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Lombardia e Veneto alle urne: un referendum che rischia di spaccare l’Italia (e i partiti)

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di Alessandro Campi

maroni_zaiaTutti si chiedono quando gli italiani saranno chiamati alle urne. In autunno, nel caso il governo in carica dovesse perdere la maggioranza che lo sostiene, o al termine naturale della legislatura, vale a dire nella primavera del 2018?

Se la data di svolgimento delle elezioni politiche è ancora incerta, c’è un appuntamento elettorale la cui scadenza è stata invece già stabilita e sul quale può essere utile richiamare l’attenzione. Il prossimo 22 ottobre in Lombardia e Veneto si terrà un referendum (consultivo e senza quorum) fortemente voluto dai governatori leghisti delle due regioni: Roberto Maroni e Luca Zaia. Verrà chiesto ai cittadini se sono favorevoli alla concessione di una maggiore autonomia, fiscale a amministrativa, per quei territori da parte dello Stato. Facile prevedere una valanga di consensi.

Nel contesto di una politica secolarizzata e personalizzata, la Lega è l’unica che ancora crede ai simbolismi storici collettivi e alla loro forza mobilitante. Per quanto la data del voto sia stata già decisa e annunciata, la Lombardia provvederà alla convocazione formale del referendum il prossimo 29 maggio: l’anniversario della battaglia di Legnano combattuta nel 1176 dai Comuni lombardi contro Federico II Barbarossa (giorno divenuto nel frattempo, sempre per volontà della Lega, quello in cui si celebra la festa regionale della Lombardia). Per il Veneto la data scelta per il voto assume a sua volta un particolare valore politico-polemico: il 21-22 ottobre 1866 si svolse infatti il plebiscito che sancì l’annessione al Regno d’Italia delle province venete e di quella di Mantova. Nell’intenzione di chi lo ha voluto questo referendum, 151 anni dopo la “grande truffa” architettata dai Savoia, dovrebbe funzionare come una sorta di contro-plebiscito per ridare al Veneto, se non la sua indipendenza, una maggiore autonomia politico-amministrativa, ma soprattutto un risarcimento storico-morale.

Sottovalutato nel dibattito politico di queste settimane, occupato piuttosto dalle primarie del Pd, dalle trattative sulla legge elettorale e dalla vittoria in Francia di Macron, il referendum nel lombardo-veneto potrebbe determinare effetti politici molto grandi. Considerarla una consultazione di portata localistica è davvero miope, dal momento che saranno chiamati al voto 15 milioni di elettori delle due regioni più ricche e produttive d’Italia. Parliamo del 40% del Pil nazionale e di un residuo fiscale (la differenza tra ciò che un territorio paga di tasse e ciò che riceve in beni e servizi dalla macchina pubblica) di circa 80 miliardi di euro.

Le conseguenze del voto potrebbero riguardare in primis proprio la Lega e i suoi equilibri interni. Zaia e Maroni incarnano nel partito l’ala pragmatica, governativa e dialogante nei confronti di Berlusconi, nonché quella più sensibile all’originaria matrice nordista del movimento (sempre in bilico tra vagheggiamenti secessionistici e il sogno di un federalismo mai chiaramente declinato nella sua architettura istituzionale). Poco a che vedere col radicalismo lepenista di Salvini e, soprattutto, con la sua svolta ideologica sovranista e nazionalista. Il quale Salvini rischia di essere messo alle strette da questa consultazione: se l’appoggia apertamente, nel caso di una vittoria eclatante degli autonomisti vedrà sonoramente bocciata la sua idea di trasformare la Lega in un partito “italiano”; se dovesse mostrarsi freddo o reticente nei suoi confronti, l’eventuale vittoria se la intesterebbero per intero i due governatori, che certo al momento del voto politico gli presenterebbero un conto salato. In entrambi i casi rischia di vedere minata la sua attuale leadership.

Ma effetti e ripercussioni potrebbero esserci anche all’interno del Pd. Quello lombardo, dopo aver votato contro il referendum al Pirellone, ha cambiato rapidamente idea dopo aver visto i primi sondaggi. Sono già molti gli esponenti della sinistra, in particolare sindaci e amministratori, che hanno dichiarato, pur se con distinguo e dubbi, il proprio voto favorevole al quesito referendario. L’argomento è che così facendo si evita di regalare alla Lega un facile strumento di propaganda politica. E visto che anche il M5S appoggia il referendum, se vincono tutti alla fine non vince nessuno. Ma il problema è un altro ed ha a che fare con la coerenza progettuale del Pd renziano. Che si è battuto (perdendo) per un referendum costituzionale che aveva un impianto sostanzialmente neo-centralista, che riduceva le autonomie e le competenze regionali. E che a distanza di pochi mesi, senza alcuna discussione interna, nella sua componente nordista si trova sostanzialmente schierato sulle stesse posizioni della Lega solo per la paura di perdere consensi. Ma sono contraddizioni e ripensamenti, che oltre a dividere il partito e i suoi gruppi dirigenti, rischiano a loro volta di disorientare gli elettori.

La vera partita politica tuttavia è ancora più generale. Molti considerano questo referendum inutile, essendo destinato, per la sua natura meramente consultiva e non vincolante, a non produrre alcun effetto sul piano giuridico-costituzionale. I suoi critici dicono che invece di spendere soldi pubblici, Lombardia e Veneto potevano provare a trattare direttamente con lo Stato, nei limiti e nei modi previsti dall’art. 116 comma III della Costituzione. L’obiezione, assai fondata, è che le regioni che sin qui ci hanno provato (il Piemonte nel 2004, Lombardia, Veneto e Toscana nel 2007) non sono mai arrivate al fondo della trattativa con Roma. Il referendum (secondo uno dei suoi architetti, il politologo Stefano Bruno Galli, non a caso allievo di Gianfranco Miglio nonché stretto consigliere di Maroni) rappresenta dunque l’arma politica necessaria per affrontare il negoziato con lo Stato, al fine di ottenere maggiori poteri e più soldi, da una posizione di forza.

Oltre che inutile questo referendum è stato anche definito ridicolo e meramente propagandistico. Ma cosa accadrà, con l’aria di sfiducia verso le istituzioni e i governi che tira nel Paese, se milioni di persone dell’area più ricca e dinamica del Paese dovesse recarsi alle urne il prossimo 22 ottobre per chiedere a gran voce maggiore autonomia dallo Stato? Si farà finta di niente o rischia di aprirsi, come è probabile, una stagione politica nuova e dagli effetti imprevedibili? Quanto ai promotori del referendum, hanno messo nel conto l’effetto autogol e i contraccolpi di una risposta del Centro-sud che pèotrebbe togliere agli abitanti del lombardo-veneto la rendita di posizione gidouta sino ad oggi, con il concreto rischio di accollarsi la loro considerevole fetta di debito pubblico oltre che tutti gli oneri che spettano a chi realizza la secessione (anche solo fiscale)?

*Editoriale apparso ul “Messaggero” del 15 maggio 2017.

 

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Category: Osservatorio italiano, RdP online

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