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Non possiamo non dirci groziani: l’anarchia internazionale e la lezione di Hedley Bull

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di Davide Ragnolini

BULLUn “cronico stato di guerra, aperto o mascherato”, da imputare alla “sconfitta dell’ideale di un ordine mondiale”. Con queste parole il pacifista inglese Goldsworthy Lowes Dickinson descriveva nel 1916 la deplorevole condizione in cui versava la politica europea, raffigurando le relazioni tra Stati, proprio al modo di Hobbes.

Nel suo The European Anarchy era denunciato un drammatico “punto di svolta” nella storia europea, da cui sarebbe uscito sconfitto il sogno di un governo mondiale: con la formazione degli Stati sovrani dal Rinascimento in poi, gli Stati avrebbero vissuto tra loro in una condizione di perenne “anarchia internazionale”. La “sinistra figura di Machiavelli” avrebbe sussurrato alle orecchie di ogni protagonista della “Machtpolitik” europea, da Caterina de’ Medici a Bismarck, seguendone le sue demoniache orme nella prassi politica estera. Non senza ironia, l’inizio della modernità politica sarebbe così stato interpretato come inizio di uno stato delle relazioni internazionali primitivo, anarchico, strutturalmente difforme dall’ordine che vigeva entro i confini dei singoli Stati europei, e fonte della loro stessa guerra.

Un’anarchia europea, dunque, durata cinque secoli, senza soluzione di continuità. Se tale condizione anarchica è stata poi pensata non più soltanto come “europea” ma, in senso più lato, mondiale e, ancora, intrinsecamente più mite della tragica rappresentazione offerta dal pacifista inglese, tale merito lo si deve al seminale lavoro di Hedley Bull (1932 – 1985), pubblicato nel 1977: The Anarchical Society: A Study of Order in World Politics.

Il mondo politico appare più disordinato che ordinato. L’opinione pubblica mondiale, assieme alla stessa comunità di studiosi di politica internazionale, non sono mai stati concordi nella risposta ad un quesito ricorrente: se cioè l’ordine internazionale coincida con la giustizia. È giusto un mondo in cui l’attuale (dis)ordine politico internazionale, la mappa geopolitica mondiale, con le sue dispute e sperequazioni economiche e territoriali, vengano semplicemente congelati? La sfida che si propose il politologo australiano era di individuare una sezione aurea tra questioni di ordine e di giustizia, muovendo dal solido terreno delle tradizioni di pensiero filosofico-politico. Il problema dell’ordine e dell’anarchia internazionale era affrontato senza alcuna invidia metodologica per il modello delle scienze economiche, che avrebbe sedotto lo strutturalismo di Waltz nel suo classico Theory of International Politics due anni dopo, nel 1979. Si doveva guardare piuttosto alla teoria politica classica, delineando, non senza audacia ermeneutica, alcune linee di pensiero in cui potevano esser raggruppate in modo tassonomico i modi pensandi della politica internazionale.

Quando Leibniz, nella sua prefazione al Codex iuris gentium diplomaticus, sosteneva vi fossero stati così tanti conflitti armati che sembrerebbe gli Stati non abbiano mai fatto pace, osservava, per converso, che si erano conclusi così tanti trattati da non poter credere vi sia stata mai guerra. Anche in questi secoli bui di “anarchia europea”, chiunque rifletteva sulla politica tra Stati riconosceva dunque esistesse una “simpatia” tra gli stessi, simile a quella che unisce i singoli individui riuniti in una società. Le tradizioni del pensiero internazionalistico individuate da Bull e dal collega del “British Committee on the Theory of International Politics” (1958-85), Martin Wight, si distinguevano precisamente in base al grado di riconoscimento di tale elemento societario tra Stati.

