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Perché la Le Pen non ha vinto (e perché non vincerà mai)

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di Alessandro Campi

FRANCE2017-VOTE-FAR-RIGHTOra che la Le Pen ha perso viene persino facile (oltre che rilassante) spiegare perché: immaginate se avessimo dovuto spiegare perché aveva vinto contro ogni previsione? Trump ha sconfitto la Clinton sei mesi fa e, oltre ad esserci chi ancora non se ne capacita, non siamo riusciti a spiegare in modo convincente, dopo tutto questo tempo, come sia potuto accadere.

Ma veniamo a Marine, che comunque ha rimediato un 35% che la consolida e legittima sulla scena politica francese (sarà importante a questo punto il risultato alle legislative di giugno e il numero di parlamentari che riuscirà a portare nell’Assemblea nazionale). Ha perso per molte ragioni, che hanno a che vedere con la sua personale biografia, con la storia del suo partito, con le peculiari caratteristiche delle istituzioni francesi, col clima storico generale, con la natura della sua proposta politica. Proviamo ad elencarle, senza un particolare ordine.

Il dna ideologico di un partito conta e non può essere modificato a piacimento o fatto dimenticare, magari solo facendo sparire il simbolo che lo caratterizza, come ha fatto Marine durante questa campagna elettorale. Per molti francesi, che pure ne apprezzano l’eloquio e la passione (come molti italiani, che non l’avrebbero mai votato, apprezzavano la retorica di Almirante), lei rimane la figlia di Jean-Marie: un nostalgico della Francia di Vichy e un sostenitore fuori dalla storia dell’Algeria francese, nonché l’autore di gaffes colossali sull’Olocausto. La dédiabolisation è una strategia mediatica, perseguita con intelligenza e tenacia, che ha consento alla leader del Front National, cambiando linguaggio e pose, di emanciparsi dall’ombra paterna e di uscire dalla marginalità politico-sociale in cui quest’ultimo era confinato. Ma evidentemente non basta una parvenza di pubblica rispettabilità per accedere all’Eliseo.

Sembrerà paradossale, considerato il modo con cui Marine ha sparato a zero contro l’establishment e le vecchie cariatidi al potere, ma in questa campagna presidenziale lei era il vecchio, il politico di professione, e Macron era il nuovo, l’esponente della società civile che corre contro i partiti tradizionali. Se è vero che gli elettori, persa ogni bussola ideologica, vogliono soltanto novità e facce poco consumate dall’esperienza, Marine partiva svantaggiata. D’altro canto come negare che lei è l’esponente di una dinastia politica giunta già alla terza generazione e capo di un partito che è di fatto una proprietà personale? Anche questo deve aver pesato negativamente.

Marine ha perso anche perché nella competizione tra la paura (o la rabbia) e la speranza – i due sentimenti collettivi che sembrano orientare gli elettorati nelle grandi democrazie odierne – la seconda tendenzialmente vince sempre, specie quando si tratta di scegliere a chi affidare il governo della cosa pubblica. Marine è parsa troppo aggressiva nelle sue denunce e nei suoi attacchi a Macron, dimenticando che chi ha paura vuole essere rassicurato e tranquillizzato. Le è stato imputato, certo esagerando, di voler creare un clima di divisione e guerra civile: l’accusa, purtroppo per lei, ha funzionato.

In Francia funziona come si sa la grande alleanza a difesa dei valori repubblicani: l’unione dei democratici (socialisti, liberali, conservatori, persino i comunisti in quanto antifascisti) contro l’estrema destra e i suoi fantasmi. Una formula che anche stavolta è stata invocata da intellettuali, politici, imprenditori, uomini di spettacolo e gente comune per sbarrare la strada all’estremismo lepenista. Formula che ha nuovamente funzionato, come contro il padre nel 2002. Essa è l’equivalente di ciò che era in Italia l’arco costituzionale costruito per tenere i neo-fascisti lontani dal potere. Ma come quell’arco è crollato da noi, così è presumibile che anche in Francia la diga repubblicana un giorno cadrà, anche se è difficile immaginare chi potrà beneficiarne.

C’è poi il limite intrinseco del programma nazional-populista caldeggiato dalla Le Pen. La sua denuncia dei mali economici della globalizzazione, la sua appassionata difesa dell’identità culturale francese, il suo schierarsi dalla parte del lavoro e dei lavoratori, i suoi appelli accorati alla sovranità del popolo come fondamento della democrazia: sono questioni molto più serie e fondate di quanto la sinistra cosmopolita ed elitaria, così ben incarnata da Macron, sia disposta ad ammettere. Ma cosa proponeva di concreto e fattibile Marine per guarire il malessere dei suoi cittadini? Le frontiere non si possono chiudere. Al franco non si può tornare. L’economia non si può nazionalizzare più di quanto già non lo sia in Francia. Al dunque c’era molta facile propaganda nelle sue proposte in materia economica e sociale, all’insegna di uno statalismo esasperato (ma chi paga ora che anche la Francia è economicamente in crisi?) e di un patriottismo sin troppo retorico e declaratorio.

La Le Pen non ha vinto – infine – perché sulla destra (estrema, ma anche, si badi bene, moderata e liberale) pesa un interdetto culturale che tende a considerarla in tutte le sue espressioni inadatta al governo di una comunità. Nelle democrazie occidentali esiste da decenni come una sorta di asimmetria ideologico-valoriale che assimila la destra – potenzialmente – alla xenofobia, alla difesa dei privilegi di pochi, all’autoritarismo, all’esaltazione nazionalista e al mancato rispetto dei diritti individuali. Mettiamo che queste riserve fossero valide nel caso della Le Pen, ma ci siamo dimenticati della guerriglia mediatica condotta contro il centrodestra berlusconiano per vent’anni?

Ma la ragione vera per cui Marine Le Pen ha perso è perché, semplicemente, Emmanuel Macron ha avuto (molti) più voti. E’ la democrazia, bellezza!

 * Editoriale apparso su “Il Mattino” (Napoli) dell’8 maggio 2017.

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Category: Osservatorio internazionale, RdP online

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