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Bersani non è Civati. Perché nel Pd non ci sarà alcuna scissione

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di Alessandro Campi

Campagna elettorale del PD L'Italia GiustaTutti prima o poi se l’aspettano, molti la invocano e la desiderano, alcuni la temono, altri ancora la minacciano, ma alla fine nel Pd non ci sarà alcuna scissione. La storia della sinistra italiana novecentesca dice in effetti tutt’altro: da Benito Mussolini ad Antonio Gramsci, da Giuseppe Saragat a Lelio Basso (ma non dimentichiamoci di Fabio Mussi e Armando Cossutta) quella social-comunista è stata una storia costellata da rotture ideologiche e secessioni politiche, spesso accompagnate da insanabili contrasti personali.

Ma stavolta, al di là di una cronaca che sembra rendere l’addio della minoranza antirenziana un esito quasi inevitabile, non ci sono le condizioni politiche oggettive perché si crei, a sinistra del Pd, una nuova formazione politica, la cui nascita davvero non si capisce a cosa servirebbe e a chi gioverebbe. A meno di non immaginare la formazione di un’aggregazione destinata ad avere una funzione puramente testimoniale e protestataria. Ma andiamo con ordine.

Sentendo l’altro giorno il pubblico della Leopolda gridare “Fuori, fuori” all’indirizzo dei principali esponenti della minoranza di sinistra, è venuto facile il paragone con il Fini che chiedeva a Berlusconi, durante una mitica riunione della direzione nazionale del Pdl, se mai avesse avuto il coraggio di cacciarlo dai ranghi del partito che aveva contribuito a fondare (coraggio che in effetti ebbe e si è visto poi la fine che ha fatto il centrodestra).

Ma si tratta di un paragone impressionistico che non tiene conto di almeno quattro elementi (in ordine crescente di importanza). Per cominciare, l’altro giorno, diversamente da quando ci fu lo scontro tra Berlusconi e Fini, non si svolgeva un appuntamento di partito, si era invece all’interno di una kermesse di fedelissimi del capo del governo. In sala c’era quasi soltanto partigiani e tifosi e questo spiega i toni sovraeccitati e intransigenti, i fischi e i boati, persino ingenerosi ma in quel contesto comprensibili, rivolti a chi – per linguaggio, stile, forma mentis e storia personale – si ritiene incarni l’antitesi della visione politica propugnata da Matteo Renzi.

C’è poi da considerare la particolare congiuntura politica nella quale si è svolta questa edizione della Leopolda: nel bel mezzo di una campagna referendaria che sta esacerbando non poco gli animi all’interno dei diversi schieramenti. In un simile clima di contrapposizione frontale si usano parole e toni che non vanno presi alla lettera. Quella di Renzi è stata, dinnanzi a sondaggi per lui non incoraggianti, una chiamata alle armi contro chiunque, anche all’interno del suo partito, sostenga le ragioni del “No” alla riforma. Ma c’è davvero una bella differenza tra il criticare, anche aspramente, la minoranza che gli si oppone e il desiderarne la cacciata come se fosse composta da potenziali traditori.

Bisogna poi ricordarsi che le scissioni ricorrono con frequenza nella storia della sinistra movimentista, gruppettara, massimalista, radicale ed estremista. Ma gli oppositori di Renzi, da D’Alema a Cuperlo, vengono da un’altra scuola: quella comunista, quella della sinistra “ordine e disciplina”, istituzionale e gerarchica. Una formazione che non si perde facilmente. Quando Bersani dice che non lascerà mai il Pd, non esprime il suo attaccamento alla poltrona, ma un’idea di appartenenza politica che non prevede che si metta a repentaglio la vita del Partito (con la P maiuscola) solo per inseguire un disegno velleitario o per consumare una vendetta personale. Per quanto forti siano i dissapori con Renzi, i conti tra maggioranza e minoranza si devono consumare all’interno di quella che resta pur sempre la “casa comune”.

Da ultimo, va detto che il Pd non è il Pdl, anche se Grillo sostiene da tempo che si tratti della stessa cosa con la differenza della sola lettera finale. Il partito di Berlusconi era davvero una monocrazia, e in parte lo è rimasto. Il dissenso interno era vissuto emotivamente – dai pasdaran tipo Sandro Bondi o Fabrizio Cicchitto, prima che anch’essi si scoprissero critici del solipsismo berlusconiano – come un atto di lesa maestà. Il Pd, per male che se ne voglia parlare e per quante metamorfosi organizzative e ideologiche abbia subito dacché Renzi ne ha preso la guida, è invece un partito strutturato sul territorio e a suo modo complesso, plurale e articolato, non foss’altro per essere nato dalla confluenza delle due più solide culture politiche dell’Italia repubblicana. Da essere leader incontrastato di un simile partito ad esserne il capo assoluto o il padrone, che sbatte fuori o silenzia chi non la pensa come lui, c’è anche stavolta una bella differenza.

Ciò detto, non c’è dubbio che lo scontro di Renzi con alcuni esponenti della minoranza interna, per ragioni anagrafiche e di carriera facile bersaglio della sua retorica giovanilistica e nuovista, abbia ormai assunto toni esacerbati e che sfiorano la reciproca intolleranza. Ma la rottura con Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, un misto di antipatia personale e di incomunicabilità politico-generazionale, non vuol dire che all’interno del Pd lo scontro-dissenso tra maggioranza e minoranza debba per forza sfociare in una scissione. Il cambio di rotta di Cuperlo sul referendum, dopo la proposta di Renzi di modifica della legge elettorale, dimostra che esiste uno spazio pragmatico di compromesso che in fondo tutti nel Pd desiderano.

D’altro canto, per tornare alla questione delle convenienze politiche, se non è interesse di Renzi recitare la parte dell’epuratore di ogni spazio di dissenso, dal momento che l’unanimismo acritico intorno al leader segna sempre, non il culmine della sua forza, ma l’inizio della sua parabola discendente, non è interesse della minoranza di sinistra chiamarsi fuori, per un malinteso senso dell’ortodossia ideologica o per un eccesso di orgoglio, dalla sfida riformista che Renzi ha lanciato alla sinistra e al Paese e che rappresenta la sua vera forza in questo momento storico.

Uscire dal Pd, magari con l’idea di dialogarci da sinistra da posizioni fatalmente subalterne, è quanto di più antipolitico si possa immaginare. Un errore troppo grossolano per immaginare che venga commesso da uomini di provata esperienza e che come ambizione legittima hanno quella di riprendersi la guida del partito o di modificarne gli attuali rapporti di forza. Ma questa è appunto un’altra partita, da combattere per intero dentro il Pd.

* Articolo apparso su “Il Messaggero” e “Il Mattino” dell’8 novembre 2016.

 

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