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L’interminabile valzer morale: Walzer e la ragionevole apologia della guerra (1977-2017)

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di Davide Ragnolini

OU_Presents_Burke_Lecture_2014_Michael_WalzerNell’articolo segreto della famosa Zum Ewigen Frieden (1795), Kant raccomandava ai governanti di accogliere la consulenza dei filosofi affinché questi si esprimessero liberamente sulle condizioni di possibilità della pace e la conduzione della guerra. Ma chi avrebbe mai pensato che, nel nella seconda metà del XX secolo, tale consulenza sarebbe stata offerta attraverso il metodo casuistico?

Come è noto, la casistica o casuistica, è la tradizionale etica della situazione impiegata dai teologi cattolici per classificare i problemi morali e offrirne un giudizio dopo un esame delle circostanze particolari. Al nome del filosofo statunitense Michael Walzer è legato Just War and Unjust War, un libro pubblicato quarant’anni fa e che da allora ha rappresentato una pietra miliare per il ricorso alla morale pratica in riferimento al fenomeno della guerra. A quest’opera si deve il più noto tentativo contemporaneo di recupero, accanto alla casuistica, di una nuova teoria della “guerra giusta”, entrambe in forma secolare, e compatibili con una dottrina morale che al filosofo statunitense appariva fin dalla prefazione del libro “migliore delle altre”: quella dei diritti umani. Se è vero che il metodo casuistico, come avrebbe riconosciuto l’autore nel 2002 tornando sul tema, aveva una cattiva nomea già dai tempi di Pascal (The Triumph of Just War Theory, ”Social Research”, 64, [2002, 4]), la teoria della “guerra giusta” per la difesa dei diritti umani ha costituito, per converso, la più attraente forma di giustificazione delle guerre combattute dall’Occidente tra il XX e XXI secolo. Assieme alla “ragionevole apologia dei diritti umani” di Michael Ignatieff, la filosofia del diritto internazionale si dotava così di una “ragionevole apologia della guerra giusta” che, espunto il suo tradizionale contenuto teologico, fungeva da involucro per una “giusta” prassi interventistica.

Difendere la possibilità di giustizia della guerra significava difendere la possibilità di interpretare la guerra come azione intenzionale, cioè evento prodotto dalla deliberazione di soggetti liberi, non costretti dal alcun mistico fatalismo o naturalismo della guerra. La guerra è sì un incendio, ricordava Walzer, ma quantomeno si tratta di un incendio doloso, in cui dev’essere possibile identificare i suoi responsabili. Se un tempo fu difficile per il giovane filosofo non esprimersi criticamente verso l’invasione statunitense del Vietnam, oggi appare ancora più difficile il compito di difendere “guerre giuste”. Di più: senza la filosofia, si brancola nel buio di un pragmatismo senza intelletto, senza justa causa. Il senatore Bernie Sanders interpellò Walzer proprio nel 2014, chiedendogli una consulenza filosofica sulla questione siriana: una questione complessa, cui lo stesso casista liberale ha dato risposte diverse in momenti diversi della storia del conflitto. Ieri ed oggi, insomma, il fascino dell’opera di Walzer risiede forse nell’instancabile tentativo di assumere la contingenza storica come materiale per la riflessione della filosofia pratica, accordando fiduciosamente al rapporto tra deontologia morale e pragmatismo la soluzione dei conflitti. È in questa incertezza del rapporto che si trova anche il tallone d’Achille della sua proposta teorica.

Dalla sua pubblicazione, Just war and Unjust War ha costituito a lungo una sorta di prontuario a disposizione di analisti e governanti occidentali per valutare i diversi casi di coscienza sull’impiego della forza a tutela dei diritti. Un classico, insomma, tanto della filosofia morale applicata quanto della filosofia contemporanea dello jus belli, che ha alimentato detrattori e sostenitori di orientamento filosofico e politico più disparato.

