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Isaiah Berlin, Leo Strauss e i problemi del nostro tempo

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di Andrea Frangioni

banville_1-121913Il pensiero di Isaiah Berlin (1909-1997, nella foto) – del quale si veda da ultimo in italiano Un messaggio al Ventunesimo secolo (Adelphi 2015) – ha ancora molto da dire su ciò che tormenta i nostri giorni. In tal senso, lo scritto di Berlin che ci torna più utile non è tanto il suo celebre Due Concetti di libertà del 1958, quanto La ricerca dell’ideale, del 1988, ora riproposto proprio in Un messaggio al Ventunesimo secolo. Infatti in Due concetti di libertà si difende il valore della libertà negativa (intesa come sfera di non ingerenza da parte dei poteri pubblici nel libero spazio di azione individuale) rispetto alla libertà positiva (intesa come autodeterminazione e desiderio di autogoverno): l’ideale della libertà positiva si era infatti storicamente prestato, per Berlin, ad essere travisato come aspirazione ad essere governati dal proprio “vero io”, dal proprio “io razionale”, conforme ai dettami di qualche ideologo, o di qualche visione astratta e razionale dell’uomo, a detrimento dell’”io empirico” ritenuto schiavo delle passioni e dei desideri. Appare evidente, insomma, la polemica contro i travisamenti della parola libertà e le esaltazioni delle libertà reali a scapito delle libertà formali caratteristiche dell’era delle tirannie e delle religioni politiche.

Ne La ricerca dell’ideale Berlin offre invece una ricostruzione del suo percorso intellettuale e ne individua il centro nel concetto di pluralismo; gli uomini credono e lottano per una serie di valori tra loro incommensurabili: la libertà è un valore diverso dall’uguaglianza, dalla giustizia o dalla solidarietà, come, per riprendere i temi del saggio del ’58, la libertà negativa è diversa da quella positiva. Tra questi valori esiste un potenziale conflitto che non può avere soluzioni razionali, e rispetto al quale si devono cercare compromessi accettabili, per minimizzare le sofferenze umane. L’incommensurabilità dei valori, che vale anche per i valori prevalenti nelle diverse civiltà e culture, non significa però relativismo: il fatto che gli uomini possano discutere razionalmente dei diversi valori dimostra che vi è un fondo comune di umanità che attraversa le diverse culture; in un’ottica relativista invece l’incomunicabilità dovrebbe essere assoluta, conseguenza dell’assenza di qualsiasi criterio di giudizio dei diversi valori. Ne La ricerca dell’ideale Berlin sviluppa la distinzione tra pluralismo e relativismo per rispondere alla critica di relativismo avanzata anni prima da Arnaldo Momigliano in una recensione allo studio di Berlin su Vico ed Herder. Infatti nel saggio dell’88 confluivano molti altri interessi del filosofo: oltre a Vico ed Herder, considerati gli “scopritori” del pluralismo, l’attenzione a Machiavelli, “pluralista inconsapevole” che affiancò un’etica “pagana” a quella cristiana; l’interesse per la “rivoluzione romantica”, che affermò l’incommensurabilità dei diversi valori; quello per la concezione, anch’essa “pluralista”, della storia e della vita di Tolstoj e l’ammirazione per il “rivoluzionario senza fanatismo” Herzen. E’ probabile che sul pensiero di Berlin abbia esercitato un peso la sua identità ebraica: Berlin aveva compreso che il riconoscimento dei diritti di libertà ai singoli garantito dall’assimilazione non bastava però a soddisfare il “bisogno di status” degli ebrei come gruppo. Per questo Berlin sostenne il sionismo ed ebbe contatti con molti suoi leader, a partire da Chaim Weizmann (uno dei suoi ultimi atti pubblici, nel ’97, fu poi l’appello per un compromesso territoriale tra israeliani e palestinesi).

Sicuramente la questione ebraica influenzò anche, dolorosamente per le esperienze vissute nella Germania di Weimar (che lo condussero però ad un rifiuto del sionismo), Leo Strauss (1899-1973), un altro pensatore a cui dedicò attenzione, tra i primi in Italia, Arnaldo Momigliano. Strauss affrontò le tesi esposte da Berlin in Due concetti di libertà in un saggio significativamente intitolato Relativism (disponibile in italiano in Atene e Gerusalemme, Einaudi 1998): anche per Strauss infatti la posizione del filosofo anglo-lettone era relativista e aveva una debolezza di fondo, quella di avere bisogno, in contraddizione con il suo relativismo, di un assoluto, vale a dire l’assunto che la libertà del singolo debba incontrare un limite nella libertà altrui. Per Berlin in realtà questo non doveva rappresentare un problema ma solo una conferma della complessità del “mondo dei valori” e dell’impossibilità di affrontare i problemi morali con soluzioni perfettamente coerenti dal punto di vista teoretico. In Strauss vive invece la nostalgia della coerenza della legge naturale classica, difesa dai filosofi dell’antica Grecia e dell’antica Roma, e di una verità cercata dai filosofi che, conoscendone il carattere eversivo e rivoluzionario per la società, assumono un atteggiamento prudente nella vita pubblica, utilizzando un linguaggio “essoterico” diverso da quello “esoterico” usato nella meditazione filosofica (come Strauss ricostruisce in Scrittura e persecuzione). La modernità, per Strauss, ha voluto sostituire a questa antica sapienza la pretesa di costruire la realtà e, nel campo politico, da Hobbes in avanti, di costruire l’ordine, fino a giungere agli esiti nichilistici novecenteschi, con le tirannie da cui Strauss fuggì prima in Gran Bretagna e poi negli USA.

Nel confronto tra Berlin e Strauss emerge quindi la grande tensione dei nostri tempi, quella tra affermazione dell’autodeterminazione individuale e necessità di un qualche grado di coesione morale delle nostre società, quasi fossimo di fronte al Settembrini e al Naphta di una novella Montagna incantata. La soluzione di Berlin prende atto che il liberalismo (come lo “Stato laico” nella descrizione del giurista tedesco Böckenforde) si fonda su presupposti morali ed etici che non può dimostrare, senza tuttavia rinnegarli, quali il rispetto della libertà altrui e la fede nella dignità umana e nell’infinito valore in ogni singola esistenza. In tal senso tale soluzione appare più convincente dell’evocazione di Strauss di un liberalismo antico fondato sulla virtù: essa risulta, in fondo, vicina al liberalismo “triste” e disincantato di Aron e, parzialmente, a quello storicista di Croce. E tuttavia permane la sensazione che i nostri giorni siano dominati da un effettivo relativismo, piuttosto che dal pluralismo di Berlin e che sia difficile coltivare l’aspirazione, comunque necessaria, alla ricerca del vero e del giusto. Una difficoltà già ben descritta, quasi un trentennio fa, nel suggestivo libro di un allievo di Strauss, Allan Bloom, La chiusura della mente americana (quel Bloom poi rappresentato nel protagonista di Ravelstein, bel romanzo di Saul Bellow).

 

 

 

 

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