Italia

La fine dell’ideologia del lavoro e la crisi odierna della politica (e della democrazia)

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di Alessandro Campi

Sciopero-AmazonLo sciopero nei giorni scorsi dei dipendenti e collaboratori della filiale italiana di Amazon ha suscitato molti commenti e prese di posizione. Tra azienda (una delle più grandi multinazionali al mondo) e sindacati è stata guerra di cifre sull’effettiva percentuale di adesione alla protesta: quasi insignificante secondo la prima, molto alta secondo questi ultimi. A livello di cronaca ci si è appuntati soprattutto sulle rivendicazioni dei lavoratori, che hanno lamentato i ritmi e turni stressanti, la mancanza (o il poco rispetto) delle abituali forme di tutela contrattuale, i compensi inadeguati all’impegno, la mancata corrispondenza tra le mansioni assegnate e la qualifica professionale posseduta, lo stato di costante precarietà in cui, specie se giovani, essi vengono tenuti.

Ciò che da questa vicenda non sembra emerso a sufficienza, a livello di opinione pubblica e di dibattito politico, è però un tema che nelle società occidentali odierne ha ormai assunto un valore dirimente: quello relativo alle radicali e irreversibili trasformazioni che negli ultimi anni hanno investito il mondo del lavoro. Trasformazioni che non riguardano solo il suo aspetto organizzativo, tecnico e economico. Ma che hanno a che fare anche – forse soprattutto – con la dimensione sociale, psicologica e simbolica del lavoro.

Nel corso dell’intero Novecento, il lavoro ha rappresentato una sorta di mito politico trasversale. La sua esaltazione/valorizzazione è stata l’ideologia nella quale si riconosciute tutte le grandi famiglie politico-culturali che hanno attraversato il secolo: dal socialismo al fascismo, dal comunismo al popolarismo cristiano.

Seppure con diversità di accenti e sfumature, queste diverse tradizioni ideologiche hanno considerato il lavoro come uno strumento di riscatto individuale e di crescita collettiva. Era un vero e proprio valore, da tutelare e promuovere nella sua dimensione sociale. Era una funzione da assolvere: un diritto e al tempo stesso un dovere. Contribuiva alla formazione della personalità ma era anche un mezzo attraverso il quale garantire la coesione e la tenuta di una comunità.

Il lavoro aveva un che di eroico ed epico, ben rappresentato in molte espressioni dell’arte novecentesca (dalla pittura al cinema). Implicava impegno, dedizione, disciplina e persino disponibilità al sacrificio. Era il motore del benessere (individuale e collettivo) ma anche una sorta di apprendistato etico. Anche nelle sue forme più impegnative e faticose, era un mezzo attraverso il quale rendersi liberi dal bisogno e autonomi come persone. Non c’era fatica che non venisse riscattata dal fatto di possedere un lavoro e di avere dunque un ruolo riconosciuto e stabile all’interno della società. Era per suo tramite che i singoli e i popoli potevano marciare fiduciosi verso il futuro, nella convinzione di star partecipando ad una grande avventura collettiva.

E’ per quest’insieme di motivi che il lavoro, nel corso del Novecento, è stato oggetto di una crescente tutela e regolamentazione e considerato uno dei valori qualificanti della politica. Come si sa, la nostra Costituzione, nel suo primo articolo, lo pone come fondamento (etico e materiale) della Repubblica. I partiti di massa, dal canto loro, hanno cercato di rappresentarlo e di dargli voce in tutte le sue possibili espressioni e articolazioni. Essi non hanno mai parlato genericamente al cittadino-elettore, ma al cittadino-lavoratore secondo le sue diverse necessità e qualifiche: dall’operaio all’impiegato, dal contadino al libero professionista, dal tecnico all’insegnante, ecc.

Ma l’impressione è che tutto ciò stia improvvisamente per finire, sotto l’incalzare di una rivoluzione tecnologico-organizzativa, accelerata dai processi di globalizzazione, che ha tolto al lavoro gran parte del significato politico-simbolico che esso ha avuto.

Fino ad anni recenti la riconoscibilità sociale delle persone (potremmo dire la loro stessa identità pubblica) era collegata al lavoro che svolgevano. Al lavoro erano legate anche le nostre aspettative di ascesa sociale. Ma con il diffondersi del precariato e della flessibilità (fenomeni certi diversi ma entrambi fonte di instabilità emotiva e materiale), con il nascere di figure professionali e competenze sempre diverse, con il contrarsi temporale dei cicli produttivi e l’accrescersi dei livelli di specializzazione, con il diffondersi di modalità organizzative che stanno rendendo sempre più obsoleto il suo esercizio nei grandi spazi collettivi del passato (dalla fabbrica all’ufficio), con la perdita di posti prodotto dall’automazione, il lavoro ha assunto connotazioni radicalmente nuove. Ha smesso di essere una fonte di sicurezza e stabilità. Tende a svolgersi in una dimensione sempre più privata e dunque non si inquadra più in una cornice collettiva. Da strumento di crescita sociale sembra tornato ad essere mezzo di pura sussistenza materiale.

Proprio queste trasformazioni nel modo di concepire e vivere il lavoro sono probabilmente alla base della crisi che ha colpito le organizzazioni politiche tradizionali e le grandi culture politiche della modernità. Ciò che chiamiamo populismo o rivolta anti-politica forse è solo l’effetto a livello di voto dei cambiamenti sociali prodotti dalla nuova cultura del lavoro che si sta imponendo nelle società sviluppate. La contrazione del lavoro operaio e della dimensione della fabbrica ha polverizzato a suo tempo il comunismo. La scomparsa del lavoro contadino e delle attività artigiane ha tolto al solidarismo cristiano buona parte della sua base sociale. La delegittimazione che circonda il pubblico impiego in tutte le sue forme e la crisi delle professioni liberali tradizionali spiega a sua volta le difficoltà dei partiti, di destra moderata-conservatrice come di sinistra socialista, che rappresentavano abitualmente questi segmenti sociali. E’ vero che oggi sono nate, nel solco della rivoluzione informatico-digitale, forme di lavoro innovative e altamente creative, ma esse sembrano esprimersi in una dimensione sostanzialmente privato-individualistico che si sottrae a qualunque forma di mediazione politica.

Quali forme di lavoro, con quali modalità e quale linguaggio, i partiti sono oggi in grado di rappresentare e tutelare? La paralisi delle democrazie europee, alla quale oggi assistiamo, forse sta tutta nella mancata risposta a questa domanda.

 

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Category: Cultura/culture, RdP online

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