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La Nato, la Turchia, la Russia: l’Occidente davanti a Erdogan e Putin (aspettando Trump)

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di Valerio Acri

000-kopya_182La Turchia entrò nel Patto Atlantico nel 1952, appena tre anni dopo la firma dei trattati a Washington, ma fu con la fine della Guerra Fredda che i suoi destini cominciarono davvero a intrecciarsi con quelli dell’Europa. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica il Paese della Mezzaluna dovette sciogliere un dilemma di identità esistenziale naturale conseguenza del suo essere letteralmente sospeso tra Oriente e Vecchio Continente.

Puntando forte sull’adesione alla neonata Unione Europea decise di compiere una scelta nettamente occidentale, dando un segnale di continuità rispetto all’eredità laica di Kemal Ataturk, quella che per molti versi la governance di Bruxelles ha sempre considerato il parametro progressista oltre il quale non dover più arretrare. Rispetto all’inflessibilità kemalista, i leader europei chiesero subito alla Turchia la limitazione del ruolo dei militari nella vita pubblica e fu questo l’unico punto sul quale si trovò una facile convergenza con il premier turco Recep Tayyp Erdogan. Per il capo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) ridurre il peso delle Forze Armate fu la mossa decisiva in un disegno che lo ha portato a essere la guida del Paese da ormai quindici anni. Privo della legittimazione europea, che peraltro non aveva cercato, Necmettin Erbakan, mentore di Erdogan e primo capo di governo islamico nella storia repubblicana della Turchia, si rivelò incapace di resistere alle forte pressioni dello Stato Maggiore e venne presto dimissionato dai militari in una delle loro ripetute incursioni sulla scena politica turca.

I militari sono una componente del mondo arabo in grado di decidere le sorti di un governo, basti pensare al loro ruolo nelle Primavere tunisina ed egiziana del 2011. A Tunisi fu il capo di Stato Maggiore, generale Rachid Ben Ammar, ad andare dal presidente Zine al-Abidine Ben Alì e comunicargli che il suo tempo era scaduto e consigliargli una rapida fuga e oggi è anche la benevolenza dei militari a consentire una faticosa transizione democratica. Nei giorni della sanguinosa Primavera del Cairo le Forze Armate non parlano e di loro non si parla fin quando, dopo aver strategicamente concesso ai Fratelli Musulmani un solo anno di governo democraticamente eletto, ripiombano al centro della vita politica con il colonnello Abdel Fattah Al Sisi che si riprende l’Egitto seguendo il copione più banale e vincente al tempo stesso, ovvero presentare il colpo di Stato come una mossa dolorosa ma necessaria per ristabilire l’ordine.

Quello sventato da Erdogan lo scorso 15 luglio è stato solo l’ultimo tentativo, in ordine di tempo, con il quale l’apparato militare ha provato a riprendersi un ruolo che in Turchia ha anche un riconoscimento costituzionale, sebbene si sia trattata di un’avventura non ricalcata sulle esperienze passate. Piuttosto l’esito di una fase di serio scollamento interno in corso già da alcuni anni, rivelatasi prepotentemente agli occhi di tutti nella turbolenta estate del 2013 segnata dalla mobilitazione per salvare il Gezi Park, nel cuore di Istanbul. Già allora l’osservatorio nazionale e internazionale si trovò a dover risalire al punto d’origine dei morti, delle migliaia di feriti, degli scontri riprodottesi per intere settimane, dello sgombero violento di Piazza Taksim nella metropoli turca, arrivando alla conclusione che nella rivolta nata per un parco Erdogan si fosse ritrovato di fronte la Turchia che rifiuta di allinearsi dietro il suo autoritarismo e si oppone alla sua sfrontatezza. Un Paese che lui stesso, attraverso le politiche economiche dell’Akp, ha trasformato in una società dove la classe media è divenuta maggioranza e che proprio per questo è molto più intransigente sul rispetto dei diritti individuali e rifiuta un governo paternalistico. Un’insoddisfazione che non permea comunque per intero il tessuto sociale turco, prova ne sono le folle di manifestanti che hanno riempito le strade di Ankara e Istanbul stringendosi idealmente attorno al premier subito dopo il colpo di forza ai suoi danni andato a vuoto.

Erdogan è rimasto in sella a suon di epurazioni trasponendo in fatti una retorica muscolare e una familiarità con l’uso della censura che hanno contraddistinto il suo operato politico fin dagli inizi. Così facendo ha pagato il prezzo di veder compromessa l’immagine di una Turchia democratica nella quale la diplomazia occidentale peraltro non ha mai creduto fino in fondo. Molti, all’interno del Club di Bruxelles, hanno da sempre bollato Erdogan come un retrograde arrogante che ha mandato le figlie a studiare negli Stati Uniti per eludere il divieto delle università turche di indossare il velo e la fase di perenne stallo nel quale ristagnano i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea è in qualche misura ascrivibile anche al feeling mai nato tra il premier turco e i suoi omologhi occidentali.

