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Il populismo di Grillo malattia senile della democrazia liberale?

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di Salvatore Sechi

beppe-grillo-luigi-di-maio-sondaggi-770x513Nei confronti del Movimento 5 Stelle prevale attualmente la demonizzazione sull’analisi. Un problema, perché in questo modo M5s non assume le caratteristiche di un attore politico, ma quelle di un imputato, con condanna già emessa.

Piuttosto che un esame dei programmi e delle politiche di governo (di città come Roma, Torino, Livorno ecc.), e in generale delle soluzioni proposte per i problemi aperti, si è preferita la sentenza, il giudizio spiccio (per lo più di carattere ideologico o, peggio ancora, storico).

Per il quotidiano che ha dedicato più spazio ai grillini, Il Foglio, essi costituiscono un’incarnazione del fascismo da XXI secolo. Sarebbero una forza prevalentemente ostruzionistica in Parlamento, cesaristica nella vita interna, con un’ossessione spiccata per i complotti, le trame, gli inciuci. I programmi sarebbero contraddittori o frutto di puro infantilismo, come di regola succede per i populisti.

Dunque, a farsi governare fra tre mesi dai 5 Stelle, soprattutto se avessero la maggioranza dei voti o fossero a capo di una coalizione, quel che resta del nostro sistema democratico correrebbe un pericolo estremo.

Ѐ reale questa prospettiva di ultima spiaggia della democrazia liberale? Prima di pronunciarsi è opportuno chiedersi se i grillini siano non una regola, un soggetto normale, ordinario, ma un’eccezione della vita politica italiana ed europea. Quindi una malattia che si diffonde con una metastasi incontrollabile.

Aiuta a farlo una ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna, curata per Il Mulino da un sociologo come Piergiorgio Corbetta (M5s. Come cambia il partito di Grillo). Ciò che emerge è qualcosa che mette a malpartito discorsi e perorazioni sui grillini come i politici diversi, anzi i grandi, micidiali alieni, orgogliosi della propria autosufficienza e incorruttibilità.

Questi redivivi Hyksos (evocati da Croce per spiegare il fascismo dopo la prima guerra mondiale) si sarebbero impadroniti dell’elettorato italiano e avrebbero stregato il popolo, annichilendolo. Ad uno sguardo più attento, invece, i 5 Stelle nostrani sono fatti della stessa pasta dei loro emuli in Italia e in Europa. E parlano la stessa lingua. Gran parte dei programmi e delle proposte si equivalgono.

Per questo, esaltare la “diversità” dei 5 Stelle allo scopo di mostrarla in chiave negativa significa per un verso compiacere la loro infaticabile e prorompente retorica sulla verginale identità che li caratterizzerebbe nel corpo del sistema politico, e per un altro verso non rendersi conto del contributo del movimento di Grillo allo sfascio del sistema parlamentare e in generale del paese.

Poco importa che quest’opera di devastazione sia stata compiuta assestando colpi micidiali in meno di un decennio. Un tempo breve, certamente, a meno di non considerare la lunga attività di comico di Grillo una sorta di iniziazione, più o meno consapevole, all’evocazione dei miti dei quali il suo movimento ama pascersi: la democrazia diretta, il contenimento dei costi della rappresentanza, l’adozione di una politica fiscale progressiva ed efficace, il reddito di cittadinanza, eccetera.

Il punto è che il Movimento 5 Stelle non è, e non è stato, uno spettatore, bensì un artefice, cioè un protagonista fondamentale, quindi un responsabile a tutti gli effetti dello stato di agonia in cui versa la nostra democrazia politica.

Non so se sia il caso di parlare di crisi catastrofica. Ma sicuramente è suonata la campana a morte della democrazia rappresentativa. Non solo in Italia, ma anche in Europa. Il diffondersi ormai su ampia scala del populismo, secondo il politologo torinese Marco Revelli, sarebbe il sintomo inequivocabile che esso ne costituisce la sua malattia senile. Aggiungerei, mortale. In Italia da molti anni ormai i governi nascono senza la sanzione preventiva del voto dell’elettorato (peraltro sempre più renitente, anzi decisamente ostico, ad esprimersi). I presidenti del Consiglio, al pari del Parlamento, sono privi di ogni investitura, cioè legittimazione popolare. A venir meno è stata la fonte stessa della legittimazione: la filiera dei rapporti tra la gente, il popolo, l’elettorato e i partiti, che fin dall’Ottocento hanno gestito tali rapporti, si è logorata come una tela sdrucita.