Esistono cioè diversi tipi di ordine nelle relazioni internazionali, che variano nella misura in cui i soggetti statali siano capaci di riconoscere una “società” in cui questi possano trovare valori ed interessi comuni, e percepirsi vincolati a regole condivise. Tra coloro che avrebbero negato in toto l’esistenza di una società internazionale figuravano gli hobbesiani o realisti, privilegiando una lettura della mappa geopolitica in cui la politica tra Stati appare come ‘gioco a somma zero’.

Una seconda tradizione considera i singoli individui quali soggetti della politica internazionale, uniti da legami transnazionali che attraversano le frontiere degli Stati secondo reciproche affinità ideologiche o religiose. Si tratta di una tradizione che Hedley Bull definiva come “kantiana” o “universalista”, ma che trovava espressione concreta in diversi tipi di internazionalismo e nella forma mentis del fraternismo rivoluzionista, come quella che unì ugonotti, giacobini, comunisti o wilsoniani, e che ancora avvicina tra loro salafiti contemporanei di varie nazionalità, e più in generale militanti di ogni ideale orientato alla promozione di rapporti orizzontali e trans-statali tra i membri del medesimo partito, setta, religione.

Mediana tra queste stava una tradizione “groziana” o “internazionalista”, che credeva nell’esistenza di una morale capace di temperare l’esercizio della forza internazionale, poneva enfasi sulla pace quale fine della guerra e su una diplomazia non aperta ma pubblicamente stipulata, su una comunità internazionale quasi politica et moralis, e ancora nella fiducia verso l’intelligibilità di alcuni princìpi normativi, deduttivisticamente scoperti, capaci di regolare la vita politica degli Stati.

BULL 2Certo, ogni nuova costruzione di una teoria sociale e politica non manca di sollevare critiche di schematismo e riduzionismo. Vi è chi, come Renée Jeffrey, ha ironicamente commisurato l’eredità bulliana con quella di un’ingombrante “santa trinità” dei capiscuola delle tradizioni della teoria internazionalistica, che ogni introduzione alla disciplina non avrebbe cessato di commemorare. O ancora chi, come David Armitage, ha avanzato dubbi sull’utilità analitica della tricotomia proposta dalla “English School”. Ma ogniqualvolta si riflette sui diversi approcci alla politica internazionale, il ricorso alla teoria viene percepito come un’esigenza insopprimibile anche per l’analista o il giornalista della politica estera contemporanea.

L’elezione di Trump ha fatto parlare di un’emergente “internazionale dei nazionalisti”, rievocando al contempo il pericolo di una hobbesiana guerra di tutti contro tutti; ma la “Brexit” avrebbe allineato i populisti europei trasversalmente, creando legami di solidarietà e simpatia tra i gruppi politici di uno stesso, comune piattaforma anti-europeista; l’ascesa di gruppi trans-nazionali salafiti in Medio Oriente ha rievocato l’ombra di emergente Califfato globale che unisce adepti da ogni Paese in una “internazionale jihadista”; la svolta a sinistra dei governi latino-americani (“Pink tide”) è stata rappresentata come un progetto regionale che unisce i neo-bolivariani del XXI secolo in nuovi rapporti di amicizia tra Stati. Attraverso il prisma delle “tradizioni”, insomma, alcuni costanti caratteri delle coalizioni tra soggetti internazionali prendono forma e acquisiscono un profilo tipologico ben riconoscibile, avvicinandosi di volta in volta ad un modello antagonistico di rapporti, oppure ad un modello internazionalista che abbraccia sezioni della società civile, o ancora ad uno solidarista tra Stati, promuovendo forme di cooperazione bilaterale in più settori.

Società internazionale e sistema internazionale delineavano, nella prospettiva teorica di Bull, due forme qualitativamente distinte di relazione tra Stati, con conseguenze diverse per l’equilibrio internazionale, dando luogo rispettivamente ad un rapporto ottimale ed ad una relazione minima di ordine mondiale. Se gli Stati si limitassero a stabilire un sufficiente contatto reciproco in modo tale da percepirsi parte di un insieme, ci troveremmo di fronte ad un “sistema”, e non propriamente ad una “società”. Nella prospettiva internazionalistica di Bull, tale sistema costituiva l’ossatura, dall’affermazione della diplomazia rinascimentale ad oggi, di un ordine internazionale suscettibile di costante mutamento. Senza gli Stati che formano un sistema, lo stesso ordine internazionale non potrebbe essere concepito, almeno alla presente altezza della storia dell’umanità.