La linea del dialogo europeo verso l’esterno non è stata facile neppure con l’altro leader incontrastato alla guida di un Paese nella top-ten delle potenze mondiali, ovvero Vladimir Putin. Esiste un livello di collaborazione dell’Unione Europea con il capo del Cremlino ed è molto più economica che politica, facilmente riconducibile alla cospicua dipendenza delle nostre capitali dalle forniture energetiche russe. Tuttavia appare interessante notare come le ultime iniziative del governo di Ankara abbiano fatto sollevare da Bruxelles un coro di disapprovazione con più rapidità di quanto abbia potuto fare negli anni l’evoluzione del sistema di potere di Putin. Certamente tale asserzione deve essere misurata al netto delle sanzioni comminate alla Russia dopo l’invasione della Crimea e la crisi ucraina e, più in generale, alla immutata percezione di essa come il rivale storico dell’Alleato americano. In realtà, ripensando alla guerra con la Georgia, alle uccisioni di Anna Politkoskvaja e Alexander Litvinenko, ai processi a pioggia contro dissidenti di primo e secondo rango, allo sproposito giudiziario contro le Pussy Riot, al doping di Stato curato nei dettagli dal Ministero dello Sport come emerso nel rapporto-McLaren – in rigoroso ordine cronologico e senza menzionare la prova di forza in Siria – è possibile affermare che l’Europa ha ripetutamente e preferibilmente evitato di prendere le distanze in maniera irrevocabile da Putin. Ci si è piuttosto affidati ad affermazioni di circostanza, come il richiamo al rispetto del diritto internazionale e la puntualizzazione che il processo di allargamento non è eventualmente rivolto contro alcuno contenute nella nuova “Strategia Globale dell’Unione Europea” redatta dall’Alto rappresentante Federica Mogherini.

Sull’inadeguatezza dell’Unione Europea come soggetto politico si è detto e scritto molto, meno spazio tra gli osservatori ha trovato invece un’analisi di questo deficit visto nel rapporto con quello che Forbes dal 2013 definisce l’uomo più potente del mondo. Hanno provato a farlo l’Istituto Gino Germani e l’Atlantic Council promuovendo la conferenza ‘Il Soft Power russo: la lotta per l’influenza in Europa e come l’UE dovrebbe rispondere’ che si è tenuta recentemente a Roma e durante la quale una grande attenzione è stata rivolta all’uso della propaganda da parte del Cremlino in chiave anti-occidentale. In particolare, molti degli analisti intervenuti hanno voluto evidenziare come il concetto di influenza, nella concezione della Russia di Putin, privilegi nettamente la componente della sopraffazione, della coercizione e dell’inganno rispetto all’idea di una capacità attrattiva legata a valori politici e culturali. In questo senso viene alla mente non soltanto il crescente attivismo informatico di gruppi di hacker legati ai servizi segreti russi ma anche la fine dialettica utilizzata da Mosca per spegnere ogni clamore mediatico intorno alle ombre che hanno avvolto i tanti irrisolti delitti politici degli ultimi quindici anni o per confutare le conclusioni di un’inchiesta a guida Onu che inchiodava il protetto Bashar al Assad nell’uso reiterato di armi chimiche tra il 2014 e il 2015, quando le sorti del conflitto siriano erano ancora in bilico.

Davanti alla strategia di Putin, la scelta non assertiva dell’Europa è oggettivata da una delega a tempo indeterminato alla Nato del ruolo di contrappeso alla Russia. Appare chiaro, però, che mai come in questo momento la stessa Alleanza potrebbe essere chiamata a un incarico delicatissimo, quello di contenere un’offensiva ispirata al modello delle sfere d’influenza che prevede il controllo delle grandi potenze sui vicini. Un’emergenza evocata nel libro 2017 War with Russia scritto dal generale britannico Richard Shirreff, già vice comandante supremo della Nato, che predice l’invasione russa di Lettonia, Lituania ed Estonia – tutte e tre entrate a far parte dell’Alleanza Atlantica da oltre dieci anni – secondo lo schema di sobillarne le minoranze russofone già applicato nella presa della Crimea e nell’occupazione per procura delle regioni dell’Ucraina orientale. Uno scenario per ora oggetto di un romanzo di guerra ma che, seguendo la logica dell’accrescimento del potere dello Stato e dell’onore nazionale che sembra animare la Russia di Putin, potrebbe rivelarsi plausibile. In particolare, se alla base di un simile progetto di espansione il criterio dovesse essere quello delle comunità russe in territori divenuti improvvisamente stranieri con la disgregazione dell’Unione Sovietica, occorre ricordare che, al netto di statistiche pienamente ammissibili, la presenza russofona nelle tre Repubbliche del Baltico si avvicina al milione di persone.

Quel che per ora l’organizzazione militare dei Paesi Atlantici deve registrare è il lento abbraccio tra la Russia e un suo Stato membro, la Turchia, ovvero tra le due potenze geopoliticamente più multiformi del pianeta guidate da due leader lontani dagli standard democratici secondo l’intuizione dello storico francese Bernard Henri-Levy che, già all’indomani di Gezi Park, definì Erdogan un sultano in via di putinizzazione.

L’imminente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca consentirà di chiarire se davvero sarà possibile un’intesa, e soprattutto quale tipo di intesa, anche tra Putin e il nuovo presidente degli Stati Uniti. Le agenzie dell’intelligence statunitense hanno acclarato le manovre di hacking e disinformazione orchestrate dal Cremlino per interferire nella campagna presidenziale Usa ma hanno preferito non trarre conclusioni sulla eventualità che esse rientrino in un disegno più ampio. Con un nuovo possibile reset nelle relazioni tra le due super-potenze sono in ballo questioni di ordine mondiale che investono la stessa ragion d’essere della Nato: consolidare una linea congiunta nella lotta al terrorismo islamico passerebbe verosimilmente per l’abbandono del ricorso alle sanzioni contro la Russia che gli stessi leader europei applicano malvolentieri, mentre un eventuale reciproco riconoscimento del diritto a bacini d’influenza in Europa e Medio Oriente equivarrebbe ad affrancare l’Alleanza Atlantica dall’impegno di ossequiare l’articolo 5 che prevede l’intervento militare in difesa di un membro aggredito.

 

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Category: Osservatorio internazionale, RdP online

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