Apparentemente, si tratta di un programma affine a quello di un padre del diritto internazionale moderno: il “miracolo d’Olanda”, Ugo Grozio, da un lato combatté la posizione di coloro che commettevano l’errore “così pericoloso” (De jure belli ac pacis, Prolegomena, §§ 3-5) di opporre il diritto alle armi, muovendo da un’ipotesi monistica che concepisce il diritto come mera proiezione della forza; dall’altro, contrastava quegli erronei tentativi di inferire dalle Sacre Scritture generali precetti “contro la giustizia della guerra” (De jure belli ac pacis, I, II, § 8.2). Il diritto internazionale non era materia né per bellicisti, né per pacifisti. Ma neo-con statunitensi e internazionalisti democratici, oggi, hanno mostrato di non aver bisogno né di Grozio, né delle Sacre Scritture per giustificare la necessità di un intervento armato. In tale contesto, invece, il tentativo di Walzer di offrire una teoria secolare della “guerra giusta” è risultata molto appetibile nel mercato delle idee morali contemporanee.

Si trattava in primo luogo di superare quel “dualismo” di jus ad bellum e ius bello che, agli occhi dell’autore, legittimava un paradosso: quello delle guerre giuste combattute in modo iniquo e quello delle guerre eque sul piano dei mezzi impiegati, ma ingiuste nelle giustificazioni di condotta. La tradizionale concezione del diritto e delle relazioni internazionali vedeva al centro lo Stato quale unico attore morale in grado di autogiustificare il proprio casus belli, rigettando ogni altra pretesa di appello morale da parte di sudditi o cittadini. Per Walzer, al contrario, è lo stesso senso morale comune ad opporsi a tale “paradigma giuridico”, per il quale gli Stati sarebbero soltanto legalmente sovrani, ma non moralmente sovrani. L’inizio della modernità giuridica e politica è stato rappresentato con la nota ingiunzione dei giuristi rivolta ai teologi: “Silete Theologi in munere alieno!”. Compito del filosofo morale diventava ora silenziare i giuristi, quindi sostituirne il paradigma statocentrico dominante nel diritto e nelle relazioni internazionali. I cittadini condividono con i filosofi una medesima morale convenzionale che li rende autorizzati ad esprimere un giudizio su azioni di Stato come guerra e pace. Al realismo politico andava riaffermata una posizione che l’autore non esitava ad indicare, al termine del primo capitolo, come “realismo morale”.

Il realismo politico contemporaneo ne risultava conseguentemente svalutato: il suo presupposto per cui la giustizia si identificava con la sola esigenza di ordine, poneva obbiettivi morali limitati dalla sola prudenza. Ma la prudenza, come il “paradigma giuridico”, circoscrive le circostanze in cui il ricorso alla forza può essere impiegato ad una più ristretta casistica, isolando lo ius belli dalle sue giustificazioni morali, e dunque restaurando quel “dualismo” tra le ragioni della guerra e la forma della sua condotta. Il “realismo morale” ha invece le sue ragioni che la prudenza non conosce, e farle conoscere è compito del filosofo morale.

Ma è qui che infine emerge una categoria di pensatori e cittadini che negano la possibilità di conoscere tali ragioni, vale a dire alcuni standard normativi per la guerra giusta: a questi Walzer si rivolgerà nel 2002 come fautori del “sospetto radicale”, per i quali, come nel caso dei pii pacifisti criticati da Grozio, non si dava alcuna possibilità morale dell’uso della forza pubblica sul piano internazionale. Giuristi, realisti e pacifisti, dunque, avrebbero in varia misura negato alla teoria della “guerra giusta” la sua rilevanza morale, che doveva tornare ad esser riabilitata commisurando la teoria della giustizia con una teoria dei mezzi.