L’importanza dell’opera di Bull non risiede, però, soltanto nell’originale apporto di uno sguardo filosofico-politico retrospettivo alla teoria politica internazionale, ma anche nell’intuizione anticipatrice delle possibili metamorfosi che tale sistema degli Stati potrebbe subire sotto la pressione di diversi fattori. L’alchimia dell’ordine interstatale moderno è delicata: è sufficiente scompaia soltanto un suo attributo – sia esso l’esistenza degli Stati, o la loro interazione, o la condivisione di interessi e valori comuni – per farne qualcosa di diverso, inaugurando una nuova età delle relazioni internazionali. La crescita di organizzazioni regionali di Stati, la tendenza alla disintegrazione in Stati più piccoli, l’indebolimento del monopolio statale della forza, la crescita delle organizzazioni transnazionali e le reti di unificazioni tecnologica del mondo, sono i possibili ingredienti di tale squilibrio.

The Anarchical Society è un compendio per lo studioso, e un monito per l’osservatore della politica internazionale di ogni giorno: la relativa armonia del sistema degli Stati potrebbe scomparire dal panorama internazionale. In suo luogo, un ordine internazionale post-moderno potrebbe affermarsi, non senza analogia con il sistema pre-moderno di relazioni tra attori.

Tra i lasciti più vividi dell’eredità bulliana nel pensiero internazionalistico, infatti, vi è l’idea di “ordine neo-medievale”, col quale si deve intendere la crescente erosione della centralità statale e del suo potere sul piano internazionale, conteso dal basso e dall’alto da una pluralità di soggetti in competizione, dalle organizzazioni sovranazionali a quelle non governative della società civile. Il medioevo politico rappresenta secondo un consolidato topos la manifestazione di eterogeneità istituzionale e politica, di autorità e lealtà sovrapposte, di difficile governabilità e sostanziale paralisi normativa. Il neo-medioevo di Bull è qualcosa di analogo, ma trasposto sul piano internazionalistico. Come una rappresentazione distopica, suggerisce a cosa possa rassomigliare un disordine mondiale contemporaneo e futuro.

Se l’ordine minimo del sistema degli Stati ha rappresentato a lungo il massimo che ci si poteva aspettare per l’armonia e la pace internazionale, cionondimeno un moderato ottimismo pervade l’opera di Bull. Protagonista di una importante riscoperta di Grozio negli studi internazionalistici, l’autore si pose, in un certo senso, come esponente ‘neo-groziano’ di un modello mediano tra le opposte e più radicali tradizioni statocentriche ed universaliste: una tradizione internazionalistica, dunque, entro cui ordine e giustizia possono coesistere nel precario equilibrio di un sistema di Stati, consapevole di essere al contempo società di attori internazionali cooperanti. Se riconosciamo allora che il sistema degli Stati non coincide con uno stato di guerra, e che da questo scaturisca non già un governo mondiale, ma una società internazionale, allora, seguendo la proposta teorica di Bull, non potremmo non dirci ‘groziani’.

A 40 anni dalla sua pubblicazione, The Anarchical Society celebra la sua cronica ricorrenza, e l’indomato mondo anarchico con lei, ricordandoci esista tuttavia un ordine nel disordine; per dirla con Filippo Ruschi: una “ordinata anarchia” delle relazioni internazionali.

* Ph.D Candidate – Consorzio Filosofia del Nord Ovest (FINO) – Università degli Studi di Torino

 

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Category: generico, Osservatorio internazionale, RdP online

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