Ho qualche dubbio che possano bastare a ritesserla le soste ferroviarie del trenino pre-elettorale di Renzi, gli intrattenimenti comizieschi di Grillo, i talk show in tv di una noia mortale sempre delle stesse persone dislocate in programmi diversi.

In presenza di un killeraggio a più mani, criminalizzare i 5 Stelle sarebbe un’azione insensata. In Europa movimenti e partiti simili a quello di Grillo suonano lo stesso spartito e producono gli stessi effetti dirompenti. Dunque esiste una responsabilità collegiale, multipartitica, di quel che abbiamo sotto gli occhi. Grillo ha molti sodali e partners. Partiti anti-sistema, campagne di anti-politica, l’emergere di pulsioni nazionalistiche e identitarie (come i localismi, il culto delle piccole patrie) contro la globalizzazione, al pari degli effetti che producono (l’impressionante astensionismo elettorale) hanno delineato in ogni paese europeo la grande metamorfosi avvenuta nel sistema politico della democrazia rappresentativa.

Bisogna dunque prendere sul serio, e non ridicolizzare come fa Il Foglio, il populismo grillino; rendersi conto che esso denuncia un fallimento della democrazia scaturita dall’antifascismo che ha più artefici. Nello stesso tempo però è necessario essere severi col semplicismo, le facilonerie, le vere e proprie farse che i 5 Stelle diffondono con un’irresponsabilità tranquilla, paga di sé, quando propongono soluzioni irrealistiche, improvvisate ed estemporanee alle ferite aperte del nostro paese.

Durante la prima Repubblica gli italiani hanno legittimato e munito di consensi elettorali elevatissimi un partito come il Pci. Molto più insidioso dei 5 Stelle perché poteva contare su mobilitazioni popolari, consensi di massa, presenza fittissima in tutte le istituzioni repubblicane. Si pensi solo al fatto che tra il 1951 e il 1991 il Partito comunista ha potuto avvalersi di un finanziamento sconosciuto agli altri partiti per la sua entità ed erogazione puntuale, anzi meticolosa. Quasi mille miliardi sono stati consegnati dal servizio segreto (il Kgb) di un paese straniero e non alleato come l’Urss ai dirigenti di Via delle Botteghe Oscure. Sono serviti ad eleggere centinaia e centinaia di deputati e senatori, pubblicare l’Unità, Paese Sera e Rinascita, pagare migliaia di funzionari di partito, finanziare la creazione di sezioni del partito accanto ad ogni campanile e parrocchia, mastodontiche feste e oceaniche manifestazioni politiche e sindacali.

La democrazia italiana ha saputo resistere a questo lungo e potente assedio. Ha finito per far collaborare i comunisti al governo del paese. Ma ha saputo anche disfarsene.

Nel vuoto che si è venuto a creare nella nostra democrazia è nato il Movimento 5 Stelle. Spetta alla nuova sinistra post-comunista e alla componente cattolico-liberale di Forza Italia trovare le ragioni di un’alleanza limitata al tempo che richiederanno le principali cose da fare (specifici punti programmatici).

Il sistema elettorale in vigore non consente di più — cioè la pratica dell’alternativa —, ma rende possibile quanto basta per esorcizzare l’avventura di un governo con i grillini.

Nel frattempo non bisogna considerarli demagogicamente né il male assoluto né il nuovo fascismo che avanza. Sono anch’essi dei rappresentanti (nominati) che non hanno quasi mai governato e dove lo hanno fatto hanno dato, e stanno dando, prove miserande. La mediocre governabilità dimostrata a Roma, Torino, Livorno è frutto dell’assenza di una cultura di governo a misura della crisi del paese, cioè di una distanza quasi siderale dal riformismo. Inutile, pertanto, inventarsi colpe o responsabilità demoniache.

