimostrate le maggiori criticità (corruzione, inefficienza, eccesso di burocrazia, parassitismo) e di volerlo fare ripartendo dai principi e dagli ideali del comunismo di matrice marxista-leninista. Non è necessario ricordare nel dettaglio come sia andata a finire, con la caduta del muro appena due anni dopo a sancire la conclusione del fallimentare esperimento dell’Urss ma, senza voler sminuire il ruolo che Gorbaciov ebbe nella svolta culturale che portò poi alla disgregazione dell’Unione Sovietica, bisogna allo stesso tempo evidenziare come anch’egli avesse frainteso lo spirito del comunismo, non riuscendo a capire che tutti quegli aspetti negativi che egli intendeva risolvere fossero insiti nella dottrina elaborata da Marx e che non sarebbe stato possibile eliminarli senza prescindere da essa.

Ad oggi, con un atteggiamento e una fiducia che ricordano quelli di Gorbaciov, molti autori liberali ritengono possibile riformare l’Unione Europea ed eliminarne o quantomeno limitarne le problematicità (sinistramente simili a quelle dell’Urss), ripartendo dai principi che ne hanno ispirato la nascita. Ma questi principi su cui l’integrazione europea si basa sono rinvenibili soprattutto nelle tesi esposte da figure come Spinelli, Rossi e Colorni nel Manifesto di Ventotene, da Kant in Per la pace perpetua o da Rousseau in Il contratto sociale, autori che hanno ben poco (o nulla nel caso del filosofo francese) di liberale.

Lo scritto di Rousseau, che ha ispirato la Rivoluzione Francese finita nel Terrore, si è posto come base per la struttura degli odierni Stati nazionali, che hanno spesso e volentieri sottomesso la volontà individuale a quella della collettività, e di conseguenza dell’Unione Europea che quegli stessi Stati hanno creato, dandole connotazioni paternaliste e autoritarie che troppo spesso l’hanno resa restia ad ascoltare le voci dei popoli che di essa fanno parte, limitandone la libertà di scelta tanto cara ai liberali.

A loro volta i primi due testi citati sono, sotto certi aspetti, molto simili. Entrambi partono dal presupposto per cui gli Stati si farebbero vicendevolmente torto per il solo fatto di essere tra loro in una situazione di anarchia che potrebbe sfociare in una guerra aperta e, dunque, prima questione da risolvere sarà l’abolizione della divisione in Stati nazionali dell’Europa prima e del mondo intero poi, tramite un’entità superiore con il potere politico e militare di far rispettare il diritto da essa imposto. Non basta l’idea espressa da Kant secondo cui il commercio è un veicolo di pace per fare del filosofo tedesco un liberale, poiché alla concorrenza economica è sempre necessaria quella concorrenza istituzionale che egli sacrifica sull’altare della sicurezza come già aveva fatto Hobbes. Se il manifesto di Ventotene, invece, sembra in un primo momento plaudire al principio di autodeterminazione che ha garantito a molti popoli di liberarsi dall’oppressione straniera, in un secondo momento esso è considerato una delle cause del nazionalismo ed è così che viene sancita l’assurdità di quel principio “secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che crede”. Gli Stati Uniti d’Europa che gli autori delineano, quindi, sembrano essere molto simili allo Stato di matrice rousseauviana in cui i legislatori conducono il popolo ignorante lontano dai desideri individuali e verso ciò che è davvero buono per la collettività in generale. L’autodeterminazione viene così considerata la causa dei conflitti che hanno insanguinato l’Europa, mentre la realtà è che queste guerre sono state combattute proprio contro coloro che, come Napoleone e Hitler, questo principio volevano negarlo e intendevano unificare il continente con l’uso della forza. E se qualcuno avesse ancora dubbi sull’ideologia politica del movimento rivoluzionario che Spinelli e Rossi avevano in mente basterà citare qualche altro passo del manifesto per fugarli: “la rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”; o ancora: “la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno”; “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso” e così via.

Vedere oggi i maggiori capi di Stato o di governo europei recarsi di nuovo a Ventotene a commemorare i padri fondatori dell’Ue nella speranza di far ripartire con maggior vigore, in questo momento difficile, il processo di integrazione e sentire le dichiarazioni di importanti esponenti politici di varie nazionalità che si scagliano contro gli inglesi che hanno scelto il Leave o contro chi ha permesso loro di votare, ci ricorda come questa istituzione non possa considerarsi liberale e come risulti troppo spesso allergica ad una accettazione integrale del principio democratico in tutte le sue forme. D’altronde, già Gordon Tullock, nel suo saggio La scelta federale del 1994, aveva intravisto la natura illiberale dell’Unione Europea ed evidenziava come il Mercato Comune Europeo, che doveva sancire la libertà di movimento di persone e merci all’interno dell’Ue tramite il trattato di Schengen, avesse avuto paradossalmente lo stesso effetto del Muro di Berlino caduto cinque anni prima, quello di negare ai cittadini di votare con i piedi. L’economista statunitense scriveva che “la burocrazia di Bruxelles sta attivamente cercando di far sì che i diversi paesi adottino regole identiche in molte aree allo scopo di stabilire una sorta di cartello in cui non ci sia voto con i piedi; in altre parole non ci sia concorrenza”. Posizione assai lungimirante visto quello che sta succedendo in questi giorni.