Il rapporto tra queste due teorie poteva essere declinato in quattro diversi modi, privilegiando o il fine o il mezzo della condotta bellica. Ad un estremo stavano le teorie dell’“assolutismo morale”, esemplificate dalla riflessione polemologica di Mao, secondo cui il fine della guerra è tutto e lo ius in bello soltanto un’ “etica asinina”. All’estremo opposto stavano le teorie del rigoroso rispetto dello ius in bello, indipendentemente dalla giustizia delle sue cause o dagli effetti delle sue conseguenze. Più mediane, e al contempo “più importanti” e “più interessanti”, apparivano a Walzer quelle teorie in cui il criterio normativo della guerra era presente ma temperato da una ponderata valutazione circa le sue modalità di realizzazione. Il criterio di proporzionalità, ad esempio, consente di stabilire un rapporto inversamente proporzionale tra giustezza della guerra ed ingiustizia degli hostes, legittimando la violazione dello ius belli in relazione alla rilevanza della justa causa belli. Una soluzione precaria, sospesa tra la posizione di assolutismo morale e l’irresponsabilità delle sue conseguenze.

Un quarto ed ultimo modo di intendere il rapporto tra teoria dei fini e dei mezzi della guerra sembrava a Walzer “l’argomento più giusto”: lo ius belli poteva essere sospeso ma soltanto di fronte ad un’emergenza morale catastrofica. La filosofia morale invita a indagare fino a quei limiti di fronte ai quali il giurista si ferma con riverenza, temendo di oltrepassarli. Il criterio dell’eccezionalità consente al filosofo morale di varcare la soglia del “paradigma giuridico”: non le convenzioni positive, ma la teoria della giustizia autorizza la norma morale a trasformarsi in fatto politico. In luogo della massima “fiat giustitia et pereat mundus” pronunciata da Ferdinando I, il filosofo morale suggeriva: “fa giustizia a meno che il cielo non stia (realmente) per cadere”. Due affermazioni di “realismo morale”, insomma, ma con una consolante differenza di grado.

L’intera dottrina della cosiddetta “responsability to protect” (R2P), i paradigmi normativi dell’ “human security”, e l’imperativo al “regime change” che accompagna l’etica di una justa causa belli contemporanea, non sono che glosse a margine del VI capitolo del libro di Walzer, dedicato al principio di intervento.

Vi è certamente la possibilità che nel prossimo futuro, l’istituzione onusiana rafforzi le sue prerogative, trasformando davvero la NATO, come ammoniva Danilo Zolo, in quel minaccioso “braccio secolare” finalizzato alla punizione di injusti hostes globali, avversi al nuovo ecumene fissato dalla civiltà giuridica occidentale.

Vi è anche la possibilità che gli standard normativi della civiltà occidentale siano riconosciuti sempre più come soltanto occidentali, non già “umani”. Il compito attribuito alla figura del filosofo morale walzeriano, oggi, novello gesuita laico, è indubbiamente quello di dare prosecuzione al progetto di allargare l’ecumene della civiltà giuridica occidentale. Ma l’incertezza verso le sue sorti sono anche oggetto di considerazione morale consequenzialistica: è possibile, nell’orizzonte della storia globale, che muovendo dal presente stato del diritto internazionale questo si realizzi mediante una rinnovata justa causa belli? Sono dubbi che alimenta lo stesso Walzer, quando ricordava il vecchio paradosso di Montague Bernard (1820-1882) sull’interventismo: o l’intervento fallisce, e manca ai suoi obbiettivi sul piano pratico, o l’intervento riesce, e altera gli equilibri trasformando lo Stato colpito in una forma di governo che altrimenti, in autonomia, gli stessi suoi cittadini non avrebbero scelto.

È, più in generale, l’incertezza circa il soggetto del diritto internazionale, sospesa tra il riconoscimento di diritti individuali e diritti statali, a scandire il Leitmotiv di un interminabile valzer morale a cui ancora oggi partecipiamo.

* Ph.D. Candidate - Consorzio Filosofia del Nord Ovest (FINO) - Università degli Studi di Torino

 

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