La pericolosità di 5 Stelle

Occorre semmai chiedersi, per potere vigilare, in che cosa consiste la pericolosità del Movimento Cinque Stelle A mio avviso nella sua assoluta inaffidabilità.

Nei governi che dopo le elezioni di marzo rischiano di essere coalizioni costruite solo per creare una maggioranza e potere governare, un partner come i 5 Stelle proprio grazie a questa caratteristica di essere una forza programmatica mente, socialmente e politicamente instabile, costituirebbe una miccia accesa pronta ad esplodere. Dunque, un pericolo per istituzioni così fragili quali sono attualmente quelle della nostra repubblica.

Se questo è il rischio maggiore, raffigurare Grillo nelle vesti di un Mussolini redivivo e il suo movimento in quello del fascismo, come fa Il Foglio, o un soggetto che commette solo e incidentalmente qualche errore da novizio come ci fa sapere Il Fatto Quotidiano significa cogliere qualche aspetto della sua galassia. Non ha, invece, molto senso né l’apertura di credito di Marco Travaglio né la criminalizzazione e l’esorcismo di Claudio Cerasa (si sente in quest’ ultimo la mancata lettura degli studi di Alessandro Campi e dell’equipe dell’Istituto di Politica che ha fondato e dirige nell’università di Perugia).

Perché sono inaffidabili

Da che cosa si evince l’inaffidabilità dei grillini?

1. Non sono espressione di un blocco sociale omogeneo (non lo è più nessun partito). Rappresentano strati sociali e professionali, occupati, non occupati e disoccupati di ogni tipo, ex elettori di forze di destra e di sinistra, come mostra il lavoro curato da Corbetta. Pertanto la leadership di Grillo, Di Maio e compagni non deve rispondere a nessuno, se non genericamente a questo elettorato. Tanto esteso quanto poco uniforme e omogeneo.

Ad esso basta vincere, poter contare su un successo e un consenso che si esprime sul sensibile incremento elettorale del loro movimento e l’aumento dei loro candidati risultati eletti. Si accontentano di avere contribuito alla sostituzione ai vecchi partiti (o partiti tradizionali che dir si voglia).

2. La genericità programmatica e, quando c’è, la sua natura mitico-escatologica fantastica.

Grillo e compagni non fanno mistero della loro volontà di governare da soli. Non amano, anzi ne rifuggono, le alleanze, le coalizioni, il potere condiviso e quindi spartito con altri.

Questa linea di condotta riflette l’assoluta avversione nei confronti dei partiti tradizionali. Ma è di tutte le forze populistiche questa aria di esondante purezza, il serto di novità e non assimilabilità (anzi di profonda rottura) alla storia politica del passato di cui vanno tronfi e fieri.

La diversità conclamata sfocia in una concezione monoteistica del potere, che si combina con una radicale avversione alla democrazia rappresentativa.

Anche su questo punto non sono diversi dalle pulsioni sia antipolitiche sia anti-liberali (mi riferisco alle regole e alle istituzioni della democrazia liberale) dei movimenti populisti, ormai dominanti in tutta Europa.

La fantapolitica della democrazia diretta

Grillo, Di Maio e compagni contrappongono ad essa una soluzione mitico-escatologica. Fa parte del vecchio ricettario della democrazia diretta. Forse questo è l’elemento per cui Cinque Stelle si sente erede della sinistra.

L’alternativa alla democrazia rappresentativa non ha funzionato, se non per periodi minimi e situazioni eccezionali nelle piccole patrie dell’antica Grecia. Ancora meno ha funzionato nella democrazia consiliare di Antonio Gramsci e in quella leninista dei Soviet.

Pertanto, non si capisce perché si voglia proporre come una cura intensiva per il nostro paese questo spettro di una democrazia universale, dove tutti governano per tutti e con tutti.

