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La giravolta doppia (senza lieto fine) di Guy Verhofstadt e Beppe Grillo

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di Alessandro Campi

310x0_1483985073515-combo_verhofstadt_grilloЀ finita come doveva finire. Dal momento che un barlume di serietà e rigore sopravvive anche nelle situazioni politicamente più confusionarie, il patto Grillo-Verhofstadt alla fine è saltato. I liberali europei, quelli veri e coerenti, hanno fatto le barricate contro l’idea di un’alleanza tanto strampalata e innaturale. Come spesso accade con la cronaca politica, per due giorni si è fatto molto rumore per nulla.

Certo era divertente l’idea che Grillo fosse improvvisamente diventato un europeista di stampo liberale solo perché gli europeisti liberali stavano per accoglierlo benevolmente nei suoi ranghi. Se domani, per una qualunque ragione che al momento non riusciamo ad immaginare, il leader del gruppo popolare europeo proponesse di inglobare il Fronte nazionale guidato da Marine Le Pen quest’ultima non diverrebbe di colpo un’epigona di Adenauer. Resterebbe quel che è sempre stata: una nazionalista d’estrema destra di vaghe simpatie xenofobe.

Lo stesso vale per Grillo. Populista era e populista resta. Non credeva nell’Europa unita prima e certo non ci crede ora. Quanto al suo essere un liberale, beh, lasciamo perdere… L’illusione o il trucco di una sua improvvisa conversione non poteva in effetti durare a lungo. Nel suo cambio di registro la politica e l’ideologia c’entravano davvero poco. Si trattava di una scelta dettata da ragioni prosaiche e strumentali. Abbandonare il gruppo euroscettico guidato da Nigel Farage per entrare in quello liberale-riformista capitanato da Guy Verhofstadt era solo un modo – come lo stesso Grillo ha del resto candidamente ammesso – per contare di più in sede europea, per ottenere più cariche a livello di commissioni e, non guasta mai, per dividersi una quota più grande di risorse finanziarie. Anche alla furbizia travestita da pragmatismo c’è evidentemente un limite

Ma il problema non erano solo il cinismo di Grillo e le sue piroette, peraltro prontamente avallate dai suoi ortodossi e indefessi seguaci. I grillini iscritti al movimento e con diritto di voto si è già visto che votano in maggioranza schiacciante come vuole il loro guru-demiurgo. E anche stavolta l’hanno fatto, dopo un tormento e un dibattito interno durato ben ventiquattro ore. Sia detto senza offesa, ma al loro confronto i compagni-trinariciuti che Guareschi disegnava sul “Candido” per sfottere l’ortodossia a prova di bomba dei militanti comunisti erano dei campioni del libero pensiero. Qualche parola bisogna pur spenderla sull’ineffabile Guy Verhofstadt. La sua ambizione notoria è sempre stata quella di diventare presidente dell’Europarlamento, carica per la quale corrono al momento due italiani: Antonio Tajani del Partito popolare europeo e Gianni Pittella dei Socialisti e democratici. Incamerando la pattuglia di Grillo egli evidentemente sperava di poter contare di più nell’imminente partita per la presidenza. Non ce l’avrebbe fatta comunque, ma aiutato dai grillini probabilmente si sarebbe tolto lo sfizio di far saltare le due candidature italiane.

Che nei gruppi parlamentari europei debba esserci, oltre che convergenza tattica e di obiettivi, anche comunanza di programmi, valori e ideali è qualcosa che sembrava non interessare più di tanto Verhofstadt, se è vero che nella bozza di accordo con Grillo, pronta sin dallo scorso 4 gennaio, si legge che ciò che essi condividono – dopo essersene dette di tutti i colori nel passato – è il rispetto dei valori di libertà, uguaglianza e trasparenza. Ma se basta davvero così poco per cambiare posizione e diventare amico del nemico di un tempo, se ne deduce che l’Europa – intesa come istituzione politica – è malata davvero e che dunque fanno bene i cittadini a diffidarne sempre più.

Si ricorderanno le discussioni e le polemiche quando nel 1998 si trattò di decidere se era il caso di far aderire Berlusconi e la sua Forza Italia al gruppo dei popolari europei. Vi erano i contrari, che consideravano il Cavaliere un demagogo populista che nulla aveva a che spartire con la tradizione cristiano-popolare. E vi erano i favorevoli, che consideravano quello berlusconiano un partito con una base sociale moderata e centrista. Anche all’epoca c’erano in ballo interessi contingenti: con i voti aggiuntivi di Forza Italia i popolari avrebbero potuto superare gli eurosocialisti, come in effetti avvenne. Ma c’era anche da decidere, su un piano politico-culturale, quale fosse la reale linea di divisione – e dunque la possibile base di convergenza – tra moderatismo e conservatorismo, tra centro riformista e destra liberale. Non si capisce invece quale sintesi o collaborazione potesse nascere tra chi (sbagliando) considera l’Europa la soluzione ad ogni problema e chi (sbagliando) l’ha sempre considerata un Moloch.

Ci sarebbe altro da dire su questa vicenda già finita. Il fatto ad esempio che tutto sia stato deciso da Grillo insieme a Davide Casaleggio, tenendo all’oscuro come sempre l’intero “gruppo dirigente” del movimento. Laddove quest’ultima espressione, visto come funziona la linea di comando all’interno del M5S, rischia di suonare sempre più fatalmente comica. Che un partito verticistico, monocratico ed eterodiretto da una società per azioni che si occupa di infrastrutture digitali pretenda di spacciarsi come l’unico che pratica la democrazia diretta è un’ironia della storia e della politica che non bisogna stancarsi di denunciare e che prima o poi bisognerà mettere definitivamente a nudo.

* Editoriale apparso su “Il Mattino” (Napoli) del 10 settembre 2017

 

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