È pur vero che molti intellettuali liberali come Hayek, Robbins, Sturzo o Einaudi, nel secondo dopoguerra, hanno teorizzato la nascita di una federazione europea necessaria a porre fine a decenni di conflitto armato, ma le loro idee sono rimaste marginali ed hanno influenzato in maniera minima il successivo sviluppo dell’Unione. Quel risveglio del sentimento liberale teorizzato da questi autori di fatto non è mai avvenuto, quantomeno non nell’Europa continentale, e di conseguenza l’Ue, sin dai suoi albori, ha seguito un percorso ben diverso. Quel federalismo capace di salvaguardare allo stesso tempo la pace, la libertà economica e i diritti delle minoranze e di limitare la sovranità nazionale non si è mai realizzato. Gli Stati nazionali sono semplicemente stati sostituiti da un mega Stato con tendenze centralizzanti e omologanti che limitano la concorrenza economica ed istituzionale all’interno della federazione e negano alle minoranze ogni possibilità di autodeterminarsi. Lungi dallo svolgere semplicemente il ruolo di garante della pace l’Unione Europea ha esteso la sua influenza nei più diversi ambiti nel tentativo di rendere sempre minori le differenze tra gli Stati membri.

Alla base di questo non riuscito progetto liberale vi è, probabilmente, anche un errore di valutazione riguardo alle caratteristiche del federalismo e al ruolo che l’Ue avrebbe svolto in futuro. Per creare una federazione di stampo liberale, infatti, non è sufficiente mettere insieme un gruppo di Stati e sottoporli alla giurisdizione di un organismo sovrastatale, ma sarà innanzitutto necessario che questa unione sia volontaria o, come scriveva Hayek, spontanea. Con ciò intendendo, però, che ogni comunità dovrebbe avere la possibilità non solo di entrare a far parte in ogni momento della federazione (previa accettazione da parte degli altri aderenti al patto), ma anche la libertà di uscirne, in maniera semplice e senza ingerenze o ritorsioni, laddove non ritenga più conveniente farne parte. Solo questo principio può garantire la difesa della concorrenza istituzionale ed economica necessaria alla tutela delle minoranze ed evitare un incontrollato aumento del potere centrale, in modo che, come scritto da Elazar, la diffusione del potere non diventi una concessione, ma rimanga un diritto. D’altronde, così come la concorrenza nel commercio garantisce prezzi più bassi e una scelta più ampia per i consumatori, la concorrenza tra istituzioni favorisce lo sviluppo di best practices e la possibilità per il cittadino di scegliere tra una varietà di contesti normativi, culturali e sociali quale ritiene il più adatto al suo modello di vita.

Fanno bene, dunque, il liberali continentali a rammaricarsi per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, che in questo modo perde la sua ala da sempre più liberale (e non a caso, sin dal celebre discorso di Margareth Thatcher, anche la più restia ad accettare il processo d’integrazione), ed allo stesso modo fanno bene a temere una deriva ancor più socialista dell’Europa una volta che la Brexit sarà divenuta realtà a tutti gli effetti. D’altro canto essi sbagliano quando rimproverano ai sudditi di Sua Maestà di aver abbandonato una barca alla deriva in nome di un principio di solidarietà che non appartiene a questa Unione o a ritenere che il risultato del referendum segni la vittoria di coloro che sognano il riemergere dei vecchi nazionalismi, resi anch’essi obsoleti dalla globalizzazione, come Farage, LePen o Salvini. Il referendum ha sancito la vittoria di quella parte di popolazione silenziosa di fronte ai media, ma che, una volta che gli è stata data la possibilità di esprimersi, ha deciso di rendersi indipendente da ogni vincolo nei confronti di una istituzione da cui non si sentiva rappresentata poiché in aperto contrasto con i principi di libertà individuale che fanno parte del background culturale britannico fin dalla Magna Charta del 1215 e che ha subito sulla propria pelle le errate scelte politiche dell’elite continentale.

I liberali europei, che durante il dibattito sul referendum hanno perso l’ennesima occasione per far sentire la propria voce e per portare all’attenzione dei media un progetto alternativo sia al dirigismo europeo che al vecchio nazionalismo, dovrebbero mettere in atto ciò che fino ad ora la classe dirigente si è rifiutata di fare: chiedersi per quale motivo l’esperimento europeo si stia rivelando per molti aspetti fallimentare e per quale ragione il primo Paese a dar il ben servito a Bruxelles sia stato proprio il più liberale. Dovrebbero abbandonare il dogma europeista che si fonda ormai solo sulla paura di cosa possa esserci al di fuori dell’Unione e chiedersi se sia possibile riformarla in senso liberale o se non si stia rischiando di fare lo stesso errore compiuto da Gorbaciov quasi trent’anni fa.

 

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Category: Osservatorio internazionale, RdP online

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