In passato, ha avuto un forte impatto simbolico. Ha creato illusioni che è stato difficile rimettere in ordine, e far rientrare nella legalità una volta che se ne sia tentata la sperimentazione.

ll centralismo ad alto tasso autoritario in Unione sovietica e nei suoi satelliti imperiali, come in Cina o a Cuba, nasce anche dalla necessità di arginare gli effetti sconvolgenti della delusione di avere promesso al popolo un mandato, il potere di governare, che in realtà è stato usucapito dai luogotenenti e dai protettorati della nomenklatura al potere. E alla fine dalle figure di capi, duci, capetti anche umbratili ecc.

A preoccupare non poco è quel che i grillini propongono, da qualche giorno soltanto per la verità, a questa cartina magica della democrazia diretta. Nell’impossibilità di potere governare da soli, si acconcerebbero, ha detto Di Maio, a proporre in parlamento programmi che le forze politiche parlamentari – tutte, di centro, di destra e di sinistra, si badi bene – sono esortate a condividere.

Sono le stesse idee, e proposte dell’ex segretario dei post-comunisti Pierluigi Bersani, quando tentò di costruire un governo su una maggioranza che non aveva. Ebbene il piatto che i grillini – dopo la mancata abbuffata di Bersani – intendono servire agli italiani si fonda su una minestra riscaldata. Si chiama trasformismo.

Un passato che non passa, il trasformismo

Dal 1880, grazie al conterraneo di Bersani, Agostino Depretis, il trasformismo ha caratterizzato la fine dell’Ottocento ed è proseguito nel primo decennio del Novecento, quando i partiti non si erano consolidati come espressione di blocchi sociali e precise (e solide) forme organizzative. Il riferimento non poteva che andare ai partiti socialisti (a cominciare dalla socialdemocrazia tedesca) e successivamente di quelli cattolici (un grande liberale come Sidney Sonnino provò a radicare negli stessi stampi il partito liberale di massa che aveva in testa). Ma essi erano muniti di una cornice, di strutture e di valori ideologici.

Prima che queste forze prendessero consistenza, in parlamento funziona vano solo raggruppamenti elettorali, a carattere regionale o spesso meramente personali.

Il trasformismo offrì loro non un programma condiviso da realizzare in una specifica coalizione governativa, ma segmenti di riforme, frammenti di progetti di legge, cioè singole iniziative legislative da varare presso la Camera e il Senato, una tantum.

Dopo il voto dato ad un provvedimento specifico, liberali, radicali, cattolici, ecc. riprendevano la loro imperfetta identità e autonomia.

Quel che ci sarà dopo la rottamazione seguita alla fine dei partiti ideologici, non sarà dissimile da una politica fatta di frammenti, un riformismo segmentato, a pezzi e bocconi.

Si tratta di vedere se la politica delle intese riguarderà misure come mutamenti della costituzione, del sistema elettorale, delle forme del lavoro associato, dell’occupazione, del governo del territorio, dell’assistenza ecc. per i quali sarebbe necessario un accordo programmati co ben definito (alla tedesca, per capirci) oppure si tratterà di una politica dello scambio, caso per caso, per favorire micro-interessi.

I grillini non avendo una stella polare (né nell’elettorato molto vario né nelle esperienze di governo (quella di Parma è stata subito ridotta ad un’effrazione eretica del sindaco Pizzarotti) vivono alla giornata cercando il potere per il potere.

In politica economica sono gli ultimi mohicani dello statalismo, perché la demonizzazione del mercato (identificato come il luogo privilegiato dei potentati finanziari) non offre loro nessun altro approdo. Ma nei periodi di crisi il ricorso all’aiuto dello stato fino alle nazionalizzazioni è stato sempre un segno dell’identità della sinistra. E in Francia lo è anche della destra.

Ai Cinque Stelle manca anche solo l’abbozzo di una politica estera. Come si può governare con una forza che ha demonizzato l’Euro e non vede l’ora di rifugiarsi nella lira?

Credo che alla fine i limiti di Grillo e dei grillini non siano in una vocazione eversiva e complottistica, ma nell’inesperienza, nel la faciloneria e in generale nelle risposte sbaglia te, e più spesso mancate, che finora hanno proposto per i problemi concreti.

Ma quando una forza è inaffidabile diventa un pericolo averla come partner. Non necessaria mente la soluzione più efficace è di accarezzarne la coda come fa Travaglio o prenderla per la gola come fa Cerasa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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