Italia

Quel che questa calda estate ci ha insegnato in materia d’immigrazione (e di politica)

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di Alessandro Campi

Roma-sgomberi-696x359Quella del 2017 è un’estate che ricorderemo. Certo per il caldo torrido e la siccità. Ma anche per il modo con cui, sotto la spinta di una realtà drammatica, è cambiato il nostro modo di ragionare in materia d’immigrazione. Lo conferma quel che è successo ieri a Roma: una rissa tra residenti e migranti, culminata nel ferimento di un eritreo, che non nasce solo dall’intolleranza o dal pregiudizio dei primi, come verrebbe facile denunciare, ma da una gestione dell’immigrazione nelle sue diverse fasi – dalla prima accoglienza alle politiche di assistenza e integrazione – che va drasticamente ripensata.

E che specie nelle grandi città in questi anni ha portato alla nascita, soprattutto nelle zone più periferiche e disagiate, di luoghi d’aggregazione talvolta gestiti con criteri opachi, spesso privi di servizi e d’agibilità, altre volte al limite del decoro e della legalità, come tali destinati a diventare naturali focolai di tensioni e violenza. Con un danno duplice: per i cittadini che vedono perturbata la loro vita e la sicurezza dei luoghi in cui vivono e per gli immigrati che arrivati in Italia si trovano poi abbandonati a sé stessi e costretti a vivere di espedienti, diventando miccia di tensioni sociali.

Proprio la consapevolezza che così non si può continuare ci ha costretti a modificare, in particolare, la nostra percezione del fenomeno sul piano politico. Sin qui affrontato in una chiave d’emergenza umanitaria e con un approccio sentimentalistico, ricorrendo al filtro deformante dell’ideologia (buonista) o della demagogia (a sfondo xenofobo), ovvero con un atteggiamento fatalistico e inerte, se ne erano trascurati gli effetti potenzialmente conflittuali sul piano sociale, culturale e istituzionale. La frase dell’altro giorno del ministro dell’interno Marco Minniti, che ha detto di aver temuto per la stabilità della nostra democrazia, è parsa a qualcuno esagerata. In realtà, esprimeva una preoccupazione reale: vale a dire che l’immigrazione, se non governata pragmaticamente, possa trasformarsi in terreno di scontro frontale tra le forze politiche, con l’immaginabile strascico di veleni sul piano del dibattito pubblico e della convivenza civile.

Ma qualcosa è fortunatamente successo, che ha segnato l’inizio di un salutare cambiamento. Per cominciare si è risvegliata la politica. Sarà stata, banalmente, la paura del governo in carica di una batosta elettorale, o piuttosto un sussulto di senso di responsabilità, o forse la determinazione del nuovo inquilino del Viminale, fatto sta che si sono finalmente messe in campo proposte e ricette che hanno contribuito a interrompere gli sbarchi sulle coste italiane.

Ma nel frattempo, grazie all’inedito protagonismo dell’Italia, si è risvegliata anche l’Europa, che per mesi aveva semplicemente chiuso gli occhi sul fenomeno pensando di poterne scaricare le conseguenze sui Paesi che s’affacciano sul Mediterraneo. Il recente vertice di Versailles ha di fatto sancito il superamento degli accordi di Dublino (che assegnava ai paesi di primo arrivo degli immigrati ogni incombenza economica e amministrativa) e sposato, come unica risposta vincente, il pragmatismo italiano: codici di comportamento vincolanti per le organizzazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo; accordi con le autorità politiche della Libia per interrompere i flussi dalle zone interne dell’Africa; creazione sul territorio di quel continente di centri di accoglienza gestiti dalle organizzazione internazionali in modo da vagliare alla partenza (non più all’arrivo) l’effettiva condizione di rifugiato e porre così fine all’odierna confusione tra profughi (cui spetta il diritto d’asilo) e migranti economici. Ma soprattutto un serio piano di aiuti finanziari all’Africa che ne favorisca lo sviluppo e, riducendo le ondate migratorie, ne eviti anche il depauperamento sociale, economico e demografico.

In queste settimane sono dunque cambiate molte cose. Ad esempio il modo con cui la sinistra s’era sinora rapportata all’immigrazione: come se fosse l’annuncio di un mondo migliore e di un’umanità nuova, da incoraggiare ad ogni costo. C’è voluto un bel bagno di realtà per vederne il lato drammatico e per spingere una parte almeno di questa sinistra, non solo per tornaconto elettorale, a considerare il fenomeno sotto una luce nuova. Ma anche la destra pare sul punto di interrogarsi. Sinora ha preferito gli slogan: quelli vacui (“aiutiamoli a casa loro”) e quelli truci (“ributtiamoli in mare”). Utili forse per conquistare qualche voto, ma inutili per accreditarsi su simili temi come forza responsabile di governo. E che dire del mondo cattolico? Va bene l’accoglienza a braccia aperte verso gli ultimi della terra, ma come comportarsi se a organizzarne i trasferimenti forzati attraverso il deserto e il mare sono dei moderni schiavisti? Nel rispondere a quest’interrogativo anche la Chiesa ha dovuto cambiare atteggiamento. Si può essere, a costo di chiudere gli occhi, il terminale umanitario di un repellente traffico di esseri umani?

Quella che sta finendo è anche l’estate in cui, sotto l’incalzare della cronaca, sono venuti meno sia i manicheismi retorici di cui spesso si nutrono i giornali, sino a dare una rappresentazione deformante della realtà, sia le false divisioni tra i buoni che hanno ragione a prescindere e i cattivi che hanno sempre torto. Da un lato, il dramma umano degli immigrati; dall’altro la sordità incivile di chi coltiva sentimenti xenofobi e razzisti. Ma il mondo, s’è visto, non funziona secondo queste brutali semplificazioni, che servono solo ad alimentare una cattiva propaganda (e una pessima informazione). La vicenda dello sgombero romano di via Curtatone da questo punto di vista è stata esemplare e forse un punto di non ritorno. Presentata come una brutale azione di polizia a danno di donne e bambini inerti, di quelle destinate a suscitare l’indignazione collettiva, essa ha in realtà scoperchiato una condizione di illegalità diffusa, sconfinante nel crimine organizzato: migranti che sfruttavano altri migranti. Ma sempre in tema di buoni e cattivi, s’è anche messo a nudo in questi mesi, guardando al comportamento di certe organizzazioni non governative e di certe strutture di volontariato, come dietro il paravento dell’umanitarismo e le buone intenzioni sostenute da un grande fervore morale, talvolta si nascondano interessi economici meschini ovvero i residui ideologici di un terzomondismo e di un antioccidentalismo duri a morire.

Quest’estate s’è capito, insomma, che l’immigrazione sarà pure un movimento epocale della storia, ma non ha nulla di ineluttabile. Purché lo si voglia e se ne abbia la volontà può essere politicamente governato e indirizzato. Certo, occorre fare delle scelte e prendere decisioni che, nel tentativo di conciliare interessi collettivi e senso di umanità, possono persino urtare la sensibilità individuale e sfidare i luoghi comuni ideologici, ma sino a prova contraria la politica serve esattamente a questo.

* Editoriale apparso sul “Il Messaggero” e “Il Mattino” del 31 agosto 2017.

 

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